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Chiappucci: "Sono ancora El Diablo ma ho un nuovo traguardo, salvare i ciclisti in strada"

L'arrivo trionfale di Chiappucci al Sestriere nel Tour del 1992
L'arrivo trionfale di Chiappucci al Sestriere nel Tour del 1992 
L'ex maglia gialla al Tour e la decisione di candidarsi per la Regione Lombardia: "Mi sta a cuore soprattutto la sicurezza stradale, io pedalo ogni giorno e ho paura". Lui e Pantani: "Trasmettevamo passione, emozionavamo la gente". Sul ciclismo di oggi: "Troppa tecnologia, le corse sono noiose e durano solo gli ultimi dieci km"
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TRADATE (Varese) - Arriva in bici, è quasi mezzogiorno, ha appena finito di allenarsi. Non è più l'omino a pois rossi come la Pimpa, però è proprio lui, Claudio Chiappucci, un cuore a pedali. Sul campanello di casa c'è scritto "El Diablo". Non si è diavoli per un giorno ma per sempre.

Claudio, ancora in bicicletta? A fine mese saranno sessanta...
"Mamma mia! Saranno venti più quaranta di esperienza. Gli anni non li sento, me li fanno sentire gli altri. Sto benone, partecipo a eventi, corro, vinco e vado come un treno".

Lei e Pantani siete stati i più amati degli ultimi trent'anni. Perché?
"Abbiamo trasmesso passione, abbiamo emozionato la gente".

Come spiega la tristissima fine del Pirata?
"Siamo stati compagni di squadra e di camera per quattro anni, Marco era meticoloso, caparbio, ossessivo nel perfezionismo. Voleva arrivare. La bici lo teneva attaccato a questo mondo, ma la vita fuori non faceva per lui. Era fragile, sensibile. Era solo. Era puro cuore. Provai a metterlo in guardia, "occhio che ti sbranano", poi quando ho chiuso la carriera ci siamo un po' allontanati. Tentarono di metterci contro, senza riuscirci. Marco aveva l'ombra dentro, era già così da ragazzo, ho cercato di essergli fratello e anche un po' padre. La sua morte mi fa ancora soffrire. Ma lui resterà, perché resta l'amore".

La gente ne ha dato tanto anche a lei.
"E non smette! A volte mi chiedo perché. Credo dipenda dalle mie fughe, da quelle imprese pazze e solitarie. Ma io, anche se con una vena di follia, pianificavo tutto. E quando sembra succedere per caso, dentro il caso si balla".

Anche quel giorno al Tour, verso il Sestriere? Duecento chilometri in fuga, era il 18 luglio 1992.
"Ma come ho fatto?, mi domando. Trent'anni e ancora ci penso. Come essere soli in mezzo al mare: il momento di andare è una chiamata, un mistero. Una volta, due, tre, non sai quale sarà lo scatto giusto. Devi consumare gli avversari e te stesso, si muore tutti insieme di fatica. Però quella volta ero anestetizzato, volavo nel vento. Ho i brividi ancora adesso".

E l'incredibile Milano-Sanremo nel '91.
"Scatto nella discesa del Turchino a 150 chilometri dal traguardo, un'eternità, e guardate che Chiappucci mica lo facevano andare, eh. Però mi sono fatto furbo, aspetto un gruppetto di avversari e li piallo a uno a uno, ogni salita uno scatto, Capo Mele, Capo Cervo, Capo Berta, poi la Cipressa e infine il Poggio, dove mi lavoro Soerensen e lo lascio lì. Vuole vedere la coppa della Sanremo?"

L'ultima avventura: perché ha scelto di candidarsi per la Regione Lombardia in Brianza, a fianco di Letizia Moratti?
"A fine anni Novanta ero stato assessore allo sport a Varese, credo di poter dare una mano ai giovani. Mi sta a cuore soprattutto la sicurezza stradale, in bici si muore troppo. Chi guida è sempre più distratto, colpa dei telefonini. Bisogna fare formazione già dai corsi per la patente. Io pedalo ogni giorno e ho paura".

Come nacque El Diablo?
"Se l'inventarono i colombiani. Prima ero Calimero. Molto meglio il diavolo, no?"

Gianni Mura scrisse che lei è la luce.
"Non ho mai stimato nessuno più di lui. La sua scrittura era poesia, una musica che tutti capivano. E il Tour de France era l'amore della sua vita".

Lei, Chiappucci, rischiò di finire prima ancora di cominciare.
"Vero. Secondo anno da professionista, Giro della Svizzera: un'auto non si ferma e mi centra in pieno mentre sono in testa, mi fratturo clavicola e piede. Avevo 21 anni. Ricordo il tic toc dell'orologio nella camera d'ospedale. Il tuo tempo è già scaduto?, mi chiedevo. La risposta l'ho data negli anni".

Otto giorni in maglia gialla nel 1990, fino al penultimo. Quasi come Gimondi nel '65.
"Quel colore mi ha cambiato la vita: mi sentivo al centro del mondo e mai lo avrei immaginato. Al Tour ho capito chi fossi non solo come corridore. Era come venirne sommersi, stranissimo e bellissimo. Ma è stata una costruzione lenta: nello sport si nota solo il tetto, però sotto cosa c'è? Io ho faticato come una bestia".

Pensa spesso al passato?
"Ho tanti album pieni di ritagli: li guardo e mi dico che sono esistito. Gli articoli li incollava un mio amico dentista. Persi mio padre, e la bici mi aiutò a non crollare. Ho vinto tanto, sono stato contento anche se spesso mi è mancata la squadra, forse i capi si fidavano poco, dovevo fare tutto da solo: il gregario di me stesso e il capitano. Nessuno mi ha portato in carrozza. Eterno secondo? Che fesseria. Tre anni di fila sul podio a Parigi e tutti quei giorni in giallo vi sembrano una sconfitta?"

Per il ciclismo, il doping lo è stato.
"Sì, ma con troppo accanimento. Qui si è trovato il marcio perché lo si cercava, a differenza che in altri sport. Non so se oggi il ciclismo sia più pulito, spero di sì".

Le corse sono diventate noiose.
"Durano dieci chilometri, gli ultimi. Troppa tecnologia, noi correvamo senza auricolari ma sapevamo benissimo cosa fare, e non siamo diventati sordi".

Che fine hanno fatto gli italiani?
"Ah, non lo so. La cosa più grave è essere spariti dalle grandi corse a tappe. Forse si passa professionisti troppo giovani. L'ultimo ad avermi emozionato è Valverde, uno straniero".

Cos'è stato, El Diablo?
"Un buon corridore che ha cercato di farsi voler bene".

 

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