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Il fantacommento

Fenomeno Berardi, milanesi a terra

Poker del 19enne calabrese, il Sassuolo fa saltare Milan e Allegri. Inter in panne anche contro il Chievo. Juve, 11 vittorie di fila: solo merito suo?

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ROMA - Nei primi 77 anni di storia della serie A a girone unico, solo tre squadre erano riuscite nell’impresa di raggiungere la doppia cifra in fatto di successi consecutivi in un campionato, fermandosi proprio a 10. Protagoniste la Juve di Carcano nella stagione 1931-’32, il Milan di Czeizler nel 1950-’51 e il Bologna di Bernardini nell’anno dell’ultimo scudetto rossoblù (1963-’64). Tutto questo fino al 2005. Poi, nei seguenti 8 anni e mezzo, mettere in fila vittorie su vittorie è diventata un’abitudine. Dalla Roma di Spalletti (11 nel torneo 2005-’06), all’Inter di Mancini l’anno dopo (17, l’attuale record), fino ai due exploit di questa stagione: le 10 perle della Roma di Garcia all’inizio e adesso il record societario della Juve, che col trionfo di Cagliari è arrivata a quota 11. Al di là dei complimenti di rito, vi sembra normale?

No, non è più la serie A dei vostri padri. E nemmeno dei vostri fratelli maggiori. Altrimenti bisognerebbe porre questa Juve sullo stesso piano di quella di Platini e Boniek (che ai 2 scudetti aggiunse una Coppa delle Coppe e una Coppa dei Campioni), o di Lippi, Del Piero e compagnia (3 titoli nazionali e altrettante finali di Champions League, con un successo). C’è chi ci ha provato, cavalcando l’onda emozionale del momento, ma è sufficiente l’uscita dall’Europa che conta in un girone con Galatasaray e Copenaghen a smascherare il bluff. Questa Juve è una buonissima squadra, intendiamoci, ma di “straordinario”, per usare un aggettivo tanto caro ad Antonio Conte, c’è solo la pochezza di un buon 80% degli avversari, rispetto ai primi cent’anni abbondanti di storia del calcio italiano. Si “salvano” solo Roma e Napoli e parzialmente la Fiorentina, il resto, francamente, è un pianto greco.
 
A partire dalle milanesi, le più grosse delusioni fin qui. Dal crollo del Milan al cospetto del Sassuolo, costato la panchina ad Allegri, in quella che doveva essere la notte di Honda e nella quale invece flash e riflettori si spostano ben presto sul 19enne Berardi, più giovane “pokerista” della storia della serie A dopo Silvio Piola. Illusorio il doppio vantaggio firmato Robinho-Balotelli, che, anzi, ha l’effetto di far staccare ai rossoneri la spina della concentrazione dopo nemmeno un quarto d’ora. Poi ci si mette anche la sfortuna, sotto forma di legni a sputare il possibile 3-4 di Honda e, dopo il gol di Montolivo, un pari praticamente fatto cestinato da Pazzini. Ce ne sarà di lavoro per un Seedorf alla prima esperienza in panchina. Perché le amnesie che riesce a sommare in appena 90’ la coppia Zapata-Bonera sono… “straordinarie”. Così come “straordinaria” è l’involuzione dell’Inter di Mazzarri, che non sarà a sua volta fortunata (nel suo caso con gli arbitri), ma di suo, per aiutarsi, ci mette ben poco. Recupera subito col quinto centro stagionale di Nagatomo l’eurogol di Paloschi in avvio, poi evapora. Col Chievo, a San Siro. Negli ultimi due mesi (dal 2-0 al Livorno del 10 novembre) i nerazzurri hanno vinto solo il derby, aggiungendo 4 pareggi e 3 sconfitte, Coppa Italia compresa.
 
