ROESELARE (Belgio) - Chiedere a un corridore quale sia la sua Classica monumento preferita è spesso una domanda retorica. Nove su dieci rispondono con una sola parola, "Ronde". La Ronde, il Giro delle Fiandre. Lo spostamento dell'arrivo da Meerbeke (o Ninove) a Oudenaarde, dal 2012, ha enormemente centralizzato il ruolo di alcuni dei bergs più sacri ma tradizionalmente messi all'ombra dal famoso (e ora ritornato, anche se spostato a oltre 80 km dall'arrivo) Kapelmuur. Il Fiandre dei nostri tempi inizia a decidersi sul muro numero 13, il tredicesimo dei 18, il più bello, selvaggio, ardito, odiato. Il cui nome, nel mondo della bicicletta, fa abbassare il capo. Il Koppenberg.
Anatomia di una leggenda - La sua cima arriva a 32 km dall'arrivo. È lungo 600 metri, ha un'altitudine massima di 77 metri sul livello del mare. Di spaventoso, più che le pendenze, comunque mai superiori al 22%, il Koppenberg ha il fondo stradale: un pavé sconnesso, una carreggiata strettissima, una sorta di tratturo impercorribile se non a piedi. Così fu giudicato dopo la sua prima apparizione durante la Ronde, nel 1976. L'aveva scoperto, frequentando in allenamento i sentieri intorno a Melden, il flandrien Walter Godefroot. L'aveva proposto agli organizzatori, confidando nel Koppenberg per avere qualche vantaggio nei confronti di Eddy Merckx. In effetti, il Cannibale andò in crisi verticale già a metà Koppenberg. Lui, come tanti, come quasi tutti, scese di bici e guadagnò la cima a piedi spingendo la bici come fanno i biker o i ciclocrossisti. Qualcosa di mai visto. In un'intervista di molti anni dopo, Merckx avrebbe definito quella giornata come "un incubo, una delle più brutte della mia vita". All'arrivo, vittoria per Walter Planckaert su Moser e Demeyer, Godefroot 8°, Merckx 16°, lontanissimo.
IL BORSINO DEI FAVORITI
Skibby - Il Koppenberg comparirà ininterrottamente fino al 1987, con la sua fama di Moloch inviolabile. Poi, esattamente trent'anni fa, accade questo. Il danese Jesper Skibby, buon corridore di quegli anni, poi vincitore di tappe durante Giro, Tour e Vuelta, non esattamente un corridore da classiche, è in fuga con un buon vantaggio sul gruppo e imbocca in testa il Koppenberg. "Mi sentivo sicuro", trent'anni dopo la sua voce, al telefono, è un misto contagioso di allegria e di rimpianto, "ero al primo anno da professionista, mi sentivo pieno di energia e la salita non è ripidissima, almeno all'inizio. Poi".
Poi Skibby inizia a rallentare, a zigzagare, alla ricerca letteralmente di un sentiero tra le pietre, come un escursionista, più che come un corridore professionista. "Cercavo i punti in cui scavallare le pietre più aguzze, il pavé non ti perdona, il Koppenberg è una lunghissima agonia e se non lo prendi con ritmo e se non sei fortunato, ti disarciona". Si pianta, Skibby, finisce al centro della strada e cade. "Una caduta da niente, alla fine sarei riuscito anche a risalire, superata la cima, c'è discesa e pianura". Invece accade che l'auto del direttore di gara passi sulla bici, la schiacci e prosegua indisturbata, uno spettacolo orribile. Ruote distrutte, corsa persa. Skibby riprende tenendo il mezzo tra le mani, senza la ruota posteriore. Attende assistenza, ma perde secondi, minuti, energie nervose. Il gruppo rientra. Si ritira. "Tra tutte le salite, i muri, in tutte le corse della mia vita, il Koppenberg mi è rimasto dentro, come lo è una cima inviolabile. Ho quella sensazione quando ci ripenso".
Dopo quel giorno, l'organizzazione disse basta, mai più Koppenberg, finché sarà questo. Su quelle pietre ombrate da alti frassini, perennemente umide, con batuffoli di muschio che fanno ancor più improba la fatica, dall'88 si corre il Koppenbergcross, gara e specialità forse più adatte a quel genere di pendenza, a quel genere di sforzo. Eppure, gli appassionati continuano negli anni a chiedere il ritorno del mito.
