Vincere aiuta a vincere, diceva sempre il Trap. Ma perdere a cosa aiuta? A che serve giocare sempre peggio? Sono domande che l’inquietante Juventus di luglio consegna a sé stessa a otto giorni dal Lione, come se lo scudetto appena vinto fosse già dimenticato in una prospettiva di futuro che preoccupa i tifosi, e probabilmente anche la squadra e i dirigenti. Dopo diciotto tentativi, un’infinità, il Cagliari riesce a battere i campioni d’Italia che escono dalla partita ancora prima di provare a entrarvi. I soliti sbandamenti difensivi, per un passivo di 40 gol presi in 37 partite: una cifra che è stata sempre incompatibile con lo scudetto, ma non stavolta. E se il campionato permette anche una difesa allegra, purché ci sia un Cristiano Ronaldo a tappare i buchi (non a Cagliari: e Immobile resta a più 4), la Champions è un territorio del tutto diverso, dove una semplice sbavatura può significare la fine. La Juventus non vuole nemmeno pensarlo, anche perché il Lione è fermo da marzo, ma invece farebbe bene a farlo perché i segnali sono pessimi.
Dalla caduta tremenda contro il Milan alla sofferenza profonda contro Atalanta e Sassuolo, fino alle sconfitte contro Udinese e Cagliari (lasciando stare le finali perse contro Lazio e Napoli), il passo dei bianconeri è da piccola, spaventata squadra. Un’immagine che in questi nove anni si era vista solo nella prima parte della seconda stagione di Allegri, quando però la Juve reagì con un’incredibile rimonta. Adesso, invece, si gioca alla giornata e quasi sempre male.
I tifosi non sanno cosa pensare, o forse sì. E continuano a chiedersi se abbia davvero senso insistere con Maurizio Sarri, visto che quest’anno non solo non c’è stato progresso di gioco ma un’evidente involuzione. La Champions può cambiare giudizi e prospettiva, ma la realtà della Juventus è contraddittoria, a tratti indecifrabile, oppure di lettura anche troppo semplice: difesa spalancata, scarsa capacità di reazione, gamba pesante, attesa della giocata individuale (e senza Dybala scende di molto anche questa possibilità).
È stato un ragazzo di vent’anni, Luca Gagliano, a finire i bianconeri con un gol e un assist nel primo tempo, segnando a Buffon che ha più del doppio dei suoi anni. E il vecchio portiere è apparso molto incerto anche nell’azione del raddoppio di Simeone. Insomma, a parte i minuti concessi a qualche giovane di belle speranze come Muratore, Zanimacchia e Olivieri, la notte di Cagliari non ha dato niente alla Juve, semmai le ha tolto ancora qualcosa: un po’ di stabilità, forse un filo di sicurezza. Ora tocca aver paura anche del Lione e di quello che eventualmente ne seguirebbe. Il nuovo corso di Sarri non era stato deciso per arrivare a questo, anche se il calcio è spesso illogico e può ancora portare la Juventus dove solo Lippi l’ha portata negli ultimi 26 anni, cioè in cima all’Europa. Marcello Lippi: un grande allenatore di cervelli. Non pare di poter dire lo stesso del suo lontano successore (unica cosa in comune, l’accento toscano) che mastica filtri mentre i tifosi masticano amaro.
Vincere aiuta a vincere, diceva sempre il Trap. Ma perdere a cosa aiuta? A che serve giocare sempre peggio? Sono domande che l’inquietante Juventus di luglio consegna a sé stessa a otto giorni dal Lione, come se lo scudetto appena vinto fosse già dimenticato in una prospettiva di futuro che preoccupa i tifosi, e probabilmente anche la squadra e i dirigenti. Dopo diciotto tentativi, un’infinità, il Cagliari riesce a battere i campioni d’Italia che escono dalla partita ancora prima di provare a entrarvi. I soliti sbandamenti difensivi, per un passivo di 40 gol presi in 37 partite: una cifra che è stata sempre incompatibile con lo scudetto, ma non stavolta. E se il campionato permette anche una difesa allegra, purché ci sia un Cristiano Ronaldo a tappare i buchi (non a Cagliari: e Immobile resta a più 4), la Champions è un territorio del tutto diverso, dove una semplice sbavatura può significare la fine. La Juventus non vuole nemmeno pensarlo, anche perché il Lione è fermo da marzo, ma invece farebbe bene a farlo perché i segnali sono pessimi.