“Straordinario” è lo zero assoluto confezionato offensivamente dalla Lazio a Bologna, tanto che persino Klose si adegua, gettando nel tritarifiuti l’unica opportunità del match dopo l’isolato, benché acciecante, lampo con l’Inter di lunedì scorso. E “straordinario” è il divario restituito dal campo nella sfida che opponeva in casa la quinta forza del campionato alla terza. Doveva essere una trasferta insidiosa quella di Verona per il Napoli, invece il sempre più convincente Mertens, Insigne (primo gol in campionato) e Dzemaili (specializzato in tap-in vincenti sulle respinte dei portieri: è il terzo di fila) la trasformano in poco più di una gita, issando Benitez a quota 42 punti alla fine del girone d’andata. Che in proiezione sarebbero 84 a fine campionato, quota alla quale si sarebbero vinti 4 degli ultimi 5 campionati. In questo, sempre in proiezione, al momento varrebbero solo il terzo posto a 20 punti dalla prima…
 
“Straordinario” è il dato dei tiri in porta, nello specchio e fuori, che riesce a totalizzare Genoa all’Olimpico: zero. La Roma si rialza così dopo il ko di Torino e si concede pure gli effetti speciali. Quelli di Florenzi, con la sua splendida rovesciata, prima che Totti, Maicon e Benatia (gol numero 5 anche per lui) archivino la pratica. Dopo di che… sì, straordinaria è anche la capacità della Juve di non distrarsi mai, vincendo le partite che deve vincere senza sottovalutare mai nessuno e riemergendo con la calma dei forti anche dalle (poche) situazioni difficili che qua e là le si presentano. Come a Cagliari, dove va sotto (Pinilla) e rischia di incassare anche il 2-0 (errore di Conti), ma poi Llorente (doppietta) e gli strafalcioni di Adan su Marchisio e Lichtsteiner scrivono l’ennesima pagina di gloria. Quella che vale una virata a quota 52 punti, come ai tempi di Capello (2005-’06), con 46 reti all’attivo, come in A, alla 19ª giornata, non accadeva da 52 anni (Milan 1961-’62).
 
Troppo spuntate per pungere, Torino e Fiorentina si adagiano su uno 0-0 quasi fisiologico, risultato che consente al Parma di raggiungere i granata al settimo posto, grazie al guizzo iniziale di Palladino e alla doppietta di un rinato Amauri nel finale, che condannano il Livorno all’ennesima sconfitta (un punto in 8 partite) e Nicola a svuotare l’armardietto: tocca a Perotti. Respirano invece Atalanta e Sampdoria. I lombardi piegano il Catania nella nebbia con Denis e Moralez (accorcia Leto), i blucerchiati si affidano ad Eder (altri due gol, e fanno 9 per il brasiliano) per gettare sale sulle ferite dell’Udinese, ora ad appena 4 punti dalla zona rossa. Arrotonda Gastaldello.
 
Trenta gol il consuntivo di giornata, con 3 rigori tutti a segno (Amauri, Denis ed Eder) e altrettante doppiette, tra cui quelle degli stessi Amauri ed Eder, anche se l’unica da +6 è quella messa a segno da Llorente. Che sparisce, però, insieme a tutto il resto, di fronte all’exploit di Domenico Berardi. L’anno scorso, di questi tempi, celebravamo il poker di Maurito Icardi al Pescara, con la maglia della Samp, ad appena 19 anni e 11 mesi. Ebbene, il ragazzo di Calabria è riuscito a fare anche meglio, celebrando i suoi primi 4 gol tutti insieme a 19 anni e 5 mesi. Meglio anche di Meazza (19 anni e 8 mesi). Più precoce di lui il solo Silvio Piola, che firmò 4 reti il 22 novembre 1931 in Alessandria-Pro Vercelli 4-5, quando aveva 18 anni e 2 mesi scarsi. Per inciso, per Berardi fanno 11 reti, con già due performance da 3 o più gol in appena 14 partite giocate al suo primo anno di serie A. E per metà è già della Juventus, pure lui. Nomi illustri, infine, tra le primizie stagionali del gol: hanno dovuto aspettare l’ultima d’andata per timbrare il cartellino giocatori solitamente ben più prolifici come Marchisio e Insigne, ma anche difensori dal grilletto abitualmente facile come Lichtsteiner e Gastaldello.
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