Il ritorno - Il "Koppen" resterà fuori per restyling fino al 2002, il comune di Oudenaarde ci spenderà quasi 200mila euro per mettere a posto ognuno dei micidiali pezzetti di porfido. Non durerà molto. Nel 2006 è una nuova processione di corridori in portage, tutti o quasi messi a nudo dall'impossibile, bestiale tratturo. Nuovo restyling e ritorno definitivo nel 2008. Oggi nessuno immaginerebbe un Fiandre senza questa sequenza finale: Koppenberg, Steenbeekdries, Taaienberg, Kriusberg, Oude Kwaremont, Paterberg. Sono la litania laica di un popolo in preghiera, la prima domenica della loro fangosa, terragna Settimana santa.
Anatomia di una leggenda - La sua cima arriva a 32 km dall'arrivo. È lungo 600 metri, ha un'altitudine massima di 77 metri sul livello del mare. Di spaventoso, più che le pendenze, comunque mai superiori al 22%, il Koppenberg ha il fondo stradale: un pavé sconnesso, una carreggiata strettissima, una sorta di tratturo impercorribile se non a piedi. Così fu giudicato dopo la sua prima apparizione durante la Ronde, nel 1976. L'aveva scoperto, frequentando in allenamento i sentieri intorno a Melden, il flandrien Walter Godefroot. L'aveva proposto agli organizzatori, confidando nel Koppenberg per avere qualche vantaggio nei confronti di Eddy Merckx. In effetti, il Cannibale andò in crisi verticale già a metà Koppenberg. Lui, come tanti, come quasi tutti, scese di bici e guadagnò la cima a piedi spingendo la bici come fanno i biker o i ciclocrossisti. Qualcosa di mai visto. In un'intervista di molti anni dopo, Merckx avrebbe definito quella giornata come "un incubo, una delle più brutte della mia vita". All'arrivo, vittoria per Walter Planckaert su Moser e Demeyer, Godefroot 8°, Merckx 16°, lontanissimo.
IL BORSINO DEI FAVORITI
Skibby - Il Koppenberg comparirà ininterrottamente fino al 1987, con la sua fama di Moloch inviolabile. Poi, esattamente trent'anni fa, accade questo. Il danese Jesper Skibby, buon corridore di quegli anni, poi vincitore di tappe durante Giro, Tour e Vuelta, non esattamente un corridore da classiche, è in fuga con un buon vantaggio sul gruppo e imbocca in testa il Koppenberg. "Mi sentivo sicuro", trent'anni dopo la sua voce, al telefono, è un misto contagioso di allegria e di rimpianto, "ero al primo anno da professionista, mi sentivo pieno di energia e la salita non è ripidissima, almeno all'inizio. Poi".
Poi Skibby inizia a rallentare, a zigzagare, alla ricerca letteralmente di un sentiero tra le pietre, come un escursionista, più che come un corridore professionista. "Cercavo i punti in cui scavallare le pietre più aguzze, il pavé non ti perdona, il Koppenberg è una lunghissima agonia e se non lo prendi con ritmo e se non sei fortunato, ti disarciona". Si pianta, Skibby, finisce al centro della strada e cade. "Una caduta da niente, alla fine sarei riuscito anche a risalire, superata la cima, c'è discesa e pianura". Invece accade che l'auto del direttore di gara passi sulla bici, la schiacci e prosegua indisturbata, uno spettacolo orribile. Ruote distrutte, corsa persa. Skibby riprende tenendo il mezzo tra le mani, senza la ruota posteriore. Attende assistenza, ma perde secondi, minuti, energie nervose. Il gruppo rientra. Si ritira. "Tra tutte le salite, i muri, in tutte le corse della mia vita, il Koppenberg mi è rimasto dentro, come lo è una cima inviolabile. Ho quella sensazione quando ci ripenso".
Dopo quel giorno, l'organizzazione disse basta, mai più Koppenberg, finché sarà questo. Su quelle pietre ombrate da alti frassini, perennemente umide, con batuffoli di muschio che fanno ancor più improba la fatica, dall'88 si corre il Koppenbergcross, gara e specialità forse più adatte a quel genere di pendenza, a quel genere di sforzo. Eppure, gli appassionati continuano negli anni a chiedere il ritorno del mito.
Il ritorno - Il "Koppen" resterà fuori per restyling fino al 2002, il comune di Oudenaarde ci spenderà quasi 200mila euro per mettere a posto ognuno dei micidiali pezzetti di porfido. Non durerà molto. Nel 2006 è una nuova processione di corridori in portage, tutti o quasi messi a nudo dall'impossibile, bestiale tratturo. Nuovo restyling e ritorno definitivo nel 2008. Oggi nessuno immaginerebbe un Fiandre senza questa sequenza finale: Koppenberg, Steenbeekdries, Taaienberg, Kriusberg, Oude Kwaremont, Paterberg. Sono la litania laica di un popolo in preghiera, la prima domenica della loro fangosa, terragna Settimana santa.