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Milan, si va avanti con Allegri

Colloquio Berlusconi-Galliani, ribadita la fiducia al tecnico . La crisi rossonera è nei numeri e nel gioco, i fatti stanno smentendo i ritornelli, i proclami e gli annunci e stanno cancellando i sogni
di ENRICO CURRO'

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MILANO - Massimiliano Allegri resta sulla panchina del Milan. Almeno per ora. La decisione è stata presa al termine di un colloquio fra il presidente Silvio Berlusconi e l'ad Adriano Galliani all'indomani della sconfitta casalinga contro la Fiorentina, un ko che ha sancito definitivamente la crisi dei rossoneri.

Una crisi che non è una novità: si trascina dall'inizio del campionato. La novità è un'altra: la contestazione fragorosa del pubblico di San Siro e, quasi per osmosi, quella del ben più esteso pubblico di internet, luogo abilitato per definizione alle censure di popolo, ma mai come stavolta intasato dalle proteste dei tifosi scontenti. Tra tutte le proteste, lo striscione srotolato dalla Curva Sud contro il mercato della società, mentre la squadra stava affondando di fronte a una Fiorentina priva di Gomez, Cuadrado e Pizarro e dedita al minimo indispensabile, è stato l'elemento più vistoso e significativo. Gli ultrà lo tenevano pronto: avevano fiutato l'aria di sconfitta, né d'altronde era impossibile prevedere l'esito della partita, dato il pessimo andamento di quelle precedenti.

Galliani ha colto un'accusa personale in quella scritta vergata dalla parte più fedele della tifoseria, che gli imputava di non avere raccolto a fine agosto il suggerimento della curva sulla necessità di rafforzare difesa e centrocampo. Quando ha abbandonato furente la tribuna, ha dunque dato segno di avere preso coscienza del fatto che nessuno - né lui, né Allegri, né Berlusconi, né la maggioranza dei molli giocatori - godrà più d'ora in poi dell'indulgenza, accordata in nome del glorioso passato del club. Non è il primo momento delicato o la prima stagione difficile, dal 1986 a oggi: è tuttavia la più stanca, la più vicina al declino e la più lontana dal processo di rigenerazione connesso a ogni ciclo dello sport.   

L'errore, in fondo, è stato proprio questo: essersi illusi di vivere in un ciclo continuo, crogiolandosi negli ultimi due anni nel ricordo delle molte vittorie dell'era berlusconiana e convincendosi che il marchio di fabbrica bastasse quasi da solo, assieme a qualche fantasioso ritocco, per rinfrescarle. Invece, per la prima volta, accade che il marketing e le sponsorizzazioni viaggino molto più veloci della squadra e siano ormai palesemente indipendenti dai risultati del campo. Significa che il famoso brand, il totem dell'azienda contemporanea, è talmente consolidato a livello mondiale da potere prescindere addirittura dai successi sportivi. Però anche i successi commerciali, a lungo andare, si afflosciano, se la squadra non vince più nulla. Il calcio è un business atipico: necessita di sogni, per alimentare se stesso. E il limite del Milan di oggi sta appunto nella discrepanza tra i sogni e la reale capacità di accenderli. Non è sufficiente ripetere il vecchio ritornello del club più titolato al mondo. Non è sufficiente proclamare l'obiettivo minimo del terzo posto. Non è sufficiente annunciare la strategia del massiccio ricorso ai giovani. La realtà è che i fatti stanno smentendo i ritornelli, i proclami e gli annunci e stanno cancellando i sogni.

A poche ore dalla partenza per Barcellona e per un duello che i tifosi, col pessimismo della ragione, temono di vedere trasformato in mattanza, il confronto non è tanto quello tecnico, con la squadra di Messi e Neymar, ma quello progettuale, con la società che meglio sa coltivare, al mondo, i sogni dei tifosi. Non è questione di Allegri, di Inzaghi, di Seedorf o di chi occuperà la panchina del Milan. E' questione di ripartire da capo, anche senza i tanti soldi della prossima Champions League, che a questo punto sembrano davvero un miraggio, e magari anche senza i soldini dell'Europa League, che oggi sono lontanucci. Come sta dimostrando la Roma, non è detto che il purgatorio di una stagione senza coppe rappresenti sempre un dramma. Coniugare business e sogni, come fa il Barcellona e come ha fatto spesso il Milan, è possibile, ma nient'affatto scontato. L'importante è non illudere nessuno, a cominciare da se stessi.
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