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Buffon: “Torno in Nazionale per mettere il mio mattoncino. Spalletti uomo giusto al momento giusto”

Buffon: “Torno in Nazionale per mettere il mio mattoncino. Spalletti uomo giusto al momento giusto”
(fotogramma)
Il nuovo capodelegazione ha le idee chiare: “Unione, condivisione, miglioramento sono le parole adatte a questo mio nuovo ruolo, che mi rende un uomo felice”
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Firenze - "Sono molto felice, ringrazio soprattutto il ct per la fiducia. Non era dovuto, né scontato. Unione, condivisione, miglioramento sono le parole adatte a questo mio nuovo ruolo, che mi rende un uomo felice, torno in un ambiente che conosco bene. Voglio dare un piccolo contributo, mettere un mattoncino per quello che verrà". Cinque anni sono passati dall'ultima volta di Buffon in Nazionale. Abdicò a Manchester, nello stadio del City, il 23 marzo 2018: Argentina-Italia 2-0, prima delle due amichevoli del breve interregno di Di Biagio ct, tra le gestioni Ventura e Mancini. Fu la sua presenza numero 176, l'ottantesima da capitano, dopo 24 anni di vita a Coverciano e 214 convocazioni.

Sono cifre da record e lasciavano già presagire allora che il filo fosse destinato a riannodarsi. Succede adesso che Buffon ha 45 anni e ha appena smesso di giocare col Parma, la squadra del suo debutto, altro filo che si è riannodato. Questo, però, è il più logico di tutti, in un ruolo non di facciata: capodelegazione di una Nazionale che riparte per un nuovo ciclo con Spalletti ct e che, dopo l'Europeo vinto da Mancini, è ripiombata nell'incubo del Mondiale qatarino mancato in fotocopia di quello russo perso con Ventura ct: una ferita grande per Buffon stesso, che di quella squadra era il capitano.

Spalletti, segnale significativo, era in platea ad ascoltare il nuovo capodelegazione, ruo ereditato dal presidente federale Gravina e che era stato ricoperto da Gianluca Vialli. Vialli e Gigi Riva, team manager storico e simbolo azzurro, sono i due punti di riferimento dichiarati di Buffon: "Di Gianluca il ricordo è bellissimo, avevamo un rapporto straordinario anche fuori dal campo, ci scambiavano le vecchie maglie. Non posso avere la presunzione di essere come lui, non ne sarei all'altezza. Sarò quello che sono sempre stato e che è stato apprezzato".

Nelle nuove generazioni è cambiata la percezione della maglia azzurra, meno sentita. Non è un caso che il ct abbia calcato sul concetto del senso di appartenenza: "Io penso che come in tutte le cose sia importante la percezione della storia. Io cresciuto col mito di Paolo Rossi e Zoff, vedere qui Riva era per me come vedere un monumento grazie ai racconti di mio padre, a quello che mi aveva trasmesso la mia famiglia. Ecco, i giovani li puoi aiutare appassionandoli per cercare di avvicinarli".

L'addio alla Nazionale è stato senza quella partita di congedo ad hoc che era stata spesso ventilata: "Non ho fatto la gara d'addio perché non mi rappresenta. È essere aggrappato al passato, è malinconico, io guardo al futuro. Non è stato difficile smettere alla mia età. Arrivavo ai playoff in condizione psicofisica ottimale, col Parma, eppure sono riuscito a farmi male. L' ho visto come un segnale della natura, a Cagliari avevo già deciso di smettere".

I portieri del futuro sono già pronti, assicura: "Quelli che sono qui con Donnarumma: Meret, Vicario, Provedel. Ce ne sono 5 6 di altissimo livello, senza toccare Gigio, ormai portiere di classe mondiale. Falcone e Di Gregorio sono super affidabili, e anche Carnesecchi, che ora gioca poco con l'Atalanta. Tutto questo fa ben sperare e ci tranquillizza nel caso di un raffreddore di Donnarumma. Gigio l'ho visto crescere tanto. Gli sbagli? Servono soprattutto perché con gli errori cresci, quando paghi in prima persona. Per lui è stato così".

