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Milan, Taarabt: "Il mio calcio di strada in nome del Marocco"

Da Fes a Marsiglia, gli amici in prigione, il pallone come salvezza. Dopo la Premier il marocchino è già una stella dei rossoneri: "La mia storia? Alla Zidane"
di ENRICO CURRO'

4 minuti di lettura
MILANO - Taarabt, dopo appena 4 partite e 2 gol lei viene già soprannominato il vento del Maghreb: ha sferzato il Milan e il calcio italiano.
"Non so quale sia il soprannome giusto, ma di sicuro sono soddisfattissimo di come ho iniziato. Adesso ho qualche mese per convincere il Milan a riscattarmi dal Qpr".

Da semisconosciuto a titolare inamovibile, subito: non capita spesso.

"Magari la gente non se l'aspettava, ma io non sono sorpreso. Conosco le mie qualità e sapevo che con compagni forti come quelli del Milan le avrei dimostrate. E poi diciamo anche che le circostanze mi hanno favorito".

In che senso?

"A Napoli ho giocato da titolare, con soli 3 giorni di allenamento, perché Kakà e Honda non stavano bene. Ho approfittato della situazione. In passato ero stato più sfortunato".

Si sentiva sottovalutato?
"Se già a 17-18 anni avessi avuto la possibilità di giocare in una grande squadra, dove tutto il mondo ti vede, vi sareste accorti di me prima. La vetrina del Qpr e del Fulham non è la stessa. Comunque ho ancora 24 anni, posso recuperare".
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Dalla nascita a Fes, la Firenze del Marocco, fino allo sbarco a Milanello: si racconti in poche parole.
"Nasco nel 1989. Quando compio 8 mesi, mio padre, che già era emigrato in Francia per lavorare, ci chiama tutti a Marsiglia. Papà muratore, mamma casalinga. Cresco lì, in un quartiere popolare, pieno di giovani e un po' difficile, con le mie 4 sorelle e mio fratello, più vecchio di me. Gioco a pallone per strada. Si vede subito che ho talento".

E' nelle partitelle in strada che ha imparato a dribblare così?
"No, quello è un dono di Dio. Nel calcio puoi imparare la tattica, ma certe giocate le hai nel sangue".

Poi?

"Poi mi metto in luce nella squadretta del quartiere, il Berre l'Etang, e a 7-8 anni passo al Septème, dove ha giocato da ragazzino anche Zidane. In breve mi cercano le accademie dei principali club francesi. A 11 scelgo il Lens. Lì cresco, studio, gioco, esordisco in Ligue 1. A 18 mi prende il Tottenham, poi passo al Qpr e al Fulham. Il resto lo sapete, inclusa l'amicizia con Briatore e Gianni Di Marzio, che c'è rimasto male, perché mi avrebbe voluto vedere al Napoli. Invece sono qui e ho potuto conoscere Berlusconi, un'emozione enorme".

Può approfondire il concetto di quartiere difficile?
"Molti miei coetanei di allora sono finiti in prigione. E ricordo le parole del mio allenatore Christophe: "Adel, vattene di corsa al Lens. Se resti a vivere in questo quartiere, è un casino"".

A Londra, in Championship, meritò il titolo di re dell'assist: quale, tra le sue qualità calcistiche, dobbiamo ancora scoprire?
"Mi piace segnare, ma ancora di più fare segnare gli altri. E' la mia specialità. Solo che al Milan, per il momento, ho giocato a destra e a sinistra, non nel mio vero ruolo: centrale dietro le punte. E non avevo mai difeso così tanto, spendendo molte energie".
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Il suo mister prediletto, in mezzo a rapporti non sempre idilliaci, è Neil Warnock: come va con Seedorf?
"Molto bene. Soltanto Galliani mi conosceva, ma Seedorf ha avuto subito fiducia in me. Al telefono mi aveva detto: "Io ti giudico da adesso in poi, non mi interessano il passato e le cose che dicono di te". Ora mi dice che è troppo contento di me, mi chiede di continuare a fare il lavoro difesa-attacco e mi avverte: "Guarda che non accetto che il tuo livello scenda, adesso che ho visto quanto puoi dare alla squadra". Ha molto dialogo con noi giocatori".

Forse la serie A è più facile della Premier League.
"Il livello tecnico non è diverso. La differenza è nell'atteggiamento delle squadre di bassa classifica, che in Italia si difendono e invece in Inghilterra cercano di attaccare. Ad esempio i tifosi inglesi non avrebbero mai accettato che la loro squadra si difendesse come ha fatto il Bologna. L'altra differenza è negli stadi, che in Premier sono pieni e qui no. Però per un Milan-Juventus l'atmosfera è anche migliore di quella dell'Old Trafford".

