ROMA - Un successo a San Siro, la prima volta nella storia, contro il Milan di Menez e Inzaghi, Montolivo e Cerci. Un'impresa, quella del Sassuolo, che al successo alla Scala del calcio, inedito assoluto per i neroverdi, aggiunge il valore di averlo raggiunto con una squadra composta da 11 italiani su 11. "Non 11, ma 14", tiene a puntualizzare, pensando agli ingressi dalla panchina, il tecnico Eusebio di Francesco, 45 anni, vero artefice di un progetto tecnico che, in un campionato dominato dagli stranieri - oltre il 56 per cento dei calciatori impiegati non è nato in Italia - coniuga ottimi risultati, certificati dal decimo posto davanti all'Inter, alla valorizzazione del prodotto locale.
VIDEO: GUARDA I GOL
Qual è la vostra ricetta, Di Francesco?
"Nel calcio non c'è ricetta, preferisco parlare di lavoro: lavorare principalmente con calciatori italiani è stata una scelta della società. Di certo il fatto che ci siano tantissimi ragazzi del nostro Paese ci aiuta dal punto di vista della comunicazione, nel riuscire a spiegare più facilmente quello che vuoi da loro. Ma ben vengano i giocatori stranieri, se sono bravi come quelli che abbiamo noi o come i vari Vazquez e Dybala, gente che nelle loro squadre fa la differenza".
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Consigli per gli acquisti?
"No, ormai sono giocatori per le tasche di altri club".
Il Sassuolo invece ha valorizzato ragazzi come Sansone, Zaza, Berardi, Acerbi... Come li scegliete i giocatori su cui scommettere?
"Noi scegliamo giocatori promettenti che possano far parte del nostro progetto tecnico, andandoli a prendere in serie B o da club dove giocavano meno, ma che qui con noi stanno crescendo bene. I nostri sono ragazzi che hanno grandi margini di miglioramento. Non sono ancora al top, ma ci stanno arrivando".
Soprattutto, i vostri risultati sono il frutto di un calcio propositivo, che non ama speculare: un'anomalia in Italia per una realtà di provincia...
"Torno a ribadire: è questione di idee, stiamo cercare di fare entrare questa mentalità nella testa dei ragazzi. Io come allenatore credo nel calcio propositivo: è vero, non sempre paga, ma quando paga fa piacere perché vuol dire che il lavoro, l'esercitazione, la ripetitività degli esercizi che proviamo sono alla base dei risultati che raggiungiamo".
In questo senso, le partenze per l'estero di gente come Mancini, Capello, Ancelotti, Lippi, Spalletti, non ha tolto ai giovani italiani guide con cui formarsi? Ora il ritorno del Mancio, il lavoro di gente come lei e Montella, sta coprendo questa lacuna?
"Di allenatori italiani bravi ce ne sono tanti. Ma certo serve mentalità, serve essere propositivi, cercare di ritrovare quel qualcosa che al nostro calcio è mancato e trasmetterlo. I giocatori hanno bisogno di una guida, di avere delle certezze, e quelle deve dargliele l'allenatore".
A proposito di italiani, lei era anche uno dei simboli del Piacenza tutto italiano della metà degli anni Novanta. L'ha aiutata in questo senso?
"Direi di no, è soltanto una casualità. E poi da giocatore in un gruppo fai valere altre caratteristiche rispetto a un allenatore".
Tra allenatore e giocatore, invece, per chi è più importante la parola pazienza?
"Senza dubbio è più importante per l'allenatore, i ragazzi fanno fatica ad averne, gli allenatori invece devono essere pazienti e devo fare i conti con la pazienza tutti i giorni, per gestire i ragazzi, far capire loro quando è il momento di aspettare. Di pazienza ne serve tanta sempre. Anche con voi giornalisti".
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Qual è la vostra ricetta, Di Francesco?
"Nel calcio non c'è ricetta, preferisco parlare di lavoro: lavorare principalmente con calciatori italiani è stata una scelta della società. Di certo il fatto che ci siano tantissimi ragazzi del nostro Paese ci aiuta dal punto di vista della comunicazione, nel riuscire a spiegare più facilmente quello che vuoi da loro. Ma ben vengano i giocatori stranieri, se sono bravi come quelli che abbiamo noi o come i vari Vazquez e Dybala, gente che nelle loro squadre fa la differenza".
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Consigli per gli acquisti?
"No, ormai sono giocatori per le tasche di altri club".
Il Sassuolo invece ha valorizzato ragazzi come Sansone, Zaza, Berardi, Acerbi... Come li scegliete i giocatori su cui scommettere?
"Noi scegliamo giocatori promettenti che possano far parte del nostro progetto tecnico, andandoli a prendere in serie B o da club dove giocavano meno, ma che qui con noi stanno crescendo bene. I nostri sono ragazzi che hanno grandi margini di miglioramento. Non sono ancora al top, ma ci stanno arrivando".
Soprattutto, i vostri risultati sono il frutto di un calcio propositivo, che non ama speculare: un'anomalia in Italia per una realtà di provincia...
"Torno a ribadire: è questione di idee, stiamo cercare di fare entrare questa mentalità nella testa dei ragazzi. Io come allenatore credo nel calcio propositivo: è vero, non sempre paga, ma quando paga fa piacere perché vuol dire che il lavoro, l'esercitazione, la ripetitività degli esercizi che proviamo sono alla base dei risultati che raggiungiamo".
In questo senso, le partenze per l'estero di gente come Mancini, Capello, Ancelotti, Lippi, Spalletti, non ha tolto ai giovani italiani guide con cui formarsi? Ora il ritorno del Mancio, il lavoro di gente come lei e Montella, sta coprendo questa lacuna?
"Di allenatori italiani bravi ce ne sono tanti. Ma certo serve mentalità, serve essere propositivi, cercare di ritrovare quel qualcosa che al nostro calcio è mancato e trasmetterlo. I giocatori hanno bisogno di una guida, di avere delle certezze, e quelle deve dargliele l'allenatore".
A proposito di italiani, lei era anche uno dei simboli del Piacenza tutto italiano della metà degli anni Novanta. L'ha aiutata in questo senso?
"Direi di no, è soltanto una casualità. E poi da giocatore in un gruppo fai valere altre caratteristiche rispetto a un allenatore".
Tra allenatore e giocatore, invece, per chi è più importante la parola pazienza?
"Senza dubbio è più importante per l'allenatore, i ragazzi fanno fatica ad averne, gli allenatori invece devono essere pazienti e devo fare i conti con la pazienza tutti i giorni, per gestire i ragazzi, far capire loro quando è il momento di aspettare. Di pazienza ne serve tanta sempre. Anche con voi giornalisti".