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Pelé, quella 10 per caso ai Mondiali in Svezia: e un numero qualunque divenne un'icona

Il Brasile arrivo alla fase finale del 1958 senza aver fornito alla Fifa la numerazione dei giocatori. A O Rei toccò casualmente il 10: fino ad allora uno come gli altri, dopo fonte di ispirazione per i più grandi
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Prima di diventare un simbolo, la maglia numero 10 era una tra le tante. Fu Pelé a farne un’icona, trasformandola nella più desiderabile delle casacche, spostandola per sempre nel territorio della mitologia e soprattutto caricandola di significati altri. E lo fece - questa è la cosa straordinaria - a sua insaputa, per un ghiribizzo del caso e per una carezza del destino. Accadde al Mondiale del 1958, nell’edizione svedese in cui apparve il ragazzo - aveva diciassette anni - che avrebbe cambiato la storia del calcio. I dirigenti della Selecao inviarono la lista dei giocatori alla FIFA, dimenticando però di indicare i numeri di maglia dei giocatori. Non era tra le priorità, diciamo così.

La lista della Seleçao senza i numeri

Il delegato della Fifa, sepolto dalle scartoffie nel suo ufficio di Stoccolma, prese in mano il foglio dei convocati del Brasile e fu assalito dal terrore. Mancavano un paio di giorni all’inizio de…

Prima di diventare un simbolo, la maglia numero 10 era una tra le tante. Fu Pelé a farne un’icona, trasformandola nella più desiderabile delle casacche, spostandola per sempre nel territorio della mitologia e soprattutto caricandola di significati altri. E lo fece - questa è la cosa straordinaria - a sua insaputa, per un ghiribizzo del caso e per una carezza del destino. Accadde al Mondiale del 1958, nell’edizione svedese in cui apparve il ragazzo - aveva diciassette anni - che avrebbe cambiato la storia del calcio. I dirigenti della Selecao inviarono la lista dei giocatori alla FIFA, dimenticando però di indicare i numeri di maglia dei giocatori. Non era tra le priorità, diciamo così.

La lista della Seleçao senza i numeri

Il delegato della Fifa, sepolto dalle scartoffie nel suo ufficio di Stoccolma, prese in mano il foglio dei convocati del Brasile e fu assalito dal terrore. Mancavano un paio di giorni all’inizio del Mondiale, toccava a lui compilare le schede, scrivere correttamente i nomi dei ventidue calciatori e divulgarli alla stampa. Provò quindi a contattare i dirigenti della nazionale brasiliana e a questo punto la storia contempla due versioni, che differiscono di poco e nulla cambiano della sostanza. La prima attribuisce ad un delegato brasiliano - uno fra i tanti, il primo ad arrivare nella sede della FIFA di Stoccolma - l’assegnazione dei numeri, fatta di fretta, senza star lì a pensarci tanto. Il portiere Gilmar si ritrovò con il numero 3, Garrincha con l’11, Didì con il 6, Vavà con il 20, Djalma Santos con il 4 e Pelé - anzi Edson Arantes do Nascimento - con il 10. La seconda versione suggerisce che fu l’anonimo segretario svedese a compilare di proprio pugno la lista, prendendosi la responsabilità - nemmeno poi tanta, all’epoca il numero era un orpello - di abbinare ad ogni nome un numero.

La 10 a Pelé solo per caso

Non ci fu un criterio preciso, ma il 10 capitato addosso a Pelé è la dimostrazione di come il Caso talvolta si serve degli uomini per portare a termine i suoi progetti. Il primo Pelé di Svezia con il numero 10 prese forma allo stadio Nya Ullevi di Göteborg, nel tardo pomeriggio del 15 giugno 1958: Brasile-Unione Sovietica 2-0, doppietta di Vavà, era la terza partita del girone. Nessuno poteva immaginare che in quel momento la dimenticanza dei dirigenti brasiliani e la scelta casuale di un oscuro impiegato aveva scatenato una sorta di “Big bang”, unendo il destino di quello che sarebbe diventato il re del mondo ad una maglia fin lì ignota al mito, ovvero la numero 10. Fino ad allora - l’abbiamo detto - il 10 era un numero come gli altri, tanto che nel mondiale precedente, disputatosi quattro anni prima in Svizzera, ad indossarla era stato tale Pinga, soprannome di José Lazaro Robles, ala sinistra del Vasco da Gama, non certo il migliore dei brasiliani.

Le prodezze in Svezia, e il numero divenne iconico

Ma in quell’estate svedese del 1958 Pelè - che in quattro partite segnò sei gol, compresi i due nella finale vinta 5-2 contro la Svezia - stupì il mondo con le sue magie. E il mondo vide la sua maglia. La numero 10, scrigno di una promessa, cassaforte dove è custodita la bellezza del calcio. Fu così che i grandi fuoriclasse che si diedero il cambio nella scrittura del romanzo del calcio - da Maradona a Messi, da Rivera a Zico, da Ronaldinho a Baggio, da Totti a Zidane - scelsero o comunque si videro incoronati con la 10, sperando in un riverbero di talento e coltivando l’illusione che una scintilla del fuoco di Pelé li sfiorasse e illuminasse il loro cammino.