Estasi e attesa, il giorno di Napoli
di Marco Azzi , di Marco AzziNAPOLI — Non si è mai davvero pronti davanti agli eventi che segnano la vita, e cambia poco che Napoli stia aspettando da 33 anni — e un giorno — di cucirsi in petto il terzo scudetto. Stavolta c’erano tutti i presupposti per arrivare senza affanni al rendez vous con la gloria, dato che gli azzurri hanno dominato la Serie A dall’inizio alla fine e possono diventare già oggi la prima squadra nella storia del campionato a conquistare il titolo con sei turni d’anticipo.
Il gruppo di Luciano Spalletti deve infatti vincere nel pomeriggio il derby al Maradona con la Salernitana, e scenderà in campo conoscendo già il risultato della Lazio, staccata di 17 punti, ospite alle 12.30 dell’Inter e costretta a sbancare San Siro per restare ancora in corsa per la vetta. Numeri alla mano i giochi sembrano insomma quasi fatti, e in cit…!-->!-->
NAPOLI — Non si è mai davvero pronti davanti agli eventi che segnano la vita, e cambia poco che Napoli stia aspettando da 33 anni — e un giorno — di cucirsi in petto il terzo scudetto. Stavolta c’erano tutti i presupposti per arrivare senza affanni al rendez vous con la gloria, dato che gli azzurri hanno dominato la Serie A dall’inizio alla fine e possono diventare già oggi la prima squadra nella storia del campionato a conquistare il titolo con sei turni d’anticipo.
Il gruppo di Luciano Spalletti deve infatti vincere nel pomeriggio il derby al Maradona con la Salernitana, e scenderà in campo conoscendo già il risultato della Lazio, staccata di 17 punti, ospite alle 12.30 dell’Inter e costretta a sbancare San Siro per restare ancora in corsa per la vetta. Numeri alla mano i giochi sembrano insomma quasi fatti, e in città si respira la stessa atmosfera della vigilia di Natale, con i preparativi per la festa che sono diventati — dopo mesi di caos calmo scaramantico — improvvisamente febbrili, frenetici e travolgenti. Tutti avevano capito che il lieto fine era dietro l’angolo e a dicembre erano state fatte in centro persino le prove generali dello show nel nome di Maradona, dopo la tercera coppa Mundial alzata dall’Argentina in Qatar. Ma solo adesso c’è il passaggio dai sogni alla realtà, e le ultime ore si sono trasformate di riflesso in una corsa contro il tempo: interi quartieri mobilitati, condòmini che litigano per aumentare le quote delle collette per un addobbo nuovo da aggiungere alle piazze, un’altra bandiera da esporre sui terrazzi, uno striscione divertente o ironico in più.
Accanto al centro sportivo di Castel Volturno il maestro Paolo Deor sta completando in extremis il murale di Victor Osimhen, sulla facciata di un B&B. Il D-day è alle porte e, per completare l’opera, mancano le braccia del bomber mascherato: chissà se sarà bastata l’ultima mano di pittura nella notte, da passare sull’elevatore con il gruppo elettrogeno. Il gol di Raspadori alla Juve ha fatto precipitare piacevolmente la situazione, ma s’è assottigliata all’improvviso l’ultima tranche del conto alla rovescia e l’unica soluzione è prenderla con la proverbiale pazienza partenopea, come avrebbe suggerito Massimo Troisi: Scusate il ritardo.
Tu dimmi quando, quando domandava invece in una delle sue canzoni più belle Pino Daniele. La risposta è forse adesso, e Napoli sta arrivando al gran finale con il fiato corto, visto che in città spuntano bancarelle dovunque e in settimana sono andate in affanno le Istituzioni, con il Prefetto che ha deciso di disporre in extremis il rinvio alla domenica del derby con la Salernitana. Un giorno in più di tempo è ritornato utile per reperire più agenti e allestire il piano anti-traffico con una gigantesca isola pedonale che, dalle 14, bandirà la circolazione nel centro storico e sul lungomare. Ma c’è una partita da vincere e sono legittime le ansie di Luciano Spalletti. «Completiamo l’opera, poi alzeremo le braccia. Siamo emozionati e un po’ spaventati per l’attesa, anche se sono queste le pressioni che rendono meraviglioso il mestiere del calciatore. Ai tifosi dico invece che bisogna saper vincere e che in giro ci saranno anche i nostri figli, compresi i miei. Se festa sarà, come speriamo, dovrà essere la loro...». Sono passati 33 anni dal 2° scudetto (29 aprile 1990) e dopo 396 mesi è l’ora di scrivere — azzurro su bianco — il proverbio allo stesso tempo più banale e aderente alla realtà: non c’è due senza tre.