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Guardiola: “La Juventus non mi ha cercato, ma l’Italia mi piace”

Pep Guardiola con Massimo Mauro a Cuneo

Pep Guardiola con Massimo Mauro a Cuneo

 (afp)

L’intervento del tecnico del Manchester City al palasport di Cuneo con gli studenti. “Da voi tanti talenti. Il più grande con cui abbia giocato? Roberto Baggio”

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CUNEO — L’ironia, anche: “Se fossi ancora un giocatore, mi piacerebbe essere allenato da De Zerbi, perché cura tanto e bene la fase offensiva. E poi naturalmente da Bielsa, solo che lui non mi farebbe giocare”. Pep Guardiola ha passato una giornata a Cuneo, non soltanto “perché l’Italia mi piace tanto e lo sapete, mi piace il cibo e mi piace la gente, ci vengo appena posso”, risposta indiretta alla domanda “allenerebbe mai la Juventus, allenerebbe mai da noi?”. L’occasione del viaggio in Piemonte (domenica sera è rimasto a Torino) è stata una conferenza organizzata dalla Fondazione Crc e dalla Fondazione Vialli e Mauro per il ciclo “Dialoghi sul talento”. Negli anni passati gli oratori erano stati l’astronauta Nespoli e Andrea Bocelli, quest’anno è stata invitata la figura più carismatica del calcio attuale. Guardiola, sul palco assieme a Massimo Mauro, colui che l’ha convinto a venire, ha parlato al Palasport di Cuneo di fronte a 3.500 studenti delle scuole superiori della provincia, che hanno accolto l’allenatore del Manchester City come una star, benché lui si sia di continuo schermito, ostentando un’umiltà non costruita: “Non faccio quasi mai questo genere di cose, perché non sembra ma sono molto timido”.

Guardiola ai ragazzi: “Uscite dai social”

Ai ragazzi, ha raccomandato prima di tutto di uscire dalle loro stanze, di scendere per strada: “Il talento non si sviluppa su Instagram. Vuoi diventare un fotografo? Scatta mille foto. Ti piace giocare a calcio? Gioca sempre, gioca per strada. E dai retta a quello che pensi tu, più che a quello che pensano gli altri. Ci sono giocatori convinti di aver fatto una buona partita, poi accendono il telefono, leggono una critica e diventano tristi. O che, al contrario, sono insoddisfatti della loro prestazione ma ascoltano un complimento e cambiano umore. Convincere i giocatori che conta è prima di tutto la consapevolezza di sé è la cosa più difficile. La tua felicità non può dipendere dal giudizio altrui. In ogni caso, se vuoi diventare quello che ti piacerebbe essere, non lo farai stando in casa a guardare Twitter”. Serve un’ossessione? “L’ossessione è la conseguenza della passione. Senza ore di sacrificio non c’è talento che tenga, ma se c’è passione non c’è sacrificio”.

Guardiola: “Gioco per vincere, ma perdere non è un disastro”

E serve la sconfitta, per crescere? “La gente dice che con la sconfitta si impara, ma con la vittoria si vive meglio. Alla fine, devi soltanto non pensare di essere lassù se vinci o un disastro se perdi. Domenica abbiamo perso contro l’Arsenal, ho dormito un po’ peggio, ma qual è il problema?”.

Le citazioni di Lukaku, Baggio e Mazzone

Vincere, insomma, non è la condizione essenziale. “Io voglio vincere, ci mancherebbe. Ogni volta che perdo una partita mi viene voglia di smettere, ma dura cinque minuti. Dovrei però forse vergognarmi perché sono arrivato secondo in Champions League, per esempio? Ci dobbiamo mettere a discutere di quanto eravamo bravi due mesi fa, quando abbiamo vinto perché Lukaku ha sbagliato un gol da due metri, o di quanto fossimo un disastro l’anno prima, quando siamo usciti dalla Champions perché Courtois ha fatto una parata con il tacco? Dobbiamo smetterla di pensare che soltanto chi vince sia nel giusto. Non giudicatemi per i miei titoli, non sono i titoli quello che resta ma ciò che hai condiviso con le persone: per esempio, nel mio caso, con Baggio e Mazzone”.

