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Roma, Sabatini: "E' Totti il tappo di tutto..."

Il giorno del suo addio ufficiale dalla carica, il ds giallorosso lancia frecciate al capitano: "Gli darei un Nobel per la fisica ma...". Sul rapporto con Pallotta: "E' un bostoniano allegro, incline alla statistica, io sono un etrusco crepuscolare"

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ROMA - Sono passati mesi dalla prima volta in cui Walter Sabatini rassegnò le dimissioni al presidente Pallotta. La sessione estiva di mercato - da lui stesso definita "noiosa" nella conferenza stampa di addio alla Roma - sommata alle divergenze di vedute con il tycoon di Boston ha favorito nelle ultime ore la stretta di mano, consensuale, tra le parti. L'ex direttore sportivo giallorosso analizza quelle che sono state le strategie del suo mercato "rissaiolo e schizofrenico". Parla di Totti come un "sole che oscura il resto dei calciatori". Del numero uno del club assicura la volontà di "pensare allo stadio non come speculazione ma perché sa che fornirebbe una percentuale di possibilità più alta a livello internazionale". Infine, rivolge i suoi auguri al braccio destro Massara (che da ora ne rileverà il ruolo) e confessa il reale, ed unico, rammarico della sua esperienza in giallorosso: "La tristezza cupa di non aver vinto lo Scudetto".
 
"PALLOTTA  PENSA ALLA STATISTICA, IO ALL'ISTINTO" - Le sue vedute del calcio non hanno più riscontrato la convergenza di interessi ed obiettivi con la proprietà. In sintesi, è questa la reale motivazione della cessazione del rapporto tra Sabatini e la Roma: "Pallotta è un imprenditore americano, allegro e propositivo incline allo studio della statistica e alla frequentazione di meeting. Io - dice l'ex ds in una conferenza stampa davanti ad una sala gremita di giornalisti - sono un etrusco residuale, crepuscolare, solitario. Un conflitto evidente, nonostante il reciproco rispetto. Pallotta si è sempre fidato di chi ha lavorato per la Roma e non è stato lontano dal raggiungere alcuni obiettivi. Milan e Inter, da esempio, vorrebbero essere la Roma: dispiace di essere capitati in un momento eccezionale della Juventus, che è stata superiore a noi. I motivi della risoluzione? Sono cambiate le regole di ingaggio. Non ho una mente elastica che riesce ad adeguarsi alle richieste dei nuovi criteri. Il presidente e i suoi collaboratori puntano su altre prerogative e adorano la statistica e i meeting. Io vivo ancora dentro il mio istinto, che non può essere freddamente rapportato ai numeri. Devo fare il mio calcio e non intendo cambiare. Pallotta punta su altre possibilità, io sono incline alla mia sofferenza notturna". Che lo porterà ad essere assente fisicamente, ma con una "presenza forte a livello intellettuale e psicologico". Il dirigente umbro rivela la goccia che ha favorito la saturazione del suo vaso, ossia la mancata acquisizione di un calciatore che - nei suoi piani - costituiva la chiave per aumentare il tasso di qualità dell'organico: "Non reputo di essere più all'altezza di questo compito nonostante sia un presuntuoso critico con un'idea piuttosto altolocata di me stesso. Sono un uomo leale e so che non potrei più dare il massimo. L'episodio scatenante è stata l'assenza di forza e determinazione nel chiudere una determinata operazione. Ho perso l'attimo fuggente, odio non aver preso questo calciatore. Mi fa stare male, da morire, sportivamente parlando. Ora voglio soltanto rimanere in silenzio e raccogliere le idee: è stato questo l'episodio decisivo nel decidere che non sarei più potuto essere il direttore della Roma".

