Atalanta, ora la palla passa a Gasperini: resta se Percassi non gli smonta la squadra
dal nostro inviato LUIGI BOLOGNINI
Gian Piero Gasperini (ansa)
La conquista della Champions potrebbe non bastare a convincere il tecnico a resistere alle sirene che arrivano da Roma e Milano. Dipenderà dal presidente, se per una volta comprerà più che vendere allora il matrimonio andrà avanti
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BERGAMO - L'Atalanta ha anticipato di una mezz'oretta gli exit poll. Un verdetto chiarissimo, oltre che storico: sono i bergamaschi ad aver vinto le Europee, con una qualificazione in Champions condita dal terzo posto, mai così in alto nella storia. Bergamo alta? No, altissima. E quel che può sembrare paradossale - ma in realtà rinforza solo il senso dell'impresa - è che da un paio di mesi la squadra ha non diciamo smesso di giocare, ma sicuramente abbandonato l'intensità e la continuità che ha avuto fino a inizio primavera. E ha cominciato a prendersi delle pause seguite da fiammate, ma queste fiammate così violente e abbaglianti da bruciare ogni avversario. E in realtà questo è il segno della crescita della mentalità del gruppo di Gasperini, che a un certo punto si è messo a ragionare come le grandi, che le partite le fanno proprie di riffa o di raffa, con l'arroganza (in senso buono) della forza: hanno dei talenti e li fanno valere, il resto è poesia. Il cinismo, insomma, di una squadra che a inizio stagione tutto era tranne che cinica, basti pensare all'eliminazione in Europa League contro il tenero Copenhagen, cui non è riuscita a segnare un gol in due partite. Adesso l'attacco ha finito a 77 gol in serie A, media di oltre 2 a match, e nell'intera stagione addirittura a 103. Per questo Gasperini ha ragione nell'individuare in quella eliminazione la chiave della stagione: alla lunga ha tolto faticosi impegni e ha dato all'intero ambiente la viglia della rivalsa morale, di dimostrare che quell'organico valeva molto di più.
Atalanta nella storia, per la prima volta giocherà in Champions: tripudio in campo
Gasperini, indizi fanno pensare ad addio
Il che non vuol dire, ovviamente, che l'Atalanta punti a essere eliminata nel girone iniziale della Champions. E qui arriviamo al punto: bisogna capire chi la allenerà e quali giocatori avrà. Gasperini non ha ancora sciolto le riserve, ma in conferenza stampa, ancora umido di champagne e di lacrime, ha disseminato qualche indizio che sembrerebbe far pensare a un addio: "Ho le mie idee di calcio, se posso applicarle sono felice. Tre anni fa volevo star fermo dopo la delusione di Genova, mi ha convinto l'entusiasmo del presidente Percassi. Ora sono cambiate le premesse, è sempre più difficile, decideremo serenamente. Ma dovrò fare anche io le giuste valutazioni, io voglio portare avanti il mio modo di fare calcio, non è una questione economica". Sostanzialmente, servono giocatori più forti, - "tutte le squadre si rafforzeranno" - a maggior ragione se davvero si venderanno Mancini e Castagne e chissà chi altro, e solo se sarà così, solo se Percassi per una volta comprerà più che vendere, Gasperini resterà. Ma è chiaro che una rifondazione della rosa potrebbe portare anche a quella tecnica. Tutto ancora da capire, possibilmente in tempi brevi. Poi certo c'è il dubbio: lasciare l'Atalanta per andare dove? Gli indizi dicono Roma o al massimo Milan, qualificate per l'Europa League, perché l'allenatore dovrebbe rinunciare alla Champions? Un torneo, perdipiù, dove Gasp ha fatto solo un match, con l'Inter 2011, e fu anche una sconfitta casalinga, 1-0 col Trabzonspor, "e infatti ho gran voglia di giocarla. Ma con la fortuna che abbiamo, il sorteggio del girone sarà: Barcellona, Liverpool, Ajax".
Ma queste sono scaramanzie e speculazioni sul futuro. Forse è ancora il momento di parlare del presente e del senso di un'impresa che forse si capirà solo tra un po'. Visto che ormai nel calcio si dice contino solo i soldi, ad esempio, parliamone: l'Atalanta ha il settimo fatturato della serie A, e davanti ha anche Inter. Roma, Milan e Lazio, che si è abbondantemente lasciata alle spalle in classifica. Ma aveva ragione Crujiff: "Non ho mai visto un sacco di soldi fare gol". Insomma, i gol bisogna segnarli, e a questo hanno pensato i tre tenori davanti, almeno uno dei quali lo trovavi sempre in giornata, pronto a risolvere anche i match più intricati. E due di loro (Ilicic e Zapata) hanno comunque trovato almeno un po' di quella continuità che gli era mancata finora. Gol, talento, fantasia, dribbling, tecnica, col Papu Gomez sulla trequarti, a evitare le marcature asfissianti che tanto soffre e a servire strepitosi assist (riguardare quello del 3-1 di Pasalic ieri, roba da Bruno Conti). A centrocampo la stella è De Roon, utile e umile, geometrico, polivalente, mentre Freuler, come sempre uno che si nota soprattutto quando non c'è, ha avuto una stagione in calando, ma il chilometraggio e affidabilità sono da diesel. Sulle fasce Gosens, Castagne e Hateboer sono usciti dalla fase "grande boh". Ma il vero capolavoro di Gasperini è stata la rivitalizzazione di Djimsiti, che sembrava prossimo all'addio ed è diventato un totem dell'area di rigore, con in più la lucidità di inserirsi in attacco quando necessario (in uno dei gol più decisivi della stagione, al Genoa, l'assist a Castagne è stato suo). Senza dimenticare Gollini, diventato finalmente un grande portiere, e perdipiù uno dei pochi italiani della rosa.
Adesso tocca a Gasperini
Insomma, vada via o resti, l'allenatore ha fatto ancora una volta il proprio dovere, che non è vincere, ma aumentare il valore - tecnico ed economico - della rosa, dando convinzioni e morale ad aspiranti campioni, giocatori con un grande avvenire dietro le spalle e ragazzi di belle speranze. E qui si torna al punto: lui (a parte la breve e grottesca parentesi interista) una grande non l'ha mai avuta. Adesso ce l'ha, e l'ha fatta diventare lui grande. Perché dovrebbe andarsene? A breve sapremo tutto. La sola certezza è la musichetta della Champions, che ieri sera è stata fatta risuonare nello stadio di Reggio a fine partita, quasi un canto delle sirene per ammaliare Gasperini.