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Ilicic a duello con Quagliarella (ansa)

Atalanta, 'Bentornato Josip': Bergamo riabbraccia il suo gioiello

Nonostante la sconfitta con la Sampdoria, il rientro in campo nel suo stadio di Ilicic è stata la nota lieta della gara dei nerazzurri

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BERGAMO - “Bentornato Josip”. Lo striscione era semplice, diretto, vero. Lo hanno appeso gli ultrà dell’Atalanta al cancello dello stadio – ristrutturato e nuovo, bello e moderno, ma anche vuoto nelle due curve, impossibilitate dunque a trasmettere messaggi diversi da quelli scritti – ed è diventato lo slogan più importante della partita con la Sampdoria: praticamente l’incipit di una lettera d’amore. Perché al di là della sconfitta della squadra ogni tifoso atalantino, ma in fondo pure ogni amante del calcio, ha sentito che Josip Ilicic, tornando per la prima volta dall’8 luglio in campo dentro il suo stadio, anche se davanti a un solo migliaio di invitati, è tornato davvero. Serviva questo passaggio, formale solo in apparenza: era come se a Napoli e a Herning il campione sloveno ormai adottato da Bergamo avesse fatto le prove generali prima di salire sul suo palcoscenico. Ora che lo ha calcato di nuovo, e per di più ha giocato una partita intera, deve solo cominciare a recitare come sa. Il timore, quando si era rintanato dentro il malessere privato aggravato dal lockdown e dal dramma della città, era che non lo potesse o non lo volesse fare più. Invece no, per fortuna.

Forse per questo stavolta Ilicic, che a 32 anni ha ancora una porzione di carriera davanti ma certo non può sapere quanta, ha cercato di stupire, perfino troppo. Era l’ansia dell’attore, un’ansia di gratitudine verso chi lo ha aspettato, memore di quei quattro gol in una partita sola di Champions a Valencia: roba da Van Basten, da Messi, da Cristiano Ronaldo, da Shevchenko, da fuoriclasse insomma. Dentro lo stadio si è capito subito che il pomeriggio si sarebbe sdoppiato in due: una parte per lui e una per gli altri ventuno compagni e colleghi. Lo si è capito dagli applausi dei mille presenti, quando lo speaker ha scandito il suo nome all’annuncio delle formazioni. E da Quagliarella, il capitano avversario, quando gli si è avvicinato prima del calcio di inizio e gli ha dato una carezza. E dal primo pallone toccato, quando la tribuna ha fatto scattare altri applausi a prescindere, perché l’importante era che il pallone lo toccasse il numero 72 in maglia nerazzurra. Il quale, ovviamente, ha cercato di ricambiare l’affetto.

Un tunnel a Thorsby, subito. Poi un altro e più tardi un altro ancora. Aveva voglia di tenere palla il più possibile, di dribblare anche quando magari non sarebbe stato il caso, di puntare il difensore e di saltarlo, per dimostrare a se stesso che era tutto come prima. E’ sgusciato via quasi sempre, ha fatto giochi di suola e di gambe, ha duettato con Gomez in spazi stretti e li ha ristretti ancora di più, andandosi a ficcare nei vicoli ciechi per mostrare che sa sempre come uscirne. Ha crossato da fermo, scucchiaiando assist rimasti potenziali. Ha sbagliato un gol. La palla era sul sinistro, invitante: l’ha calciata centralmente, il tiro era debole ma più che altro è stato l’errore di chi vuole il capolavoro a tutti i costi, come segno del ritorno ufficiale, perché un campione non può accontentarsi di una firma banale. Era già successo col Midtjylland, in Champions, e il portiere avversario si era salvato con l’aiuto dell’incrocio dei pali. Ecco, appunto: la Champions. Bergamo non l’ha mai vista, finora si doveva spostare a San Siro. Martedì sera sarà la prima volta. E che prima volta sarà, contro una nobile d’Europa come l’Ajax. In Danimarca Gasperini è stato chiaro: Ilicic è un calciatore recuperato e può tranquillamente giocare sempre, a partita in corso o dall’inizio. Se poi arrivasse anche un suo gol - ne basterebbe uno, mica quattro come la sera di Valencia in cui non sembrò blasfemo pensare al Pallone d’oro - il bentornato sarebbe un grande sospiro di sollievo. Per tutti, non soltanto per l’Atalanta.   
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