✕

Nadav Raisberg: “Da israeliano vivo un Giro blindato. Credo ancora nella pace”

Nadav Raisberg corre con la Israel-Premier Tech 

Ascolta l'audio

Intervista al professionista della Israel-Premier Tech, che ha cancellato per motivi di sicurezza la parola Israel dai mezzi della squadra: “Mi commuovo se penso a Bartali che rischiò la vita per gli ebrei. Mi piacerebbe andare in fuga sullo sterrato nella tappa di Rapolano Terme”
2 minuti di lettura

FOSSANO — Mentre Tadej Pogacar provava il terzo attacco in tre giorni e Tim Merlier vinceva di un’unghia la volata sul friulano Jonathan Milan, Nadav Raisberg era staccato di un paio di minuti. Alla fine ha chiuso la tappa chiacchierando con i suoi compagni di gruppetto Pelayo Sanchez e Connor Swift, al 127° posto. Ha 23 anni, corre nella Israel-Premier Tech, un team che nelle sue varie denominazioni è sempre presente al Giro dal 2018, quando la Corsa Rosa partì da Gerusalemme. Sui mezzi della squadra la parola Israel però non c’è, è stata cancellata per motivi di sicurezza e il suo pullman è scortato da almeno due macchine della polizia. Raisberg, nato negli Stati Uniti ma cresciuto a Dafna, un kibbutz al confine tra Israele e Libano, corre, lavora per i suoi capitani e pensa tanto.

Per un israeliano che valore ha essere al Giro d’Italia in questo momento tragico per il vostro popolo e per quello palestinese?

«Negli ultimi sette mesi, dal terribile 7 ottobre, ho attraversato em…

FOSSANO — Mentre Tadej Pogacar provava il terzo attacco in tre giorni e Tim Merlier vinceva di un’unghia la volata sul friulano Jonathan Milan, Nadav Raisberg era staccato di un paio di minuti. Alla fine ha chiuso la tappa chiacchierando con i suoi compagni di gruppetto Pelayo Sanchez e Connor Swift, al 127° posto. Ha 23 anni, corre nella Israel-Premier Tech, un team che nelle sue varie denominazioni è sempre presente al Giro dal 2018, quando la Corsa Rosa partì da Gerusalemme. Sui mezzi della squadra la parola Israel però non c’è, è stata cancellata per motivi di sicurezza e il suo pullman è scortato da almeno due macchine della polizia. Raisberg, nato negli Stati Uniti ma cresciuto a Dafna, un kibbutz al confine tra Israele e Libano, corre, lavora per i suoi capitani e pensa tanto.

Per un israeliano che valore ha essere al Giro d’Italia in questo momento tragico per il vostro popolo e per quello palestinese?

«Negli ultimi sette mesi, dal terribile 7 ottobre, ho attraversato emozioni profonde. Per il nostro popolo l’attacco di Hamas durante il rave nel deserto del Negev è stato un enorme shock, qualcosa di simile all’Olocausto, il giorno peggiore mai vissuto dal nostro popolo dalla fine della Seconda guerra mondiale. Mi rattrista molto che da troppe parti venga ignorato il fatto che sia stata Hamas ad aver lanciato questo attacco contro di noi israeliani, e ciò ha avuto la conseguenza di portare miseria e morte anche al popolo di Gaza, la loro stessa gente».

Cosa spera?

«Solo che questa sofferenza finisca. Credo ancora nella pace e spero che arrivi il giorno in cui entrambi i popoli riusciranno a trovarla e a convivere pacificamente».

A Torino una donna è stata arrestata mentre provava a manifestare a sostegno della causa palestinese.

«Credo nel diritto di ogni persona a poter esprimere le proprie opinioni purché lo faccia pacificamente e legalmente. Confido nell’apparato di sicurezza italiano e negli organizzatori del Giro e spero che la corsa e i corridori di tutte le squadre potranno correre in modo pacifico e sicuro fino alla fine».

Come si è avvicinato al ciclismo?

«Dafna è un posto meraviglioso, immerso nella natura. Mio padre aveva la passione del ciclismo e mi ha spinto a pedalare con lui fin da quando ho memoria di me stesso. Mi ha ispirato la storia di Guy Niv, il primo israeliano capace di portare a termine Giro e Tour. Ho avuto la possibilità di seguirlo nel nostro team di sviluppo due anni fa e ora sono nella squadra maggiore».

Lei ama l’Italia?

«Mi commuove la storia di Gino Bartali e il fatto che lui, non ebreo, abbia rischiato la vita per salvare tanti ebrei durante la guerra. Il nostro team ha fatto della sua storia la nostra etica. La storia di Bartali è un esempio del profondo legame tra i nostri due paesi, tra la nostra gente e il popolo italiano. Corro in Italia da quando sono diventato professionista, e ogni volta mi ha lasciato il desiderio di tornarci».

Che obiettivi ha al Giro?

«Aspetto la mia occasione per brillare: mi piacerebbe andare all’attacco nella tappa degli sterrati, quella di Rapolano Terme. Ho corso la Strade Bianche e la Roubaix quest’anno, due gare durissime, ed è stato come essere gettato in mare aperto, senza saper nuotare. Ma mi sono divertito e sento di avere le caratteristiche per poter diventare competitivo in corse così. Ma sono ancora giovane, ho tantissimo da imparare in questo mondo».

Leggi i commenti