Sport

Giro 2019, la vittoria di Carapaz

Richard Carapaz esulta sul podio finale di Verona
Richard Carapaz esulta sul podio finale di Verona 
Primo successo di sempre per l'Ecuador: Nibali chiude al secondo posto, Roglic terzo
2 minuti di lettura

VERONA - El Carmelo ha nove strade, un ristorante, un forno, la ferreteria Escobar. Il Rio Pun è l'estremo confine che divide il territorio della sua parroquia dalla Colombia. Era un bambino Richard Carapaz quando Nelson "Cacaito" Rodriguez vinse a Val Thorens una tappa del Tour de France. «Di quel ciclismo ricordo le cronache delle radio colombiane, a El Carmelo il segnale arrivava forte, ricordo la concitazione, il tono crescente, la passione». La prima bicicletta arrivò pochi anni dopo, da una discarica: il papà gliela regalò per i suoi cinque anni, «e questo appartiene alla parte più lontana della mia vita, quando ero un bambino e iniziavo a creare i miei sogni». Uno grande, Carapaz l'ha realizzato dentro l'Arena di Verona punteggiata di giallo. Di buon'ora, da Milano e da Torino soprattutto, centinaia di ecuadoriani s'erano messi in marcia vestiti con la maglia della nazionale di calcio e con le bandiere già sventolanti dai finestrini delle auto. Quando il ragazzo del Carchi è entrato, il boato è entrato nei microfoni delle radio colombiane che anche a El Carmelo, nella mattina ai 3 mila metri della cittadina più alta ad aver mai vinto il Giro, hanno portato la notizia più incredibile. Il ciclismo in Ecuador era nato. A Verona, anzi a Frascati: «Fino alla quarta tappa, nessuno sapeva nemmeno che fossi qui. Poi l'ho vinta e qualcosa ha iniziato a muoversi. Ma arrivare a vincere, no, chi poteva immaginarlo?».

Richard Carapaz ha vinto il Giro difendendosi da Nibali, battuto alla fine per 1'05", e l'ha vinto dove lo vinse Gaul, sessant'anni fa, a Courmayeur: «Ho sfruttato l'effetto sorpresa e il marcamento tra Nibali e Roglic. Avevo una gamba magnifica ed è andato tutto bene». Nel frattempo, la sua hacienda agricola, a Julio Andrade, dove vive con la moglie Tania e i piccoli Santiago e Sofia (sono saliti sul podio a Verona, e c'erano anche i nonni), ha prodotto litri di latte, centinaia di uova, e ora è tempo di raccolti. Non può occuparsene più: quando c'è, Richard va ad allenarsi sul vulcano Chiles, su strade che arrivano fino a 4 mila metri, oppure è a Tulcán, dove ha fondato una scuola di ciclismo per una quindicina di chicos, che possono sfruttare uno dei pochissimi velodromi di un paese che non ha prodotto mai ciclisti. Per correre Carapaz è dovuto emigrare in Colombia, «dove c'è la via della conoscenza del ciclismo». È dovuto cioè passare sull'altra sponda del Rio Pun. Il giorno della festa nazionale, che ricorda la Battaglia di Pichincha, con cui l'Ecuador si liberò della dominazione spagnola, è coinciso con la tappa del Lago Serrù, quella del primo attacco alla coppia Nibali- Roglic. Ieri l'ambasciatore ecuadoriano in Italia ha donato a Carapaz una targa del presidente della Repubblica Lenin Moreno, che guida il paese con il suo nome da rivoluzionario e non ha l'uso delle gambe dal '98, quando un rapinatore gli sparò addosso. Appena tornerà in Ecuador, Carapaz sentirà finalmente di aver messo a frutto quello che lui chiama «il dono di andare veloce in bicicletta. Ognuno di noi ne ha uno e io sono riuscito a metterlo a frutto. Lo sport ti permette questi voli, ma spesso è crudele e ti fa precipitare».

È il terzo sudamericano a vincere una grande corsa a tappe dopo i colombiani Herrera e Quintana, e quella dell'Ecuador è la quinta prima volta dal 2012 al Giro: Hesjedal fu il primo vincitore canadese, Quintana il primo colombiano (2014), Dumoulin il primo olandese (2017), Froome il primo britannico (2018). Ieri vittoria americana nella crono con Haga, Roglic ha tolto il 3° posto nella generale a Landa ed è il primo sloveno sul podio del Giro. Il mondo della bicicletta è più grande di un tempo, il talento spunta dovunque, ma poi, comunque, serve organizzazione europea, quella della Movistar anche un po' italiana (Max Sciandri, ds). E questa vittoria è nata, indirettamente, quando Valverde si è infortunato. Con il campione del mondo, Carapaz avrebbe avuto meno spazio. Lieve è la distanza tra il tutto e il nulla, ma poi a buttarsi a 80 orari giù dal Colle San Carlo, non sono capaci tutti. Là Carapaz ha saputo che la bicicletta dalla discarica, il destino l'aveva tirata fuori.

di Cosimo Cito

I commenti dei lettori