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Maradona e l’anno d’oro delle sue squadre: dopo Argentina, Napoli e Barcellona anche il Boca a caccia del trionfo

L'omaggio luminoso per Diego Armando Maradona

 (afp)

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Il 30 ottobre avrebbe compiuto 63 anni. Dopo il Mondiale vinto dall’Albiceleste e i titoli nazionali degli azzurri e dei catalani, il club di Buenos Aires si gioca la Libertadores contro la Fluminense. Per chiudere un cerchio carico di significati
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Ottima annata per Diego Maradona, conclusa in quello che sarebbe stato il suo 63° compleanno (30 ottobre, lunedì scorso). Leo Messi, che brandendo l’ottavo Pallone d’oro non ha mancato di inviargli auguri affettuosi e persino deferenti, l’ha infine liberato dal fardello più pesante: Diego non è più costretto a ispirarci faticosi distinguo per mantenerlo davanti a Leo nelle classifiche — un po’ stucchevoli ma via, il calcio è un gioco — sul migliore di sempre. Il Mondiale vinto in Qatar ha tolto la foglia di fico estrema, che poi era sempre la stessa dal primo tentativo del 2006, e a parità di titoli iridati l’elenco degli altri successi non è in alcun modo paragonabile. Dodici campionati contro tre, quattro Champions contro una coppa Uefa, e pure con la Seleccion Leo è avanti di un’Olimpiade e una Copa America. È poi verissimo che non si vive di soli trofei, e l’esistenza irrequieta di Maradona l’ha reso quell’icona pop con cui Messi — col suo stile iperminimalista — non concorrerà ma…

Ottima annata per Diego Maradona, conclusa in quello che sarebbe stato il suo 63° compleanno (30 ottobre, lunedì scorso). Leo Messi, che brandendo l’ottavo Pallone d’oro non ha mancato di inviargli auguri affettuosi e persino deferenti, l’ha infine liberato dal fardello più pesante: Diego non è più costretto a ispirarci faticosi distinguo per mantenerlo davanti a Leo nelle classifiche — un po’ stucchevoli ma via, il calcio è un gioco — sul migliore di sempre. Il Mondiale vinto in Qatar ha tolto la foglia di fico estrema, che poi era sempre la stessa dal primo tentativo del 2006, e a parità di titoli iridati l’elenco degli altri successi non è in alcun modo paragonabile. Dodici campionati contro tre, quattro Champions contro una coppa Uefa, e pure con la Seleccion Leo è avanti di un’Olimpiade e una Copa America. È poi verissimo che non si vive di soli trofei, e l’esistenza irrequieta di Maradona l’ha reso quell’icona pop con cui Messi — col suo stile iperminimalista — non concorrerà mai, nemmeno se campasse cent’anni. Ma per quanto attiene al rettangolo di gioco, la partita è finita il 18 dicembre. «Messi è Maradona tutti i giorni», la famosa definizione di Jorge Valdano, fotografa alla perfezione quello che abbiamo ammirato negli ultimi 18 anni, il miracolo di un genio declinato con disarmante regolarità.

L’avventura dell’Argentina al Mondiale 2010

Chi ha vissuto la picaresca avventura dell’Argentina al Mondiale sudafricano del 2010, con Maradona ct e Messi numero 10, ricorda bene la disponibilità, quasi il desiderio, di Diego di lasciarsi superare dal suo pupillo perché soltanto così la sua figura avrebbe assunto l’aura perfetta riuscita al solo Johan Cruyff, ovvero la grandezza storica sia da giocatore che da allenatore. Un desiderio elevato a bramosia e sfociato in rabbia dopo l’umiliante sconfitta di Cape Town dai tedeschi, quando Diego fu anche volgare con i giocatori — il bersaglio imprecisato era ovviamente Leo — che prima di una gara importante stentano a reggerne la pressione. Il tempo ha poi appianato quel momento di collisione, com’era giusto che fosse, e fa sorridere l’astuzia di Papa Francesco che, richiesto di un parere sulla gerarchia dei suoi favolosi connazionali, e consapevole del fatto che qualsiasi scelta gli sarebbe stata contestata, se l’è cavata sterzando su Pelé. Un parere tecnico arguto e un gesto politico intelligente: il presidente brasiliano Lula aveva appena indicato Messi come esempio per tutti i giovani, a prescindere dalla nazionalità. Forse in Sudamerica — almeno lì! — stanno imparando il rispetto reciproco.

