A quasi tre anni dalla discussa vendita di Berlusconi, il club rossonero torna essere una delle società più ambite sul mercato internazionale
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"Adoro il Milan, ma non sono interessato al suo acquisto. Le voci su di me? Un mistero italiano". Così Bernard Arnault, il re francese del lusso, ha commentato a Parigi appunto l'ultimo mistero rossonero, che scolora sempre più in giallo. Accade da quando Silvio Berlusconi, nel 2017, si risolse a vendere a un imprenditore in effetti misterioso, Yonghong Li, il club, poi finito nel 2018 al fondo americano Elliott per l'insolvenza del debitore cinese. Nel frattempo Berlusconi ha indirizzato la sua passione calcistica verso il Monza. Ma è da allora che tutta Milano, non solo quella del calcio, si interroga sull'intrigo internazionale. Rimettere un po' d' ordine nel rompicapo può essere utile. Certamente è opportuno.
Un nome di moda
All'inizio dello scorso dicembre le indiscrezioni raccolte da Repubblica sull'ipotetico e imminente cambio di proprietà del Milan, il terzo negli ultimi tre anni, si erano fatte così intense che le avevano rilanciate WWD, il giornale americano bibbia della moda, e poi, in un’intervista al Corriere della Sera e in un’occasione pubblica, perfino un simbolo di Milano nella moda e nello sport come Giorgio Armani, padrone dell’Olimpia basket e dell'omonimo gruppo, non certo un anonimo del settore. Il crescente interesse per la vicenda era tautologico e i milanisti lo alimentavano con voluttà: stavolta, dopo l’infelice interregno di Yonghong Li e il governo ancora grigiastro del fondo Elliott, il nome del nuovo potenziale presidente aveva infatti riacceso la speranza dei tifosi di vedere davvero il ritorno della loro squadra sul tetto del mondo.
Sogni infranti
Sognavano che Bernard Arnault, francese di Roubaix, proprietario del gruppo del lusso LVMH, terzo uomo più ricco del mondo alle spalle degli statunitensi Jeff Bezos e Bill Gates e primo in Europa, il prossimo 5 marzo festeggiasse il settantunesimo compleanno in veste appunto di presidente della squadra italiana con più titoli internazionali, in esilio dalla Champions League dal 2014.
I sogni li aveva gelati un po’ lo scorso ottobre Antoine Arnault, rampollo del patriarca Bernard, quando si era rivolto via Instagram proprio ai tifosi milanisti, per smentire l’interesse della famiglia all’acquisto del club. Arnault junior aveva poi ribadito il concetto un paio di settimane fa, servendosi di Twitter: “Fake news”. Ma fuori dai social il momento della verità stava per arrivare e data e luogo del disvelamento erano scontati: il 28 gennaio a Parigi, in occasione del report annuale di LVMH, alla presenza dei vertici del gruppo.
Il terzo incomodo
Ora che in quella sede Arnault senior ha chiuso almeno per il momento la questione, la situazione sembra più chiara, ma non per questo è definitiva. Se il Milan non parlerà francese, significa che almeno per ora rimarrà sotto il controllo della famiglia Singer, titolare del fondo Elliott: l'orizzonte teorico del suo impegno quadriennale dichiarato resterebbe il 2022.
Tuttavia, sullo sfondo, non sfuma l’eventualità che spunti il classico terzo incomodo, finora acquattato nell’ombra: un compratore arabo o russo, ipotesi filtrata un anno fa e adesso nuovamente registrata negli ambienti della finanza milanese. Dove, in verità, il nome più accreditato era comunque quello di Bernard Arnault: il più adatto all’operazione rilancio di una squadra precipitata nella mediocrità fin dall’ultimo, dimesso lustro del trentennio di Berlusconi.
