Il più mancino dei tiri. Una pec dalle vacanze inguaia il calcio italiano
di Maurizio CrosettiRoberto Mancini
(agf)Si sta insieme cinque anni e poi ci si molla con una pec da Mykonos? Che tristezza questo addio che scivola come un cubetto di ghiaccio lungo la schiena della Nazionale, che pessimo colpo di testa da parte del genio dei colpi di tacco. Ci mancava solo che Roberto Mancini convocasse parenti e amici a una festa, per umiliare al microfono la sua bella tra sguardi attoniti, non prima del matrimonio, in questo caso, ma dopo. E poi, benedetto ragazzo: non ti licenziano quando ti fai cacciare dal Mondiale dalla Macedonia del Nord, anzi ti fanno super commissario straordinario azzurro, e te ne vai con un messaggio di posta certificata?
Il più mancino dei tiri è stato giocato in un quasi Ferragosto qualunque, serrande abbassate e strade deserte, un Sorpasso spericolato (anche Trintignant, in quell’indimenticabile film, si chiama Roberto), però qui è la Nazionale a finire nel burrone o a rischiare di. Mancano tre settimane ai primi verdetti contro Macedonia del Nord (a volte ritornano) e Ucrain…
Si sta insieme cinque anni e poi ci si molla con una pec da Mykonos? Che tristezza questo addio che scivola come un cubetto di ghiaccio lungo la schiena della Nazionale, che pessimo colpo di testa da parte del genio dei colpi di tacco. Ci mancava solo che Roberto Mancini convocasse parenti e amici a una festa, per umiliare al microfono la sua bella tra sguardi attoniti, non prima del matrimonio, in questo caso, ma dopo. E poi, benedetto ragazzo: non ti licenziano quando ti fai cacciare dal Mondiale dalla Macedonia del Nord, anzi ti fanno super commissario straordinario azzurro, e te ne vai con un messaggio di posta certificata?
Il più mancino dei tiri è stato giocato in un quasi Ferragosto qualunque, serrande abbassate e strade deserte, un Sorpasso spericolato (anche Trintignant, in quell’indimenticabile film, si chiama Roberto), però qui è la Nazionale a finire nel burrone o a rischiare di. Mancano tre settimane ai primi verdetti contro Macedonia del Nord (a volte ritornano) e Ucraina, poi l’Inghilterra a ottobre, e il super commissario prende e se ne va. E dopo la pec, il post su Instagram, sembra una canzone di Gabbani. Chi ci crede? Questo colpo di testa lascia il calcio azzurro seduto per terra, costretto a una soluzione rapidissima, forse frettolosa, di certo rischiosa, e magari poi il Mancio va in Arabia.
Il genio si nutre d’ombra. Se lo capissimo sempre, saremmo come lui. La vita spericolata di Roberto Mancini ha già ospitato scarti laterali, qualche mattana, non poche polemiche e altrettante fughe verso nuovi orizzonti, sempre assai remunerati. Il tormento si vede dallo sguardo, le tempeste trovarono sfogo in liti o dissapori con colleghi (Sarri, Ulivieri), diti medi rivolti al pubblico ostile, gesti contro le tribune stampa, come quando segnò un famoso gol al debutto europeo dell’88 dell’Italia, ma appena altri tre ne seguiranno. Storia difficile, la Nazionale, per lui, pessimo inizio da ragazzino con Bearzot che gli mise una croce sopra dopo un rientro in hotel a tarda ora (prima convocazione, Canada), zero minuti in campo a Italia 90, non convocato nel ’94. Sembrava tutto ricomposto, anzi sublimato nella notte di Wembley, ma lui aveva già il dito sulla tastiera.
Non se ne andò quando doveva, o quando dovevano farlo altri, cioè il 24 marzo 2022, Palermo. E se ne parte invece adesso, così, nel peggiore dei modi e dei tempi. Risibili le svariate ipotesi, le questioni sullo staff, i rapporti interni. Era agitato da un po’, dicono. Anzi, svuotato. La moglie Silvia che chiama il presidente federale e gli lascia capire, gli fa intuire, poi l’icona di una busta che appare sullo schermo di Gravina. Colpevole, qui, solo di avergli concesso tutto, troppo.
Aveva chiesto i pieni poteri per non sapere che farsene, una specie di Mancini/Salvini ma questa non è una filastrocca, è una farsa. La sciarpa meglio annodata del calcio internazionale perde la morbidezza del cachemire, tessuto molto amato dal protagonista, e diventa carta vetrata. Un’abrasione del sentimento e del ricordo, anche. Perché Roberto Mancini sarà per sempre l’altra metà dell’abbraccio più profondo del calcio, l’altra metà di Vialli. Il pianto dei due amici è un terremoto interiore che non smetterà di scuoterci, eppure adesso è come se un pezzo di quella foto sbiadisse. O chissà che nel tumulto del Mancio non agisca pure la perdita di Luca, non c’è entusiasmo nella tristezza, ci si può accorgere che una storia è finita anche interpretando segnali diversi. Se invece fosse solo questione di soldi, come pare, sarebbe brutto e basta.
Di sicuro mancano pezzi per mettere insieme queste ore assurde, le dimissioni senza spiegazioni. Ma tutto riguarda un senso d’incompiuto che da sempre accompagna Roberto Mancini, calciatore sublime e allenatore di successo, però ogni volta fermo a un centimetro dal sole. Lui sorride così poco, e a denti stretti. Sposta i capelli con gesto meccanico, un tic per prendere tempo. Non è simpatico, è sovente acido anche se piace alla gente che piace come la vecchia pubblicità di quell’auto che era, a dirla tutta, una scatoletta. Un uomo inquieto, imprevedibile, in area di rigore e di più fuori. A un certo punto sembrava sereno, invece “nuovo messaggio di posta elettronica, invia/ricevi, clic”. Aveva solo messo il tablet in carica.