Dalla caduta tremenda contro il Milan alla sofferenza profonda contro Atalanta e Sassuolo, fino alle sconfitte contro Udinese e Cagliari (lasciando stare le finali perse contro Lazio e Napoli), il passo dei bianconeri è da piccola, spaventata squadra. Un’immagine che in questi nove anni si era vista solo nella prima parte della seconda stagione di Allegri, quando però la Juve reagì con un’incredibile rimonta. Adesso, invece, si gioca alla giornata e quasi sempre male.
I tifosi non sanno cosa pensare, o forse sì. E continuano a chiedersi se abbia davvero senso insistere con Maurizio Sarri, visto che quest’anno non solo non c’è stato progresso di gioco ma un’evidente involuzione. La Champions può cambiare giudizi e prospettiva, ma la realtà della Juventus è contraddittoria, a tratti indecifrabile, oppure di lettura anche troppo semplice: difesa spalancata, scarsa capacità di reazione, gamba pesante, attesa della giocata individuale (e senza Dybala scende di molto anche questa possibilità).
E’ stato un ragazzo di vent’anni, Luca Gagliano, a finire i bianconeri con un gol e un assist nel primo tempo, segnando a Buffon che ha più del doppio dei suoi anni. E il vecchio portiere è apparso molto incerto anche nell’azione del raddoppio di Simeone. Insomma, a parte i minuti concessi a qualche giovane di belle speranze come Muratore, Zanimacchia e Olivieri, la notte di Cagliari non ha dato niente alla Juve, semmai le ha tolto ancora qualcosa: un po’ di stabilità, forse un filo di sicurezza. Ora tocca aver paura anche del Lione e di quello che eventualmente ne seguirebbe. Il nuovo corso di Sarri non era stato deciso per arrivare a questo, anche se il calcio è spesso illogico e può ancora portare la Juventus dove solo Lippi l’ha portata negli ultimi 26 anni, cioè in cima all’Europa. Marcello Lippi: un grande allenatore di cervelli. Non pare di poter dire lo stesso del suo lontano successore (unica cosa in comune, l’accento toscano) che mastica filtri mentre i tifosi masticano amaro.
Dalla caduta tremenda contro il Milan alla sofferenza profonda contro Atalanta e Sassuolo, fino alle sconfitte contro Udinese e Cagliari (lasciando stare le finali perse contro Lazio e Napoli), il passo dei bianconeri è da piccola, spaventata squadra. Un’immagine che in questi nove anni si era vista solo nella prima parte della seconda stagione di Allegri, quando però la Juve reagì con un’incredibile rimonta. Adesso, invece, si gioca alla giornata e quasi sempre male.
I tifosi non sanno cosa pensare, o forse sì. E continuano a chiedersi se abbia davvero senso insistere con Maurizio Sarri, visto che quest’anno non solo non c’è stato progresso di gioco ma un’evidente involuzione. La Champions può cambiare giudizi e prospettiva, ma la realtà della Juventus è contraddittoria, a tratti indecifrabile, oppure di lettura anche troppo semplice: difesa spalancata, scarsa capacità di reazione, gamba pesante, attesa della giocata individuale (e senza Dybala scende di molto anche questa possibilità).
