Cherchez la femme. E troverete, anzi inseguirete, la storia. Non solo quella classica, ma anche quella bizzarra della ciclista Alison. Mesdames, ma anche messieurs, è tempo di Roubaix. C’è una strada nel bosco: pietre, ciottoli, pavé. Chiedi alla polvere quando c’è sole e al fango quando piove. Quasi mai sono sacre ruote, più facile siano maledette. Niente Douce France. La Roubaix è il Dolore, pedalare e scivolare sulle sconnessioni. Poi la retorica (giusta) si diverte a cambiare gli aggettivi. Chi la fondò nel 1896 parlò di «progetto diabolico» e chiese perdono, il francese Bernard Hinault la definì una «una porcheria» dopo averla vinta nell’81, il belga Eddy Merckx se la aggiudicò tre volte nel ‘68,’70, ’73, ma non si fece problemi a rivelare la paura dei corridori che rientravano in albergo con la schiena a pezzi e le mani che tremavano «come quelle dei vecchi».
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Per farsi meno male c’è chi invita a leggere le pietre del percorso, chi ad ascoltare il suono delle biciclette che ci scorrono sopra, «il loro tintinnio ricorda certi giri di tango argentino», anche se con la fibra di carbonio il rumore non è più quello, e chi ha messo quei ciottoli a centrotavola come il belga Johan Museeuw che di corse nell’inferno del nord ne ha vinte tre e nel ’98 ci lasciò un ginocchio. Il sacrificio è servito, accomodatevi. Avrete capito: la Roubaix taglia, quasi sempre ferisce, ma qualche volta guarisce. Vi evita la psicanalisi, non i danni collaterali, ma almeno ne venite fuori che sapete chi siete. E poi c’è Alison Jackson, 35 anni, canadese, ciclista quasi per caso, lunga treccia di capelli castani che nel 2023 la vince e si mette a ballare I wanna rock. E così cancella tutta quell’atmosfera carsica, da trincea, da campo di battaglia. Don’t think, just do. Non pensare, fai. È quello che ha incollato sul manubrio con due piccole strisce azzurre di tape che usano i fisioterapisti, una citazione da Top Gun Maverick. E forse non sarebbe male ogni tanto piazzare la scritta sul parabrezza delle nostre vite. «Bisonti, danza e bici», titolarono i giornali. Per spiegare che Alison, vissuta tra praterie e foreste, mancavano solo le Giubbe Rosse, non era proprio una credente, e con la religione del ciclismo c’entrava poco. Roots, radici, inesistenti. E anche la sua pedalata era decisa, ma non troppo elegante, da contadina. Perché lassù a Vermilion, a est di Edmonton, vicino al confine tra Alberta e Saskatchewan, nel Canada occidentale, le priorità e i divertimenti sono altri. Ci sono più di 7 mila chilometri di distanza da Roubaix, oceano Atlantico compreso. Difficile che lo sguardo di Alison potesse arrivare fino a lì e invece le curve della terra sono scivoli che ti fanno finire dall’altra parte. Quante volte abbiamo pensato di non far parte dell’ambiente, di essere fortemente disomogenei? Alison è cresciuta in una fattoria di mandrie e di campi di grano, mais e colza, senza i girasoli di Van Gogh che fanno tanto cartolina da ciclismo. Nulla di bucolico, nemmeno le sue foto, sempre davanti a un trattore. «Io ho sempre voluto fare la donna di campagna, quando papà portava mio fratello in giro per la fattoria a lavorare, io ero lì a dire: fallo fare a me».
Tanta vita all’aria aperta, outdoor energy, ma mai una pedivella, anche perché lì la prateria è disabitata e ti va bene se hai un amico o un bar sotto i 200 chilometri. «Non sono mai andata in bici da piccola, quando ho finito il liceo volevo diventare una ballerina professionista, anche perché ho studiato danza con Miss Ryan che amavo molto». Dopo una spedizione sull’Himalaya e un programma di un anno al Columbia Bible College, tornò a casa e scoprì che un manovale assunto da suo padre aveva lasciato una vecchia bicicletta arrugginita nel fienile. Salì in sella e si rese conto che era un modo più veloce di spostarsi rispetto all’andare a piedi o al correre. Aveva 18 anni. Un’amica le parlò del triathlon e fu allora che cominciò a capire di essere predisposta per lo sport. Mentre lavorava come stagista alla Columbia, cercò un club per allenarsi nel nuoto, nel ciclismo e nella corsa. L’allenatore curava anche la neonata squadra di ciclismo della Trinity Western University di Vancouver, Alison andò con loro a una gara a Whistler e la vinse. Le offrirono una borsa di studio per l’atletica, nel 2014 partecipò ai mondiali di cross universitari in Uganda. Poi si fece prestare una bici più nuova dal suo coach, venne investita mentre andava a fare assistenza in una casa di riposo, con i soldi dell’assicurazione sostituì quella distrutta e usò i fondi rimasti per comprarne una nuova. Aveva vent’anni.
A 34 si è presa la Roubaix, suo primo titolo importante, che oggi difenderà nella quarta edizione della gara. Per tornare a chi ha sempre la sensazione di stare nel quadro sbagliato: Alison Jackson ha vinto la corsa delle pietre dopo aver passato la vita a raccoglierle nei campi della sua fattoria. Non davano fastidio ai bisonti, ma ai mezzi agricoli del padre. E ha parlato di gamify, demistificando l’etica della fatica, hard things are fun, lo sport di attraversare con leggerezza le salite, pure con la lingua di fuori. «I bambini sono le uniche persone che possono competere con la mia energia, a volte faccio a gara con loro per vedere chi si siede per primo e vinco io». Manca la frase che l’ha sempre ispirata. È di Miss Ryan, la sua insegnante di ballo. «Non è mai troppo tardi per diventare esperta di qualcosa».