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Franco Chioccioli: "I corridori del Giro d'Italia hanno ragione, c'è un limite al sacrificio"

Franco Chioccioli sul Gavia nel 1988
Franco Chioccioli sul Gavia nel 1988 
Intervista al vincitore dell'edizione 1991. Nell'88, nella famosa tappa corsa sotto la neve del Gavia, perse la maglia rosa: "Oggi quella giornata non ci sarebbe stata. Il ciclismo ha fatto passi avanti enormi, non possiamo sempre guardare e idolatrare il passato"
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CASSANO MAGNAGO (VARESE) — La tappa di Crans-Montana, con le sue polemiche sul percorso accorciato per maltempo, ha scatenato i difensori dei “vecchi tempi”, quando si correva con la maglia di lana eccetera. A chi inorridiva davanti ai corridori scaricati in pullman oltre il Gran San Bernardo sono tornate in mente le immagini del Gavia del 1988, con i corridori in maniche corte sotto la tormenta. Franco Chioccioli era in maglia rosa quel giorno. Nel ciclismo di oggi quella tappa forse non si sarebbe corsa. E il Giro d'Italia, forse, l’avrebbe vinto lui.

"Quella tappa non si doveva fare, ma non lo dico per come è finita. Allora non avevamo gli strumenti di oggi. Ci dissero di andare, che lassù non sarebbe successo niente. L’organizzazione non fece con noi la salita però, li ritrovammo all’arrivo. Fu epico per tutti, non certo per noi, che rischiammo tantissimo".

E lei, Chioccioli, andò in crisi.

"Di freddo, di fame, di tutto. Molti in cima si buttavano il tè caldo sulle mani, alcuni fecero la discesa in macchina, mica in bici. Protestammo il giorno dopo e ci tolsero lo Stelvio. Ma non esisteva il sindacato, quasi nessuna possibilità di interloquire con la direzione".

I ciclisti hanno fatto passi avanti, vuole dire?

"Enormi. C’è una coscienza di classe, se così vogliamo chiamarla, e si è formata nel tempo. Non dimentichiamoci che i ciclisti sono dei lavoratori e non basta la frase “una volta si faceva così”. Una volta tutto era diverso, e non solo nel ciclismo. Ci si evolve, si cresce. Apprezzo lo spirito sindacale di oggi".

Molti danno dei viziati ai corridori di oggi, lavativi che non vogliono faticare. Lei che pensa?

"Bisogna contestualizzare per capire: è stato un Giro terribile, con tempo bruttissimo sempre, cadute, malattie. Non si può parlare in astratto. Il ciclismo è sacrificio, ma c’è un limite oltre il quale non si può e non si deve andare. Non se fosse il caso della tappa di Crans-Montana, ma in ogni caso avere una rappresentanza, una voce, per il gruppo è molto importante".

Lei, così simile nei lineamenti a Coppi, il Giro lo vinse, ma tre anni dopo, nel 1991.

"Da quella giornata del Gavia ho messo anni a riprendermi, mi è costata tanto lavoro anche psicologico. Vincere il Giro del 1988 mi avrebbe cambiato l’esistenza. Ora lavoro con i ragazzi, da vent’anni ho la mia squadra, la Futura Team-Rosini, a Pian di Scò, in Valdarno. Anzi ora la saluto, chéssono in ammiraglia".

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