A proposito di Juve: sta arrivando a San Siro.
"Milan-Juve la guardavo in tivù e mi sembrava irraggiungibile. Oggi ho la fortuna di poterla giocare e la voglio vincere: dobbiamo continuare la risalita in classifica".

Poi, mercoledì 5 marzo a Marrakech, tornerà in Nazionale per l'amichevole col Gabon, dopo le tante polemiche passate e la rottura.
"Il ct Benabicha me l'ha appena comunicato, sono felicissimo. Nel gennaio 2015 il Marocco ospiterà la Coppa d'Africa. E' un obiettivo: dobbiamo vincerla. Abbiamo una generazione niente male. Sa quale sarebbe teoricamente la nostra difesa? Benatia-Rami-Kaboul. Roba da fare invidia agli azzurri".

Peccato che il suo compagno di Milan Rami e Kaboul giochino per la Francia e che Benatia al momento sia in rotta col ct. A Mastour, giovane talento del Milan, consiglierà in futuro di scegliere il Marocco?
"A Mastour non dico niente e della faccenda di Benatia non so nulla direttamente. Invece a Rami, scherzando, dico sempre che è un "traditore", perché in realtà lui è un marocchino. Guardate Zidane: per 15 anni non ha detto una parola sull'argomento. Poi, quando ha smesso, ha ammesso di sentirsi algerino".

Ma lei è cresciuto in Francia, anche calcisticamente. Perché ha scelto il Marocco?
"Per la mia famiglia, a casa si parla arabo. E perché così sentivo. Alla Francia devo la mia formazione, ho giocato nelle nazionali giovanili. Però, quando mi dicevano di cantare la Marsigliese, non mi sentivo coinvolto, mentre quando parte l'inno del Marocco mi vengono i brividi. E poi, scusi, Taarabt le sembra un cognome francese? Io sono una persona sincera, dico sempre quello che penso".

Fin troppo, secondo le biografie: sarebbe scappato dal ritiro della nazionale perché non era titolare e nel Qpr addirittura in bus per una sostituzione.
"Molte storie sono falsità. L'unica cosa vera è che quando non gioco, se ritengo che sia un'ingiustizia, mi arrabbio e non ho paura a dirlo".

Il Balotelli marocchino, ha detto di sé.
"Mario è un grande giocatore e Seedorf è perfetto per lui: gli parla ogni giorno, scherzano volentieri. Balotelli è un match-winner: può sembrare fuori dalla partita per un'ora e poi fartela vincere con un colpo dei suoi".

Altra sua dichiarazione recente: il mio modello è Zidane.
"E' l'accostamento più immediato: è cresciuto a Marsiglia come me. Però forse lui era più lineare nel gioco, più "meneur de jeu", regista. Io mi ispiro anche a chi fa la differenza soprattutto con la fantasia, come Cristiano Ronaldo e Messi. Non sono ancora al loro livello, ma spero di arrivarci".

Visto che lei è un tipo franco, che cosa pensa del razzismo negli stadi italiani?
"Che finora non l'ho colto: né a Napoli, né a San Siro, né a Genova. Io penso che, se tu rispetti gli altri, gli altri rispettino te. Se poi c'è qualche razzista, è un problema suo. Penso anche che a volte qualche giocatore esageri: se uno spettatore isolato ti dà del nero, non è il caso di uscire dallo stadio".

Allude al famoso gesto di Boateng a Busto Arsizio?
"No. Trecento persone che ululano o insultano sono diverse dall'insulto isolato di qualche cretino. A Marassi, tra l'altro, ho visto un sacco di marocchini: mi sentivo a casa, come al Milan, dove ho trovato due connazionali nello staff di Milanello, Radouane e Mustafà, che mi hanno reso subito la vita più facile. E a Milano e provincia c'è una folta comunità: so che sono loro sono fieri di me e voglio giocare sempre bene, perché continuino ad esserlo".

Che cosa pensa, lei musulmano praticante che ha indossato in campo la maglia "I love Allah", del velo delle donne islamiche?
"Che vanno rispettate. Mia madre non porta il velo, ma il foulard. Non capisco perché il velo faccia scandalo e la minigonna no. La religione è una cosa personale e intima. Io prego nella mia stanza. Il problema sono sempre gli estremismi. E questo vale per ogni forma di culto, anche per l'ebraismo o il cristianesimo".

Il Ramadan è stato spesso un problema per la preparazione alle partite dei calciatori musulmani.
"Tranquilli, quest'anno cade a giugno, a fine stagione".

Che cosa si aspetta dalla prossima?

"Di centrare gli obiettivi più alti. Ho già perso 4 anni, non posso
più perdere tempo. Il Milan è l'occasione della mia vita. La devo cogliere".
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