Guardiola: “Baggio il più forte con cui ho giocato, Messi il migliore in assoluto”

Zigzagando tra un parere e un ricordo, tra un’idea e un principio, Guardiola ha detto che Baggio “è stato il giocatore più forte con cui ho giocato, mentre non ho mai visto uno migliore di Messi”. Ha ricordato che l’idea di fare questo mestiere gli è venuta quando aveva “27 o 28 anni e avevo un allenatore che mi ha fatto vedere cose che non pensavo esistessero. Ho capito il calcio”: era il periodo in cui sulla panchina del Barcellona c’era Van Gaal.

Guardiola: “Il contropiede? Mi piace tanto”

Ha demolito la contrapposizione tra risultatisti e giochisti: “Tutti vogliamo vincere e ognuno pensa di avere un metodo per arrivarci. De Zerbi non allena per l’estetica, ma per conquistare titoli. Se avessi la certezza che con difesa e contropiede vincerei, giocherei volentierissimo così. Il contropiede tra l’altro è un’azione che mi piace tantissimo”.

Guardiola: “La tattica è al servizio del talento”

L’importante, sostiene Pep, è “lasciare che il talento voli. La tattica è al servizio del talento. È un modo per far capire al gruppo dove vogliamo e possiamo arrivare, se tutti andiamo d’accordo. Non si fa tattica per estetica o per dimostrare quanto sia bravo l’allenatore, ma è uno strumento al servizio del giocatore. Undici anime libere sarebbero il caos”.

Guardiola: “Il mio talento? Coincidenze e fortuna”

Non vuole essere preso come esempio, spiega. “Non voglio esserlo neanche per i miei figli”, dice indicando uno dei tre, Marius, seduto in prima fila. “Non rispecchiatevi negli altri, cercate dentro voi stessi. Io non sono perfetto, ho fatto tanti tanti tanti sbagli. La mia esperienza non insegna niente, ognuno avrà la sua. La vita mi ha portato qua perché ho avuto fortuna. Tante coincidenze mi hanno aiutato, da giocatore e da allenatore. Il Barcellona scelse per me perché il quel momento passavo di lì, ma avrebbe potuto prendere chiunque altro al mondo: mi è andata bene. Non dico di non essere bravo, ma la fortuna conta veramente tanto e conta soprattutto avere giocatori bravi e una società che ti protegge. Potrei dirvi che ce l’ho fatta perché mi sono impegnato tanto, ma non conosco un solo allenatore che non si impegni. E purtroppo dovete sapere che impegnarsi può non bastare, che lavorare dalle cinque del mattino a mezzanotte non è garanzia di successo. Però dovete farlo: cercate nel vostro stomaco la passione da seguire”. Ma se non ce l’avesse fatta col calcio? “Avrei fatto il professore di storia, mi piace studiare egizi e romani”.

Guardiola e la lezione di Velasco

E con i giocatori, come si pone? “Ne ho conosciuti tanti che in allenamento erano bravissimi ma in partita si cagavano addosso. Per me puoi andare a ballare fino alle 4 del mattino basta che poi ti alleni bene, perché se non ti alleni bene non giochi e se non giochi non ti fanno più il contratto. Però non tutti i giocatori sono uguali, me l’ha insegnato Velasco una sera che mi ha portato fuori a cena a Roma: ci sarà quello che devi coccolarlo e quell’altro cui devi urlargli addosso, anche se ho anche imparato che parlare a un ragazzo di 15 anni o a Messi è lo stesso, sempre di persone si tratta. E ho sempre pensato che se un allenatore non gli urla mai, un giocatore deve preoccuparsi. Dico solo che il talento che non corre non mi interessa”. A quel punto, parte un clip con qualche meraviglia di Messi: “Ecco, avete capito che bravo allenatore sono?”.

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