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Mondiale Under 17, cinque motivi per ammirare le ragazze

Dalla grande correttezza, alla mancanza di simulazioni, alla esultanza 'normale'. La rassegna che ha visto l'Italia perdere in semifinale dalla Spagna è da considerare come un vero esempio
di PAOLO GHISONI

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ROMA - Fuori con la Spagna in semifinale. In una maniera aperta a mille rimpianti. Due rigori uno più inesistente dell'altro. Dopo che le ragazze di Sbardella avevano tenuto testa (e di questi tempi non pare male) alle spagnole vice-campioni d'Europa. Osservando la reazione composta di Serturini e Peresotti quando fischiano contro i due penalty, nella negatività patriottica del momento, riesci però a ivivere l'essenza del calcio senza condizionamenti. Quasi da oratorio, nel termine più puro ed educativo del termine. Le due ragazze si disperano in maniera diversa. Ma in casa propria. Chiedendo alla compagna di turno se il fallo di mano in barriera ci fosse o meno. Oppure nel condividere col proprio portiere il mistero della trasformazione di un netto anticipo sulla palla nel secondo rigore contro. L'arbitro? Un accessorio, un orpello, una variabile impazzita.
Che può decidere nel bene o nel male (contro il Ghana andò bene). Da maneggiare quindi con cura. Non dandogli la chanche di fare danni. Un po' come nelle partite tra amici nelle quali può incidere il classico "fischietto in prestito " appesantito dal brasato della suocera o
reduce dall'infortunio. Che ti fischia fuorigioco (o rigore..) a 80 metri dall'azione, seduto su una panchina.

Ecco, nello sguardo disperato delle due nostre ragazze, sebbene a migliaia di chilometri di
distanza e alle 5 di notte ho ravvisato soprattutto questo. Un rimprovero prima di tutto a se stesse. Per l'ingenuità e l'imperizia di essere cadute nella trappola. Che condanna un gruppo meraviglioso ad un epilogo ingiusto. E che ci da lo spunto per tracciare su carta altre sensazioni sul rapporto gioco-campo-comportamenti non solo delle azzurre. A partire dal punto appena analizzato.

- Nessuna protesta con l'arbitro. Cronometro alla mano, al massimo si dedicano dieci
secondi nel tentativo di far cambiare idea al direttore di gara. Poi si ricomincia a correre. Vedere i quasi 5 minuti di Rizzoli e c. per decidere se è rigore o meno fan veramente sorridere. Qui i match durano a volte anche 80'. E dilapidarne cosi tanti in inutile caciara
significa non avere fiducia nel poter rimediare a eventuali propri errori (o a quelli altrui..)

- Nessuna simulazione. Si gioca mettendo tutta la birra che si ha in corpo. E se per caso nei normali contrasti di gioco si va a contatto e si cade, vale la legge del più forte. E non del più furbo. Ovvero; chi sta in piedi (e non chi cade) è vincente.

- Nessuna violenza verbale e fisica da parte dei  tifosi. Tifosi che reclamano a pieno titolo questo sostantivo. Perché si ritrovano in uno stadio per inneggiare ( e non dileggiare..) spesso a braccetto con chi sostiene le avversarie. E si contrappongono ai da me definiti "animali selvaggi da stadio". Da distinguere dai domestici. Ovvero quelli che sanno contenere gli istinti anche impellenti. Il mio cane i bisognini in casa non li fa piu'. Un animale selvaggio da stadio non riesce a trattenere manco un insulto. Figuriamoci quando
c'è da menar le zampe.

-Nessuna esultanza bizzarra o paradossale. Un gol è gioia. Soprattutto gioia se ami la divisa che indossi. Tralasciando copioni studiati ad arte ( dai vari "consigliori") viene
naturale chiedersi il motivo per il quale si senta il bisogno di levarsi una maglia che in quel momento ti da la chanche di essere li. E che tu, al culmine emotivo, dovresti ringraziare, baciare, stringere o al massimo sventolare. Non certo liberartene con un gesto convulsivo repulsivo. Freud di sicuro l'avrebbe segnalata a Bonan e Di Marzio come spunto trattativa per Calciomercato

-Nessun procuratore. Le ragazze non guadagnano. Se non rimborsi spese. Di conseguenza non son ricercate e corteggiate da una categoria che tendenzialmente in un mercato del lavoro normale non esisterebbe. Sono io che tratto il miglior ingaggio per le mie qualita'. Per quale motivo riconoscere una percentuale a chi le va a raccontare al miglior offerente se ho il dono della parola e del congiuntivo? Ricordo un Oliver Bierhoff varcare la sede di Via Turati con tanto di "24ore", entrare nell'ufficio di Galliani e aprirla controllando quale fosse l'ordine del giorno. Primo. Pagarsi le bollette. Secondo la retta dell'asilo, etc.. Fantascienza. Attualmente tutto demandato all'immancabile amico tuttofare.

- Nessuna isteria tra allenatori avversari. Enrico Sbardella, ct della Under 17, non vede l'ora di riincontrare i colleghi nelle varie manifestazioni. Ma non solo per batterli. Quanto soprattutto per condividere metodologie di lavoro e idee innovative. Un match femminile
tra coach non è mai in primis uno scontro ma un confronto. Per crescere insieme. E per far fruttare il meglio possibile il poco  materiale umano e tecnico a disposizione. Qui perdere un talento (risorsa) è una sconfitta. Come professionista ma anche come educatore. Tra i maschetti sai quante volte ho sentito la frase . "Bravino, coi piedi tanta roba. Si sarà perso non aveva la testa. O le palle..". Ecco. Qui questo rischio davvero non si corre.

 
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