Meglio Zoff o Buffon? L'antica querelle, che Zoff ha risolto dicendo che Buffon è stato più forte da giovane e lui invece invecchiando, non appassiona Gigi quarantacinquenne: "Io sono l'ultimo che può e vuole rispondere mi ritengo felicissimo. Dino Zoff é il portiere di riferimento della scuola italiana. Io sono soddisfatto di quello che ho ricevuto".

Spalletti ha spiegato che la Nazionale non può e non deve sentirsi di un calcio minore per via dei due Mondiali mancati e Buffon è d'accordo: "Il rischio non lo avverto perché arriviamo anche dall'Europeo vinto con un certo stile. E poi ho avuto la fortuna, qui, di risentire in queste ore concetti, emozioni e valori imprescindibili, se vuoi arrivare a un risultato minimo. Ho la sensazione che l'Italia abbia trovato l'uomo giusto al momento giusto e non sono io. La verità sugli ultimi risultati sta nel mezzo: all'Europeo siamo stati aiutati anche da qualche situazione fortunata e il Mondiale l'abbiamo mancato anche, tra rigori sbagliati e annessi, per qualche cosa un po' incredibile".

L'eliminazione del 2017 con la Svezia è un dolore lento dal tempo: "Non avere fatto il sesto Mondiale è un cruccio, avrei fatto qualcosa di unico. Ma la vita è stata benevola con me, sono cose che un uomo di sport deve sapere accettare. Diciamo che da solo con sei Mondiali mi sarei sentito isolato, io sono un altruista, uno da gruppo".

L'emozione del ritorno a Coverciano è l'elogio dell'umiltà: "Più che l'emozione conta come ti senti. Io a Coverciano, per i racconti della mia famiglia, sono sempre entrato con timore reverenziale. Questo mi ha aiutato a conservare la dimensione giusta, uno deve sentirsi sempre un gradino sotto quello che rappresenta. A volte i campioni troppo celebrati rischiano di perdere la dimensione giusta". Non succede a Bonucci, emigrato a Berlino per restare nel grande calcio: "Con Bonucci ci siamo sentiti quest'estate. La sua è la scelta ponderata di un campione di 35 anni che ha una motivazione talmente alta da affrontare anche un disagio".

L'Italia del futuro, teorizza infine Buffon, dovrà essere generosa: "Nei miei anni ho fatto parte di Nazionali anche più forti di quelle che hanno vinto, eppure non mi hanno lasciato le stesse emozioni. Quella del 2006 è stata a più solidale, in cui tutti si spendevano per tutti, ma anche quelle del 2012 e del 2016, che ha emozionato la gente: come dice Spalletti, è la cosa più importante".

Sul divorzio di Mancini la parata è di classe: "Ne hanno già parlato presidente e ct. Diciamo che è stata una scelta inaspettata, alla quale però la Figc ha dato risposte molte celeri e molto convincenti". Quanto al ruolo attuale, Buffon si dichiara un apprendista: "Uno deve intervenire quando ci sono dei vuoti o quando c'è qualcosa che non è stato detto. Mi sembra che con un ct così non avrò molto da intervenire".

Gravina ha sottolineato che Buffon non sarà certo una bandiera e basta: "La storia non si può fermare, è un'altra bellissima giornata. Gli cedo il testimone da capodelegazione e ne sono particolarmente orgoglioso. L'orgoglio dell'appartenenza e dell'identità è stato enfatizzato da Spalletti. La maglia azzurra è per Gigi una parte della vita. L'avevo già contattato quando pensavo che smettesse, l'ho rifatto quando ha smesso e lui mi ha detto subito di sì con entusiasmo. Lui ha citato Riva e Vialli come esempi, incarnano quei valori umani che anche Gigi incarna".

Il presidente della Figc è tornato sul caso Mancini, rivendicando la velocità e l'efficacia delle proprie scelte: "Dopo un'estate abbastanza turbolenta non per colpa nostra la squadra è nelle mani salde di Spalletti e Buffon. Con queste scelte credo, da presidente federale, di avere fatto il massimo per onorare la maglia azzurra".

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