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"PREMIO NOBEL PER LA FISICA A TOTTI. UN SOLE CHE OSCURA TUTTO" - Tanti i momenti lieti, dal primo passo dentro Trigoria ad alcune vittorie decisive (come il derby che favorì l'accesso alla Champions League nella penultima gara di due stagioni fa). Ma anche la fortuna di poter assistere alle ultime sorprendenti prestazioni Francesco Totti: "Gli darei il premio nobel per la fisica. Le sue giocate non sono riproponibili e il calcio perderà moltissimo. Le sue traiettorie e parabole hanno rimesso in discussione Copernico, Keplero e la teoria della relatività. Totti, però - aggiunge Sabatini - costituisce un tappo. Porta con sé una luce abbagliante, un sole che oscura tutto il resto del gruppo di lavoro, che è subordinato a questo". Molti, però, i rimpianti: "La sconfitta nel derby di Coppa Italia è stata la mia catarsi, ho pensato da lì di cambiare l'indirizzo del mio operato. Ma l'idea di non aver vinto lo Scudetto, a meno che questa squadra non faccia qualcosa di imprevedibile, mi perseguiterà per tutta la vita. E' una tristezza quieta: credo di aver fatto il massimo, la Roma è competitiva e ci siamo piazzati due volte al secondo posto ed una al terzo. L'allenatore è straordinario, il gruppo è valido. Ho annullato totalmente la mia persona in questi cinque anni, un'esperienza che, più che un brandello della mia vita, ha costituito totalmente la mia vita. Ricordo di aver stimolato una rivoluzione culturale nella mia prima conferenza stampa: in questo - confessa Sabatini - risiede il mio vero fallimento. Non dei risultati sportivi o nella gestione del trading, visto che ho portato la Roma  a sedersi a tutti i tavoli del calcio che conta e considerato che ho reso la Roma un'insidia per tutti, ad ogni latitudine: credo di non aver centrato l'obiettivo di far pensare ai calciatori, ai tecnici e ai dipendenti di Trigoria, che la vittoria non debba essere vissuta come possibilità, ma come una necessità. Qui si perde e si vince alla stessa maniera, ed è questa la nostra reale debolezza". Debole, invece, il tasto Lamela. L'argentino - secondo quanto dichiarato da Sabatini - è forse l'unico tassello del puzzle che, se potesse, proverebbe a cambiare: "Cederlo mi ha ucciso. Ho imposto questa operazione al mio arrivo per dare da subito un segnale di forza e presenza, andando ad ingaggiare un predestinato. Fu un'operazione complicata, per far capire il valore e il peso della nostra società". 
 
"COMMISSIONI? IO UOMO ONESTO, COME LA ROMA" - Il testimone, temporaneamente, passerà temporaneamente a Ricky Massara: "Non è un mio delfino ma un professionista laureato, molto competente, che potrà esercitare il suo ruolo soltanto se chi interloquisce con lui accetterà questa realtà. Mi sostituirà e farà bene il suo lavoro. Ci sono dirigenti molto importanti in società ma vedo una tendenza generale ad indebolire la Roma da parte di alcuni individui, attraverso la demolizione costante e preventiva di qualsiasi manager che venga qui. Per molti Baldini è un massone dannoso, Baldissoni un arrogante avvocato, massone anche lui. Ora si passerà al dossier su Gandini - continua sarcasticamente - Le sconfitte della Roma sono tutte le mie, è chiaro che non ha perso la stampa e non hanno perso i tifosi. Attacco però questa abitudine generalizzata di pensare che sia meglio una Roma debole. Rendete la Roma forte - l'invito a gran voce di Sabatini - fidatevi dei dirigenti senza farli diventare carne da macello". Altri sassolini dalla scarpa quelli relativi alle frequenti dicerie sulle presunte - copiose - commissioni da lui incassate grazie ad alcune operazioni di mercato: "Vi informo che con le commissioni si acquistano i calciatori, visto che in alcuni territori esiste la parcellizzazione dei cartellini. La Roma è una società onesta, io sono un uomo onesto e invito i signori che hanno ridacchiato, facendo battute su presunte vacanze in compagnie di signorine ed agenti, di costituirsi in consorzio e venire con me davanti ad un giudice. I soldi che vincerò non li darò in beneficenza". 
 
"COSTRETTI A UN MERCATO RISSAIOLO. ORA NON AVREI PIU' POTUTO FARE IL MIO CALCIO" - Giudice del suo operato il presidente Pallotta che, dalla collaborazione attiva con Franco Baldini ("Un grande acquisto per la società"), tirerà le somme per individuare l'identikit del direttore sportivo chiamato a sostituire Sabatini. A chi gli domanda se, nell'arco di questi anni, si sia mai piegato a compromessi o se ritiene di "aver venduto l'anima ai padroni", Sabatini replica così: "La mia anima è talmente complicata che non la comprerebbe nessuno. E' stata una strategia, un'esigenza: la Roma in maniera statica non può individuare target di mercato ed andarci sotto con arroganza. La Roma è costretta a fare un mercato rissaiolo, facendo un po' di casino: questa è una mia caratteristica chimica, biologica e intellettuale. E' vero, però, che nella continuità è più facile ottenere risultati nonostante penso che una certa continuità ci sia stata. E' una politica - continua il direttore sportivo - che comporta rischi notevoli ma chi è stato venduto è stato sempre adeguatamente sostituito. L'ho fatto nella speranza di riuscire a non indebolire mai la squadra. Non credo di aver prodotto danni nel portare avanti questo tipo di mercato: mancando la continuità non si arriva mai a coagulare l'unità di intenti, ma abbiamo dovuto farlo per poter essere competitivi. Dentro queste scelte ho fatto anche qualche errore, ma tantissime cose hanno funzionato". Ora la scelta più complicata: pensare al futuro. "Non ho nessuna offerta, da oggi pomeriggio sono disoccupato. Voglio lavorare perché, per me, la vita è un corollario del mio lavoro. Non guardo alle grandi società perché un bel panino con la mortadella vale un pasto con il caviale: l'importante è che possa fare il mio calcio". Con la Roma, questo, non sarebbe più potuto accadere. 





 
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