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Italia agli Europei, il tricolore di Spalletti un regalo per i tifosi: “Adesso viene il bello”

L’abbraccio con lo staff e con Gravina, poi la festa con il pubblico, cento giorni dopo le dimissioni di Mancini
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Leverkusen — Quel berretto scaraventato via nonostante il clima al primo rischio corso, esponendosi al freddo umidissimo che invadeva il campo della BayArena, era il termometro della sua temperatura interna. Quell’abbraccio ripetuto uno a uno a tutti gli uomini del suo staff, come le firme sui tricolori che a fine partita gli tendeva il capo ufficio stampa della Nazionale erano il sintomo di un peso scaricato dallo stomaco. Quella di ieri per Luciano Spalletti non era una partita: era un esame. Perché così lo viveva, primo ct a doversi misurare col rischio di non qualificare l’Italia a un trofeo di cui è detentrice. Forse in campo non l’ha vista quella “voglia matta” di andare a difendere l’Europeo del 2021, evocata qualche ora prima. Ha trovato però in quel gruppo di ragazzi che non cambierebbe con nessuno una determinazione a restare aggrappati alla qualificazione nonostante il fisico alla fine non li reggesse quasi più. E lui lì a chiamarli anche prima sulle rimesse dal fondo, per…

Leverkusen — Quel berretto scaraventato via nonostante il clima al primo rischio corso, esponendosi al freddo umidissimo che invadeva il campo della BayArena, era il termometro della sua temperatura interna. Quell’abbraccio ripetuto uno a uno a tutti gli uomini del suo staff, come le firme sui tricolori che a fine partita gli tendeva il capo ufficio stampa della Nazionale erano il sintomo di un peso scaricato dallo stomaco. Quella di ieri per Luciano Spalletti non era una partita: era un esame. Perché così lo viveva, primo ct a doversi misurare col rischio di non qualificare l’Italia a un trofeo di cui è detentrice. Forse in campo non l’ha vista quella “voglia matta” di andare a difendere l’Europeo del 2021, evocata qualche ora prima. Ha trovato però in quel gruppo di ragazzi che non cambierebbe con nessuno una determinazione a restare aggrappati alla qualificazione nonostante il fisico alla fine non li reggesse quasi più. E lui lì a chiamarli anche prima sulle rimesse dal fondo, perché quando è stato chiaro che vincerla non sarebbe stato possibile bisognava difendere il meno spallettiano dei risultati: lo 0-0 per tornare in Germania a giugno.

Nel primo tempo la squadra si è sforzata di assomigliargli, di trasformare le sue idee di calcio, chiarissime, in movimenti di gioco: scambi a tre, verticalizzazioni improvvise, terzini a spingere e accentrarsi. I primi cinque calci d’angolo battuti seguendo cinque schemi diversi, tra scambi corti e sponde sul palo lontano. Tutti studiati, provati e riprovati ossessivamente a Coverciano, per provare a sfruttare qualcosa che gli avversari non si aspettano. Stava per funzionare. Ha battuto a lungo le mani agli ucraini che ha sconfitto senza batterli prima di dare le spalle al campo, recuperare il berretto buttato chissà dove e tornare negli spogliatoi. A godersi il risultato conquistato con la squadra nata nelle mani di un altro, che l’ha lasciata cento giorni fa, forse temendo il fallimento di non riuscire a qualificarsi per l’Europeo.

Un anno fa cominciava il Mondiale senza gli azzurri. "Non c’era niente di facile o di scontato in generale — riconosce Spalletti — e noi abbiamo giocato una buona partita, abbiamo avuto molte occasioni per andare a mettere al sicuro il risultato. A un certo punto la gara è diventata più sporca e fisica e allora abbiamo messo gente fisica. Però l’Ucraina ci ha dato del filo da torcere”. Alla fine è arrivata la liberazione: “Conosco benissimo queste situazioni difficili, ci sono nato e cresciuto e ci ho sviluppato il mio ruolo. Noi siamo partiti in apnea, poi abbiamo avuto gli infortuni e il calcio scommesse che ha turbato il gruppo due volte. Al fischio finale sono entrato negli spogliatoi per salutare i collaboratori, i giocatori sostituiti, il presidente Gravina e l’entourage della federazione: eravamo tutti attaccati a questo risultato e siamo andati a trovare quel momento per dirci: bravi. Adesso viene il bello”. Appuntamento al 14 giugno. L’Italia ci sarà.

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