TORINO - L'Italia ha ritrovato la pace proprio nell'arena in cui temeva di perderla per sempre. Solo applausi, allo Stadium, per Antonio Conte e per i suoi azzurri: il rischio che la Torino bianconera boicottasse la Nazionale è rimasto quello che era, un cinguettio, una minaccia virtuale partorita dai social network e lì tramontata. Contro l'Inghilterra, nell'aiuola domestica nella quale ha costruito i suoi tre scudetti consecutivi, il ct non solo ha siglato una tregua col suo passato ("Con John Elkann l'incidente è chiuso", ha detto) ma ha anche ritrovato sprazzi di bel gioco, personalità, aggressività della sua squadra, che s'era spaventata e un po' perduta a Sofia. Il pari con gli inglesi, giusto, alla luce delle parate di Buffon su Rooney, pur se maturato nel finale per una disattenzione su Townsend, restituisce speranze al calcio italiano, che di solito arrossisce al paragone con il modello anglosassone. La distanza siderale fra Serie A e Premier League s'annulla quando giocano le Nazionali, com'era successo a Manaus, quando gli azzurri di Prandelli cominciarono il Mondiale con il 2-1 sull'Inghilterra, foriero di illusioni presto sbugiardate.
Cosa resta di questa intensa settimana azzurra? Prima di tutto, la conferma di un rapporto sempre teso fra l'Italia e i club. Oltre le promesse fatte a Conte alla firma del contratto, la collaborazione con la Lega di A per ricostruire insieme il calcio italiano non c'è e non ci sarà. Il caso Marchisio è stato l'apice di una dialettica avvelenata con la Juventus, che resta in lite con la Figc per il risarcimento post Calciopoli. La richiesta da 443 milioni di danni rischia di mettere in ginocchio la Federazione, che d'altra parte è disponibile a dialogare su tanti punti con i bianconeri (scudetti revocati, riforma dei campionati, apertura alle seconde squadre, riforma del settore tecnico) a condizione che l'azione civile venga ritirata. Inevitabili i riflessi sulla relazione fra la Nazionale e Conte, da un lato, e il suo principale serbatoio di atleti, dall'altro. Il sorriso ritrovato del commissario tecnico giunge in coda a giorni di fuoco, in cui ha seriamente pensato alle dimissioni, anzi, ha fatto "pensieri persino peggiori". "Sono stato chiamato per dare una scossa, lo faccio a volte con le buone, a volte con le cattive. Bisogna crescere, dare continuità al nostro lavoro", ha spiegato lui.
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L'amichevole di Torino ha restituito credito alla difesa, fin qui punto di forza della nuova gestione, e suggerito speranze per l'avvenire: la conferma di Eder, la buona prova di Darmian sulla sinistra, il debutto sorprendente di Valdifiori, il ritorno al gol di Pellè. Valdifiori, in particolare, è stato citato ad esempio dal ct: "Non guardo al curriculum, ha esordito bene, senza problemi. Sto davvero allargando la rosa dei giocatori per questa Nazionale. Balotelli? Mi auguro che giochi nel Liverpool, abbiamo bisogno di segnali importanti da lui, Borini, Giovinco, Osvaldo, quelli che sono all'estero e seguiamo. Non chiudo la porta a nessuno, perché non me lo posso permettere". Un'apertura anche questa: fino a ieri, Conte aveva deciso di non rispondere più a quesiti su Mario il discolo. Restano due grosse ombre su cui lavorare da qui a giugno, quando a Zagabria l'Italia sfiderà la Croazia per il primato nel gruppo H. La prima: manca ancora un vero finalizzatore, le reti sono state distribuite equamente (due Chiellini e Pellè, una Immobile, Zaza, Bonucci, Candreva, De Rossi su rigore, Okaka, Eder e un'autorete). Contro gli inglesi, ricordava Conte, i migliori realizzatori storici della Nazionale erano Chiellini e Bonucci.
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Pure la prima Juventus di Antonio, se si vuole, vinse lo scudetto con 10 gol di Matri, unico in doppia cifra, e mandò a segno 20 giocatori diversi. L'altra nota riguarda Marco Verratti, il più atteso in questa fase di ricostruzione: sempre sotto esame in azzurro, non ha ingranato la marcia giusta in Bulgaria, è parso spaesato nella mezzora finale con gli inglesi. Col rientro di Pirlo e Marchisio, Conte potrebbe valutare di cambiargli destinazione e di provarlo da interno.
Cosa resta di questa intensa settimana azzurra? Prima di tutto, la conferma di un rapporto sempre teso fra l'Italia e i club. Oltre le promesse fatte a Conte alla firma del contratto, la collaborazione con la Lega di A per ricostruire insieme il calcio italiano non c'è e non ci sarà. Il caso Marchisio è stato l'apice di una dialettica avvelenata con la Juventus, che resta in lite con la Figc per il risarcimento post Calciopoli. La richiesta da 443 milioni di danni rischia di mettere in ginocchio la Federazione, che d'altra parte è disponibile a dialogare su tanti punti con i bianconeri (scudetti revocati, riforma dei campionati, apertura alle seconde squadre, riforma del settore tecnico) a condizione che l'azione civile venga ritirata. Inevitabili i riflessi sulla relazione fra la Nazionale e Conte, da un lato, e il suo principale serbatoio di atleti, dall'altro. Il sorriso ritrovato del commissario tecnico giunge in coda a giorni di fuoco, in cui ha seriamente pensato alle dimissioni, anzi, ha fatto "pensieri persino peggiori". "Sono stato chiamato per dare una scossa, lo faccio a volte con le buone, a volte con le cattive. Bisogna crescere, dare continuità al nostro lavoro", ha spiegato lui.
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L'amichevole di Torino ha restituito credito alla difesa, fin qui punto di forza della nuova gestione, e suggerito speranze per l'avvenire: la conferma di Eder, la buona prova di Darmian sulla sinistra, il debutto sorprendente di Valdifiori, il ritorno al gol di Pellè. Valdifiori, in particolare, è stato citato ad esempio dal ct: "Non guardo al curriculum, ha esordito bene, senza problemi. Sto davvero allargando la rosa dei giocatori per questa Nazionale. Balotelli? Mi auguro che giochi nel Liverpool, abbiamo bisogno di segnali importanti da lui, Borini, Giovinco, Osvaldo, quelli che sono all'estero e seguiamo. Non chiudo la porta a nessuno, perché non me lo posso permettere". Un'apertura anche questa: fino a ieri, Conte aveva deciso di non rispondere più a quesiti su Mario il discolo. Restano due grosse ombre su cui lavorare da qui a giugno, quando a Zagabria l'Italia sfiderà la Croazia per il primato nel gruppo H. La prima: manca ancora un vero finalizzatore, le reti sono state distribuite equamente (due Chiellini e Pellè, una Immobile, Zaza, Bonucci, Candreva, De Rossi su rigore, Okaka, Eder e un'autorete). Contro gli inglesi, ricordava Conte, i migliori realizzatori storici della Nazionale erano Chiellini e Bonucci.
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Pure la prima Juventus di Antonio, se si vuole, vinse lo scudetto con 10 gol di Matri, unico in doppia cifra, e mandò a segno 20 giocatori diversi. L'altra nota riguarda Marco Verratti, il più atteso in questa fase di ricostruzione: sempre sotto esame in azzurro, non ha ingranato la marcia giusta in Bulgaria, è parso spaesato nella mezzora finale con gli inglesi. Col rientro di Pirlo e Marchisio, Conte potrebbe valutare di cambiargli destinazione e di provarlo da interno.