Pelé al cinema: leader antischiavista, giornalista e persino gangster
di Furio Zara , di Furio ZaraEssendo egli stesso cinema - cioè favolosa macchina per sognare - raccontare del Pelé attore significa accettare la compresenza dell’arte nell’arte, in una mescolanza di poesia e verosimiglianza che in fondo è quello che si cerca dopo ogni ciak, si gira. La prima immagine fissata per sempre nella memoria è la memorabile sequenza della rovesciata in “Fuga per la vittoria” (1981). Si va di rallenty. Pelè si esibisce in una rovesciata stilisticamente perfetta, un miracolo di acrobazia e armonia per quella che rimane probabilmente la più riuscita sintesi di cinema e calcio, una combinazione capace di celebrare il gesto e l’istante irripetibile. Raccontano che il grande John Huston, il regista, quel giorno preparò il set al campo per poter girare la sequenza da più prospettive. Con calma serafica, Pelé chiese soltanto che il pallone venisse crossato in mezzo all’area. E poi? “E po…
Essendo egli stesso cinema - cioè favolosa macchina per sognare - raccontare del Pelé attore significa accettare la compresenza dell’arte nell’arte, in una mescolanza di poesia e verosimiglianza che in fondo è quello che si cerca dopo ogni ciak, si gira. La prima immagine fissata per sempre nella memoria è la memorabile sequenza della rovesciata in “Fuga per la vittoria” (1981). Si va di rallenty. Pelè si esibisce in una rovesciata stilisticamente perfetta, un miracolo di acrobazia e armonia per quella che rimane probabilmente la più riuscita sintesi di cinema e calcio, una combinazione capace di celebrare il gesto e l’istante irripetibile. Raccontano che il grande John Huston, il regista, quel giorno preparò il set al campo per poter girare la sequenza da più prospettive. Con calma serafica, Pelé chiese soltanto che il pallone venisse crossato in mezzo all’area. E poi? “E poi io faccio gol”, rispose. Ciak, buona la prima.
Pelé leader antischiavista e giornalista sportivo
La prima apparizione di Pelè sul grande schermo, però, risale a dieci anni prima. Nel 1971 è il Dottor Arantes in “O Barão Otelo no Barato dos Bilhões”, scritto e diretto da Miguel Borgues: è una commedia, tutto ruota attorno a una truffa e al Totocalcio brasiliano, la “Loteria Esportiva”. L’anno successivo (1972) interpreta la parte di un leader che solleva la protesta degli schiavi in “A marcha”, opera tratta dal romanzo di Afonso Schmidt. L’unico film - in realtà - che ha un qualche successo in Brasile è un film d’azione con toni leggeri, “Os trombadinhas” (tradotto sarebbe: “I borseggiatori”) del 1979: è rimasta celebre - tanto da diventare un meme - la battuta in cui l’attrice Ana Nascimento chiede a Pelé se lui è davvero Pelé. “Não, eu sou o Jô Soares”, “No, sono Joao Soaes” risponde il mito. E ancora: nel dimenticabile “Os Trapalhões e o Rei do Futebol” (1986) - film celebrativo di un gruppo comico molto famoso in Brasile - Pelè recita nella parte di un giornalista sportivo.
Maestro di calcio in Hotshot
Nella visione manichea del cinema disegnato sul suo contorno di campione universale, Pelé fa sempre la parte del buono: succede anche in “A minor miracle”, film strappalacrime del 1983 con il campione di calcio (lui medesimo) che aiuta un prete a salvare l’orfanotrofio dove era cresciuto da bambino. Una decina d’anni dopo aver chiuso l’esperienza nel soccer americano, Hollywood convoca Pelé per “Hotshot”. E’ il 1987 e il film è una versione edulcorata del “Grande sogno americano”: nel film il protagonista Jimmy Kristidis, figlio di un ricco armatore navale di origine greca, potrebbe spassarsela alla grande, invece sogna di diventare un calciatore. Così - genialata degli sceneggiatori - vende la sua Jaguar e si presenta a casa di Pelè che abita - altra genialata - in una giungla, appena fuori Rio de Janeiro e gli chiede di insegnargli l’arte del calcio. Per capirci, le dinamiche tra allievo e maestro sono le stesse di “Karate Kid”, non a caso uscito tre anni prima e reduce da un successo planetario. “Hotshot” però rimane di nicchia, diciamo così.
Tanti documentari...
La prima vera opera sulla sua arte - dare calci a un pallone - è “Isto è Pelé”, documentario datato 1974 e prodotto da Rete Globo: un’ora e passa di immagini di repertorio e magie di Pelé nelle tre coppe del mondo vinte (1958, 1962 e 1970). Sul periodo ai Cosmos di New York c’è un buon documentario, “Once in a Lifetime”, uscito nel 2006 per la regia del divo Matt Dillon. Pelé - sempre nel 2016 - compare con altre stelle dello sport (Serena Williams, Neymar) in “I am Bolt”, il docu sull’uomo più veloce del mondo. Ha invece toni agiografici e uno stile patinato “Pelé: Birth of a Legend” (2016) girato dai fratelli Jeff e Michael Zimbalist. Vi appare per una scena anche Pelé in persona e il film - didascalico ma con una sua epica - in verità è piaciuto assai, nonostante qualche grossolana incongruenza storica.
...e persino un ruolo da gangster
Di recente (2021) è uscito invece su Netflix “Pelé: il Re del calcio”, diretto da Ben Nicholas e David Tryhorn, una decreta ricostruzione storica degli anni d’oro della “Perla Nera”. E infine, una chicca: Pelé beve, ruba, fa a botte, uccide un tipo per uno sgarro, nel tempo libero va nei bordelli e se la spassa, gira per le favelas con un cappello da gangster, la barba di due giorni e un baffo da paura. E’ il Pelé che non abbiamo mai visto. L’altra faccia di O Rei, il lato oscuro del campione che ha incantato il mondo sorridendo. Ma è solo un film, un tentativo di ribaltare la mitologia. Si chiama “Pedro Mico”, esce nel gennaio del 1988 in Brasile.