Lionel Messi alla premiazione del Pallone d'oro 2023

 

La liberazione di Diego da un peso

Il lettore razionalista può fermarsi qui, alla liberazione di Maradona da un peso, che poi è una nostra deduzione da parole di altri campioni che, una volta raggiunti (ultimo Panatta con Sinner), si dicono sollevati, anziché seccati come te li aspetteresti. Chi invece ragiona su altre frequenze, ed è curioso di armonie e disarmonie prodotte dal caso, avrà notato il destino felice delle squadre di Maradona in questa stagione, come se la leggerezza riconquistata si fosse diffusa lungo tutti i territori marcati. L’Argentina si è ripresa il titolo mondiale 36 anni dopo l’ultima volta, quella di Diego in Messico, e questa è la base di partenza della nostra gita nell’irrazionale. Anche il Napoli non vinceva lo scudetto da una vita — 1990, fanno 33 anni — e pure in quel caso c’era Diego. C’è ancora, peraltro. Il suo murale ai Quartieri Spagnoli è l’attrazione più ricercata dai croceristi che sbarcano per qualche ora, e immancabilmente quello chiedono.

Il Barcellona rivince il titolo dopo tre anni

Se le due squadre più amate da Maradona hanno coronato sogni a così lunga gittata, altre formazioni che gli sono state più brevemente care si sono godute una buona stagione. Il Barcellona, prima stazione europea di Diego, ha rivinto il titolo dopo tre anni di Madrid alternata (due Real, un Atletico), e malgrado un’asfissiante crisi finanziaria. Il Siviglia ha portato a casa la settima Europa League. Il passaggio in Andalusia di Maradona fu rapido, una stagione per 26 presenze e 5 gol: la stessa trattativa anomala venne condotta dalla Fifa per “liberare” Diego, reduce dalla squalifica per doping, e consentirgli di preparare il Mondiale ‘94. Si percepiva all’epoca la grande necessità di avere Maradona in campo negli Stati Uniti, perché quello non fu il torneo degli americani, ma delle tante minoranze emigrate in America. E Diego era caro al cuore di molte di loro.

Il Boca vuole al Maracanà la Copa Libertadores

Infine, c’è l’Argentina. Dove i contorni sfumano, e le sensazioni prosperano. La classifica del campionato terminato a luglio ha visto un altro titolo per i rivali del River Plate, è vero. Ma il suo Boca Juniors, settimo, aveva altri obiettivi, l’Argentinos Juniors in cui è cresciuto ha chiuso decimo, il Newell’s in cui trent’anni fa giocò 5 partite quattordicesimo. La squadra del distretto in cui è nato, il Lanus, ha fatto molto meglio di quella in cui è morto, il Tigre: quarto contro sedicesimo. Domani sera sapremo se la grazia diffusa sarà completa o, per chi non ci crede, se il caso si sarà divertito fino in fondo: il Boca gioca in trasferta al Maracanà la finale di Copa Libertadores, avversario il Fluminense. Le gerarchie sudamericane sono sempre fluide, perché a ogni sessione di mercato i giovani migliori partono e al massimo ritorna qualche vecchio lupo. Il Boca non sembrava possedere la forza per inerpicarsi fin qui, ma gli è bastato chiudere in parità gli ottavi col Nacional, i quarti col Racing e la semifinale col Palmeiras per prevalere ogni volta ai rigori (grandi prove del 36enne Sergio Romero, portiere del ct Maradona nel 2010). La squadra del vecchio borgo genovese di Buenos Aires ha richiamato a Rio 150 mila tifosi a fronte dei 30 mila biglietti disponibili, hanno aperto il Sambodromo per piazzarne almeno 60 mila davanti ai maxi schermi. Se a Diego riuscisse l’ultimo miracolo, la coppa verrebbe esposta alla Bombonera, stadio del Boca, il 17 novembre in occasione di Argentina-Uruguay, Messi contro il Loco Bielsa ct della Celeste. E se non vi commuove nemmeno questo, veniamo fuori con le mani alzate.

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