È stato un ragazzo di vent’anni, Luca Gagliano, a finire i bianconeri con un gol e un assist nel primo tempo, segnando a Buffon che ha più del doppio dei suoi anni. E il vecchio portiere è apparso molto incerto anche nell’azione del raddoppio di Simeone. Insomma, a parte i minuti concessi a qualche giovane di belle speranze come Muratore, Zanimacchia e Olivieri, la notte di Cagliari non ha dato niente alla Juve, semmai le ha tolto ancora qualcosa: un po’ di stabilità, forse un filo di sicurezza. Ora tocca aver paura anche del Lione e di quello che eventualmente ne seguirebbe. Il nuovo corso di Sarri non era stato deciso per arrivare a questo, anche se il calcio è spesso illogico e può ancora portare la Juventus dove solo Lippi l’ha portata negli ultimi 26 anni, cioè in cima all’Europa. Marcello Lippi: un grande allenatore di cervelli. Non pare di poter dire lo stesso del suo lontano successore (unica cosa in comune, l’accento toscano) che mastica filtri mentre i tifosi masticano amaro.
Vincere aiuta a vincere, diceva sempre il Trap. Ma perdere a cosa aiuta? A che serve giocare sempre peggio? Sono domande che l’inquietante Juventus di luglio consegna a sé stessa a otto giorni dal Lione, come se lo scudetto appena vinto fosse già dimenticato in una prospettiva di futuro che preoccupa i tifosi, e probabilmente anche la squadra e i dirigenti. Dopo diciotto tentativi, un’infinità, il Cagliari riesce a battere i campioni d’Italia che escono dalla partita ancora prima di provare a entrarvi. I soliti sbandamenti difensivi, per un passivo di 40 gol presi in 37 partite: una cifra che è stata sempre incompatibile con lo scudetto, ma non stavolta. E se il campionato permette anche una difesa allegra, purché ci sia un Cristiano Ronaldo a tappare i buchi (non a Cagliari: e Immobile resta a più 4), la Champions è un territorio del tutto diverso, dove una semplice sbavatura può significare la fine. La Juventus non vuole nemmeno pensarlo, anche perché il Lione è fermo da marzo, ma invece farebbe bene a farlo perché i segnali sono pessimi.
Dalla caduta tremenda contro il Milan alla sofferenza profonda contro Atalanta e Sassuolo, fino alle sconfitte contro Udinese e Cagliari (lasciando stare le finali perse contro Lazio e Napoli), il passo dei bianconeri è da piccola, spaventata squadra. Un’immagine che in questi nove anni si era vista solo nella prima parte della seconda stagione di Allegri, quando però la Juve reagì con un’incredibile rimonta. Adesso, invece, si gioca alla giornata e quasi sempre male.
I tifosi non sanno cosa pensare, o forse sì. E continuano a chiedersi se abbia davvero senso insistere con Maurizio Sarri, visto che quest’anno non solo non c’è stato progresso di gioco ma un’evidente involuzione. La Champions può cambiare giudizi e prospettiva, ma la realtà della Juventus è contraddittoria, a tratti indecifrabile, oppure di lettura anche troppo semplice: difesa spalancata, scarsa capacità di reazione, gamba pesante, attesa della giocata individuale (e senza Dybala scende di molto anche questa possibilità).
E’ stato un ragazzo di vent’anni, Luca Gagliano, a finire i bianconeri con un gol e un assist nel primo tempo, segnando a Buffon che ha più del doppio dei suoi anni. E il vecchio portiere è apparso molto incerto anche nell’azione del raddoppio di Simeone. Insomma, a parte i minuti concessi a qualche giovane di belle speranze come Muratore, Zanimacchia e Olivieri, la notte di Cagliari non ha dato niente alla Juve, semmai le ha tolto ancora qualcosa: un po’ di stabilità, forse un filo di sicurezza. Ora tocca aver paura anche del Lione e di quello che eventualmente ne seguirebbe. Il nuovo corso di Sarri non era stato deciso per arrivare a questo, anche se il calcio è spesso illogico e può ancora portare la Juventus dove solo Lippi l’ha portata negli ultimi 26 anni, cioè in cima all’Europa. Marcello Lippi: un grande allenatore di cervelli. Non pare di poter dire lo stesso del suo lontano successore (unica cosa in comune, l’accento toscano) che mastica filtri mentre i tifosi masticano amaro.
