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Avvisto Maradona. Anche Mancini evoca il fantasma di Diego

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Le apparizioni del Pibe si moltiplicano. E il ct schiera un argentino contro gli inglesi nello stadio a lui dedicato
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Ci vorrebbe un fantasma. Lo stesso che apparve a Wembley durante la "Finalissima" tra Italia e Argentina, in una foto che ha in primo piano Leo Messi, sfuocato, e sugli spalti, nitido, un tizio gordo, in tuta, il viso seminascosto dalla visiera di un cappello sulla testa abbassata, la barba di qualche giorno. Lo stesso riavvistato poi in Argentina, mentre giocava il Gimnasia La Plata (piumino, altro cappello, niente barba). O, più a sorpresa, in Scozia, alle spalle di un giocatore del Dundee che rilascia un'intervista, mentre si allena (pantaloncini, capelli ricci e scuri, ringiovanito). In forma di nuvola (che bacia una coppa) nel cielo sopra il rio Paraná. Da ultimo, il 9 marzo scorso, (in sedia a rotelle) proprio a Napoli, in marcia d'avvicinamento verso lo stadio con il suo nome, dove domani si affrontano la quasi sua Italia e la nemica Inghilterra e perché vinca la prima occorrerebbe un mezzo miracolo, o un fantasma intero: quello di Diego A…

Ci vorrebbe un fantasma. Lo stesso che apparve a Wembley durante la "Finalissima" tra Italia e Argentina, in una foto che ha in primo piano Leo Messi, sfuocato, e sugli spalti, nitido, un tizio gordo, in tuta, il viso seminascosto dalla visiera di un cappello sulla testa abbassata, la barba di qualche giorno. Lo stesso riavvistato poi in Argentina, mentre giocava il Gimnasia La Plata (piumino, altro cappello, niente barba). O, più a sorpresa, in Scozia, alle spalle di un giocatore del Dundee che rilascia un'intervista, mentre si allena (pantaloncini, capelli ricci e scuri, ringiovanito). In forma di nuvola (che bacia una coppa) nel cielo sopra il rio Paraná. Da ultimo, il 9 marzo scorso, (in sedia a rotelle) proprio a Napoli, in marcia d'avvicinamento verso lo stadio con il suo nome, dove domani si affrontano la quasi sua Italia e la nemica Inghilterra e perché vinca la prima occorrerebbe un mezzo miracolo, o un fantasma intero: quello di Diego Armando Maradona.

Non facciamoci suggestionare, ma succedono cose. Fatti concreti, clamorosi. L'Argentina vince il Mondiale dopo 36 anni. La volta precedente c'era lui, a evocare la mano di Dio per punire gli inglesi. L'ultima si è reincarnato in Messi, donandogli quell'inedita, caparbia spavalderia esibita nella fuga con assist per il 3-0 alla Croazia. Dice: l'Argentina era una favorita. Certo, ma lo era, forse di più, nel 2014, in Brasile, Messi con otto anni in meno. Avevano tutto, meno il fantasma. Poi succede questo Napoli meraviglioso, che va a riprendersi lo scudetto dopo 33 anni. E non c'è chi possa onestamente dire di averlo considerato favorito alla vigilia. Eppure aveva fatto i compiti, in forma di scongiuri. Il volto di Maradona sulle maglie, come una laica sindone. Lo stadio ribattezzato davvero, non come a Milano, dove Meazza non ha mai sfrattato San Siro. San Paolo, che era costui?

I santi, di questo dobbiamo parlare. Scriveva lunedì scorso Ilvo Diamanti del rapporto tra calcio e religione, di una fede affievolita per calo di credibilità (o di creduloneria?). "Io scelgo di credere" è l'hashtag che accompagna invece le ripubblicazioni sui social delle apparizioni del Diego redivivo. Il calcio sta diventando ateo. La scomparsa delle bandiere è paragonabile alla cancellazione dal calendario dei santi, quelli che secondo alcuni rendono anche il cattolicesimo politeista. Mancano i patroni delle città, l'ultimo ad andarsene è stato Francesco (Totti). Se ci sono, poi migrano, in un multiverso di paradisi. Si costruiscono altari smontabili, le statuine votive di San Gregorio Armeno hanno il cartellino del prezzo (Osimhen 150 milioni, Kvaratskhelia di più ogni settimana che passa). Maradona permane, in una trasfigurazione che lo porta ad accostarsi a San Gennaro e "Santa Evita". Il sangue versato. La fine prematura. Il mistero della/e salma/e.

Sono postume le sue interferenze con il destino e la beatificazione le pretende in vita. Il culto a lui dedicato (820 mila seguaci in 60 Paesi) sostiene ci siano state anche quelle e sarebbe pronto a portarle, con tanto di moviola e Var, al dicastero delle cause dei santi. Ma noi siamo qui, alla vigilia di una partita che riannoda un filo spezzato. Si vinsero gli Europei in finale con l'Inghilterra, si riparte negli Europei, dalle qualificazioni, con l'Inghilterra. Nella vittoria s'è persa la fede, resta la speranza. Per carità, giocare a Napoli è una provocazione, in senso stretto, una ricerca di effetti speciali. Rimarrà sempre visibile la cicatrice del '90 (Maradona, avversario in campo). Tre pareggi e una sconfitta nelle ultime 4 partite (e con Danimarca, Serbia-Montenegro, Lituania, Armenia). Era il 2013, poi più niente.

Il fantasma, l'apparizione, l'evento straordinario sono tutti esiti precostituiti. Accadono perché li andiamo cercando. È come per le coincidenze: l'autostrada si affollerà di automobili rosse se le inseguiremo di quel colore. Tra le migliaia di volti in una curva di stadio ci sarà chi somiglia a Gianluca Vialli e chi a Burt Bacharach, basta avere pazienza, vista e fantasia. Di credere, è vero, si può scegliere, si vuole farlo. A quel punto: nella storia migliore, che è sempre quella salvifica, contro ogni ragione. Senza il fascino dei meccanismi insondabili ogni cosa si riduce a uno zero a zero. Roberto Mancini si mostra un uomo pratico, non risulta abbia interesse per il soprannaturale, ma se ti manca un centravanti e vai a pescarlo in Argentina, ammettilo: ci stai provando anche con Diego, non si sa mai.