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Roberto Mancini, chi è: l’Europeo vinto, il tradimento per l’Arabia, le scoperte Zaniolo e Retegui

Giovanni Malagò e Roberto Mancini 
L’amicizia con Malagò, gli scudetti con l’Inter, la vita romana nei circoli, i giovani lanciati
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ROMA – Ci sono immagini che nessuno può dimenticare. Roberto Mancini resterà per sempre l’uomo della notte di Wembley, dell’Europeo vinto nel 2021 contro l’Inghilterra, della rinascita della Nazionale dopo il trauma della prima mancata qualificazione ai Mondiali. Dell’abbraccio infinito con Gianluca Vialli, l’amico di una vita, il compagno della Sampdoria ritrovato in azzurro. Ma anche l’uomo, due anni più tardi, del tradimento, della fuga di Ferragosto dalla panchina dell’Italia per i soldi dell’Arabia Saudita.

Dall’Europeo vinto alla fuga in Arabia

In quella notte di Wembley, Mancini sembrava chiudere un cerchio: si era preso l’Europa dove l’aveva persa da calciatore, con la Samp, con lo stesso amico accanto, il gemello Vialli. Ragazzi diventati uomini insieme, capaci di riportare l’Italia a festeggiare 15 anni dopo Berlino. Nel 2023 quel cerchio si sarebbe spezzato nel modo più inatteso. La tensione con il presidente Gravina, cresciuta nel tempo (si racconta per un rinnovo di contr…

ROMA – Ci sono immagini che nessuno può dimenticare. Roberto Mancini resterà per sempre l’uomo della notte di Wembley, dell’Europeo vinto nel 2021 contro l’Inghilterra, della rinascita della Nazionale dopo il trauma della prima mancata qualificazione ai Mondiali. Dell’abbraccio infinito con Gianluca Vialli, l’amico di una vita, il compagno della Sampdoria ritrovato in azzurro. Ma anche l’uomo, due anni più tardi, del tradimento, della fuga di Ferragosto dalla panchina dell’Italia per i soldi dell’Arabia Saudita.

Dall’Europeo vinto alla fuga in Arabia

In quella notte di Wembley, Mancini sembrava chiudere un cerchio: si era preso l’Europa dove l’aveva persa da calciatore, con la Samp, con lo stesso amico accanto, il gemello Vialli. Ragazzi diventati uomini insieme, capaci di riportare l’Italia a festeggiare 15 anni dopo Berlino. Nel 2023 quel cerchio si sarebbe spezzato nel modo più inatteso. La tensione con il presidente Gravina, cresciuta nel tempo (si racconta per un rinnovo di contratto con adeguamento economico mai arrivato), esplode in un divorzio però inatteso. Tutti sanno dove andrà, pochi giorni dopo arriva la conferma: l’Arabia Saudita, con un contratto multimilionario che trasforma quello che lui rivendica come un normale cambio professionale in una scelta destinata a pesare sulla sua immagine. Per molti tifosi è il tradimento dell’uomo che aveva chiesto agli italiani di credere ancora nella maglia azzurra; per lui è semplicemente un’occasione che il calcio moderno rende impossibile ignorare. E che oggi molti, anche nel Consiglio federale, considerano una colpa da espiare.

Gli scudetti con l’Inter e Calciopoli

Mancini, però, è sempre stato così. Elegante nel portamento quanto istintivo nelle decisioni. Capace di coltivare rapporti profondissimi e, allo stesso tempo, di tagliare i ponti senza troppi ripensamenti. Una personalità che ha attraversato tutta la sua carriera. Da allenatore ha costruito il suo prestigio vincendo ovunque. I tre scudetti consecutivi con l’Inter, partiti dall’estate di Calciopoli, lo hanno consacrato dopo gli anni alla Lazio: anche lì, una Coppa Italia e un calcio indimenticabile in una società che faticava a pagare gli stipendi, raccogliendo l’eredità del maestro Sven Goran Eriksson, con cui aveva condiviso la gioia enorme dello scudetto biancoceleste. Era il suo allenatore in campo, il leader assoluto fuori.

Le scoperte: Kean, Zaniolo e Retegui

In azzurro aveva lanciato Kean, scoperto Zaniolo convocandolo appena 19enne e prima ancora che esordisse in Serie A, confortato poi dall’esplosione del ragazzo. E poi Retegui, convocato pescandolo in Argentina, quando non parlava una parola di italiano e sembrava un centravanti grezzo: pochi anni dopo è diventato il capocannoniere del campionato italiano. Genio e istinto, studio e ricerca del bello, privilegiando sempre la fiducia nelle persone.

L’amicizia con Malagò

Anche fuori dal campo il suo mondo è fatto di relazioni consolidate. Tra le più profonde c’è quella con Giovanni Malagò. I due condividono un’amicizia che va oltre le istituzioni sportive e spesso si ritrovano sui campi di calcio a cinque del Circolo Canottieri Aniene, il salotto romano dove sport, politica, imprenditoria e potere si intrecciano da decenni. Un luogo che racconta bene anche la capacità di Mancini di muoversi con naturalezza nei centri decisionali dello sport italiano, pur mantenendo l’immagine del tecnico insofferente ai vincoli.

La voglia di azzurro

Appena Malagò si è candidato per il trono della Federcalcio, ha subito pensato a Roberto. Che non vedeva l’ora di vivere una seconda stagione sulla panchina della Nazionale, anche per farsi perdonare quell’errore. O forse perché Mancini sa che il suo racconto azzurro è rimasto sospeso. Troppo grande Wembley per essere l’ultima fotografia. Troppo doloroso Ferragosto per diventare quella definitiva.

Se davvero sarà di nuovo lui a guidare l’Italia, dovrà fare la cosa più difficile: convincere un Paese che il ritorno non è soltanto una seconda occasione, ma il completamento di una storia rimasta a metà. Perché gli allenatori possono anche tornare. La fiducia, invece, va riconquistata una partita alla volta.

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