Il derby dei miliardi
Per disponibilità economica, ambizione e volontà di allargare i suoi molteplici investimenti, come attesta la recente acquisizione delle gioiellerie Tiffany con una spesa di 14 miliardi di dollari, il miliardario francese, che ha esteso il business di Louis Vuitton dalla moda all’intero settore del lusso, appariva in grado di riportare la Milano del calcio alla dimensione del derby per il vertice con l’Inter, reintrodotta nella corsa allo scudetto dal gruppo cinese Suning della famiglia Zhang: un altro derby straniero.
L’operazione Milan sottende del resto interessi finanziari che sconfinano dallo sport, per una città in piena fase di ripresa economica ed edilizia, trainata appunto dalla moda e dal lusso, in concomitanza con l’uscita di Londra, causa Brexit, dal classico triangolo con Parigi e Francoforte. Né i recentissimi problemi di tutte le aziende del lusso sul mercato cinese, per le restrizioni dovute al coronavirus, parevano condizionanti, visti gli utili da record del 2019.
I limiti del business
L’eventuale sbarco a Milano di un miliardario come Arnault o del suo livello andrebbe ben oltre il pallone, anche se c’è una barriera a monte: per chi è abituato a concepire il business ad alta velocità la lentezza del modello italiano di calcio, sovrastato dalla Premier League inglese, dalla Liga spagnola e dalla Bundesliga tedesca, non è certo allettante, ma al contrario assai respingente. Varrebbe per Arnault, ma anche per qualunque altro proprietario di una grande multinazionale europea e forse non è un caso che in serie A le nuove proprietà straniere arrivino da Paesi extra Ue.
Le prime voci sulla trattativa tra i francesi e il fondo Elliott risalgono addirittura a maggio 2019, con tanto di foto, su cui molto si è romanzato, di una riunione preparatoria dei teorici consulenti italiani – Ariedo Braida, ex dg del Milan, Carlo Tavecchio, ex presidente della Figc, Mattia Grassani, noto avvocato di diritto sportivo – e con gli obiettivi tecnici sussurrati: un allenatore del livello di Guardiola o Allegri, un fuoriclasse come Messi o Mbappé: i diretti interessati hanno sempre smentito, in maniera più o meno decisa a seconda del momento in cui sono stati interpellati.
Quanto vale il Milan?
Così, mentre loro non si sbilanciavano, nello scenario dipinto dalle voci più recenti, quelle di fine dicembre, i protagonisti sono diventati altri, i consulenti legali. Il racconto si arricchiva di particolari: l’accelerazione della trattativa durante una serie di incontri nell’ufficio del presunto advisor, con vista Duomo, ai bordi del quadrilatero della moda: anche i luoghi, in questa vicenda, hanno un valore simbolico.
Ma simbolica, in un affare simile, non sarebbe di sicuro la cifra. La distanza tra la domanda di Elliott e l’offerta di qualunque potenziale acquirente è nota e non è un ostacolo da poco. Anzi, è il più alto. Il Milan, in calo di risultati e di immagine, è valutato dagli analisti del settore non più di 560 milioni di euro, ma non meno di 975 dal fondo americano. La necessità di ripianare il deficit di 146 milioni, come primo atto di una futura gestione, è un ulteriore nodo. Né manca il problema dei paletti del fair-play finanziario dell’Uefa, che quest’anno ha escluso la squadra dalle coppe.
Anche se un nuovo, ricchissimo proprietario darebbe solide garanzie di stabilità a Nyon, che non ha mai nascosto lo scetticismo sulle prospettive a medio-lungo termine dei fondi nel calcio, soltanto restando fuori dall’Europa League - o da una miracolosa risalita verso la Champions - il club non sarebbe soggetto a vincoli sul mercato fino alla stagione 2021-22 o comunque fino all’eventuale ritorno in Europa. La risalita della squadra in campionato e la qualificazione alla semifinale di Coppa Italia, trofeo la cui conquista vale la partecipazione all'Europa League, avvicinano la nuova verifica finanziaria da parte degli organi di controllo del governo del calcio europeo.
