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L'azzardo di Gazidis, dire addio a Pioli proprio ora che si è preso il Milan

Stefano Pioli (ansa)
Il tecnico, che a suon di vittorie sta risalendo la classifica, a fine stagione sarà sostituito da Rangnick, una scelta che rischia di rivelarsi affrettata
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La carriera da allenatore di Stefano Pioli è fatta di grandi occasioni perdute nei pressi del traguardo: sulle panchine di Lazio, Fiorentina e Inter è stato vicino a convincere dirigenti e critica sul fatto che potesse essergli affidato un progetto a lunga scadenza e non un ruolo più o meno provvisorio. Pare dunque una ripetizione del passato, un capitolo consueto della biografia, la verosimile conclusione dell'avventura al Milan: il saluto del club a fine stagione, con gratitudine frammista a freddezza, perché c'è già pronto un nuovo progetto da affidare a qualcun altro. Il qualcun altro, nello specifico, è il visionario tedesco Ralf Rangnick, che ha fama di demiurgo delle squadre giovani e verso il quale sarebbe sbagliato nutrire pregiudizi. Rispetto alle precedenti esperienze di Pioli, però, stavolta emerge una sostanziale differenza. Al Milan, che lui ereditò lo scorso ottobre da Giampaolo, si è ormai creata un'evidente alchimia, ambientale e tattica, con una squadra che è inequivocabilmente giovane: parla chiaro l'anagrafe di Donnarumma, Romagnoli, Hernandez, Kessié, Bennacer, Leao, ma anche Çalhanoglu e Rebic non sono certo anziani.

La rivoluzione del fondo Elliott, per quanto non possa essere tecnicamente contestata a priori, contiene una percentuale di azzardo forse non necessaria: la rimonta in classifica dopo la pandemia legittima il dubbio che congedare Pioli rischi di rivelarsi una scelta affrettata. Del suo lavoro l'aspetto più riuscito è la capacità di rassicurare gli altri: è stato così con Boban e Maldini, i dirigenti che lo hanno voluto, e ovviamente con i giocatori, che ha saputo convincere durante la quarantena ad allenarsi "a casa, anche in garage e in corridoio", per non perdere la condizione atletica.

La mossa più umile e più lucida è stata quella di farsi aiutare da Ibrahimovic, riconoscendogli il ruolo di leader del gruppo, non solo per ragioni di curriculum. A dispetto del contratto in scadenza, il veterano è subito diventato il punto di riferimento, il parafulmine e lo sprone a non accettare la sconfitta come evento ineluttabile, oltre che il regista anomalo in campo. Pioli lo ha assecondato volentieri e l'amministratore delegato Gazidis ha dovuto incassarne una memorabile sfuriata a Milanello, davanti alla squadra. Ora è altamente probabile che l'allenatore stia per vivere il solito epilogo delle sue principali esperienze in panchina, qui particolarmente iniquo. Eppure lui non cede all'umana tentazione della rivalsa: le dimissioni per inchiodare il club alla responsabilità di averlo lasciato da mesi in balia delle indiscrezioni su Rangnick, mai smentite né chiarite. "La stagione non è finita: abbiamo ancora soddisfazioni da toglierci". Quell'"abbiamo", per una volta, non va letto al plurale: se il Milan lo congederà, c'è da scommettere che Pioli troverà subito un'altra panchina. E che non sarà una panchina minore.
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