Italia-Spagna, Rafa Benitez: “Due squadre che non hanno convinto, la prognosi è incerta. E vi dico cosa mi piace dell’una e dell’altra”
dal nostro inviato Marco AzziGelsenkirchen — Va’ dove ti porta il cuore. Rafael Benitez Maudes, 64 anni, pluridecorato (13 trofei) ed errabondo della panchina con parentesi pure naif, Canarie e Cina, s’è tolto le più belle soddisfazioni della sua carriera ad Anfield e non è quindi un caso che abbia scelto come campo base Liverpool: suo luogo dell’anima. Ma il poliglotta Rafa è uomo di mondo e in quasi mezzo secolo nel calcio — da giovane centrocampista ad allenatore top — s’è fatto tanti amici pure con la diplomazia. Per questo, nonostante le sue origini, il pronostico del guru madrileno su Spagna-Italia è un esercizio da equilibrista. «Non amo le previsioni e non le indovino quasi mai, però ho la sensazione che stasera possa finire con un bel pari».
Lo dice perché questa è la sua partita del cuore, Benitez?
«Differente, speciale: mi piacerebbe di più parlarne se fosse la finale».
Nel suo cuore c’è anche l’Italia?
«Quando ci torno mi sento a casa».
Che ricordi ha? Belli e brutti...
«Ho allenato a Milano e Napoli, la Serie A era un torneo competitivo, passione e tifoserie calorose. Ora c’è un’ulteriore rinascita, con risultati eccellenti nelle Coppe. L’Italia sta recuperando il suo livello ed è un bene. Non mi piacevano perdite di tempo e simulazioni, aumentate pure in Spagna. Sarei per un utilizzo più incisivo del Var, sanzioni anche a gare concluse. Sarebbe un deterrente per i giocatori e faciliterebbe il lavoro degli arbitri».
Ritornerebbe in Italia, al netto?
«La Serie A è un gran palcoscenico, ma tornerei solo per una squadra competitiva, non per sopravvivere».
Pensa che la Serie A abbia ridotto il gap anche rispetto alla Liga?
«Parlano i vostri risultati in Europa. In Spagna, con il controllo finanziario di adesso, è difficile migliorare in breve tempo le squadre. Può succedere che arrivi Mbappé, ma è un’eccezione. La Liga vive un periodo economico non facile e la Serie A potrà avvicinarla di più. C’è pure un’evoluzione tattica».
È strano che l’Italia faccia più possesso palla della Spagna?
«Spalletti vuole il pallone tra i piedi dei suoi, mentre la Spagna ha avuto meno possesso della Croazia. Ma il risultato è stato 3-0. Conta creare situazioni da gol e non palleggiare per il solo gusto dell’estetica».
Spagna e Italia sono in testa: faranno qualche calcolo?
«In teoria sì, ma entrambe hanno vinto senza convincere del tutto. Spagna e Italia hanno il potenziale per migliorare, prognosi incerta».
Cosa le piace della Spagna?
«Grande squadra e rosa: m’è piaciuto l’equilibrio dato dai centrocampisti, per compensare lo sbilanciamento in avanti. Non è una Spagna touch and touch, hanno la velocità per fare danni a ogni difesa uno contro uno».
Dell’Italia, invece?
«La gestione ragionata della palla e la capacità di far male con gli esterni. L’ampiezza dell’Italia favorisce gli inserimenti dei centrocampisti».
Chi si avvicina di più al suo calcio?
«Ora la Spagna: ha organizzazione ed equilibrio pure se attacca. Nel Napoli avevo insieme Insigne, Mertens, Callejón, Hamsik e Higuaín».
Allenerà mai una Nazionale?
«Amo l’allenamento quotidiano, per migliorare i giocatori serve tempo. Il ct deve invece occuparsi di più del coordinamento del gruppo, di motivarlo e ottenere le migliori prestazioni possibili. Mai dire mai, però: a patto di avere un po’ di margine per costruire qualcosa».
Spalletti ha lasciato il Napoli per l’Italia: farà bene pure in Nazionale?
«Vive il calcio con passione e ha grande esperienza: una qualità poco valorizzata, che serve per fare le scelte giuste. Gli italiani che stimo di più sono Ancelotti e Gasperini, ma pure Spalletti fa parte del gruppo di chi ha vinto e può farlo di nuovo».
Chi allenerebbe dell’Italia?
«Federico Chiesa: è diverso dagli altri, mi divertirei a lavorare con lui».
Della Spagna, invece?
«Carvajal, Nacho, Joselu, Merino e Ayoze li ho avuti, mi intriga Rodri».
Lasci un attimo parlare il cuore.
«Come finisce gliel’ho già detto».