Il nodo stadio
Il nodo più importante, però, sembra sempre il nuovo stadio, indicato da Elliott come elemento cruciale per il rilancio del Milan. Si era arenato, ma sembra essersi sbloccato proprio in queste ore, il progetto congiunto con l’Inter per l’abbattimento del Meazza, la sua sostituzione con un impianto da 65 mila posti sempre a San Siro e la creazione di un grande centro commerciale nella stessa area: il sindaco Giuseppe Sala chiedeva una valutazione di benefici e costi per la città e l’ultimo progetto, un’apertura dei due club alla realizzazione di una cittadella dello sport per tutti nell’area dell'attuale Meazza, conservato in minima parte, potrebbe avere appunto sbloccato la situazione. Elliott, che è tra i colossi della finanza mondiale e ha forti interessi in quella italiana (Tim su tutti), guarda con molta attenzione all'operazione nuovo San Siro.
Il tetto retrattile
Sempre a proposito di stadio, tra le voci sull’interesse dei francesi per il Milan ce n’era una, particolarmente suggestiva, sullo studio di fattibilità di una ristrutturazione del Meazza per circa 450 milioni di spesa: stadio trasformato in impianto da 70 mila posti con tetto retrattile a forma di petali di tulipano e consulenza affidata al famoso studio parigino degli architetti Taillibert, oltre alla costruzione di una cittadella del lusso.
Per ora si gioca, eccome, nel vecchio San Siro, dove si è visto davvero poche volte Gordon Singer: le sue rare apparizioni a Milano hanno sempre lasciato pensare che il calcio non fosse tra le priorità del fondo Elliott. Singer junior presenziò a inizio gennaio alla prima dell’Ibrahimovic bis, un remake al cui esito parevano allora appesi tutti: l’ad Gazidis, il trio dei dirigenti sportivi Boban-Maldini-Massara, l’allenatore Pioli. Invece il fondo Elliott, apparentemente, non abbandona affatto: starebbe per annunciare il rinnovo del contratto di sponsorizzazione con Emirates, sia pure al ribasso (da 16 milioni l’anno a 10-12).
Quanti misteri
Si impone, a questo punto, un po’ di cronistoria. Il 24 marzo 2017 il Milan passò dalla Fininvest di Silvio Berlusconi alla Rossoneri Lux del cinese Yonghong Li per 740 milioni, di cui 220 di debiti, dopo una sofferta trattativa, con tre caparre da 100 milioni l’una, e un prestito di 354 milioni del fondo Elliott a Li. L’11 luglio 2018, per il mancato rimborso da parte di Li dei 32 milioni dell’aumento di capitale chiesto due settimane prima, la Project Red Black, società lussemburghese di Elliott, ottenne la proprietà di Rossoneri Lux e di conseguenza il controllo del Milan.
Lo scorso dicembre, un anno e mezzo dopo, nel pieno delle voci sulla nuova vendita, i cinesi sono ricomparsi per attaccare il fondo dei Singer, prima con un’intervista a Forbes dell’ex dg David Han Li e poi con un tweet dell’ex presidente Yonghong Li. Nel frattempo, oltre alle indiscrezioni su Arnault, c'erano stati abboccamenti con potenziali acquirenti, tra i quali gli imprenditori Daniel Kretinsky, ceco, comproprietario dello Sparta Praga, e Alisher Usmanov, russo-uzbeco, già azionista dell’Arsenal: nessun abbozzo di trattativa, però, è andato a buon fine, malgrado Elliott debba investire ogni mese nella gestione del Milan 10 milioni di euro.
Il mercato invernale ha portato finora il provvidenziale Ibrahimovic, ma per il resto la regola è sempre la stessa: abbassare il monte stipendi e non appesantire mai il bilancio: un giocatore entra e uno esce, alla pari. Tra un social e l’altro, al Milan è tutto parecchio virtuale. Tranne i misteri: quelli rimangono reali.