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Giulio Pellizzari, l’intervista: “Per rilanciare il ciclismo italiano serve un Pantani”

Giulio Pellizzari al Giro dell'Emilia 2024

Giulio Pellizzari al Giro dell'Emilia 2024

 

Il giovane scalatore marchigiano, rivelazione dell’ultimo Giro d’Italia, alla vigilia della sua prima stagione con la Red Bull di Roglic

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Nel 2025 Giulio Pellizzari, il più affascinante prospetto del ciclismo italiano, non sarà al Giro. Lo scalatore marchigiano, 21 anni, ha fatto il salto di qualità passando dalla piccola VF Group-Bardiani- CSF-Faizan alla multinazionale Red Bull-Bora Hansgrohe. E questo ha comportato la rinuncia stagionale alla corsa più amata, quella in cui si è messo in luce nel 2024: 2° dietro Pogacar nella tappa del Monte Pana, 6° ad Asiago dopo una grande attacco sul Monte Grappa.

Quanto le dispiace?

“Un po’, un bel po’, perché ci sarà una tappa che passerà vicino a Camerino, il mio paese. Ma, salendo di categoria in una squadra non italiana, con i grandi campioni che ci sono, dovrò imparare ad aiutare a vincere prima che a vincere. Alla Red Bull sanno come si gestisce un corridore e se mi dicono che il calendario è giusto per uno di 21 anni, è così. Avrò tempo per crescere”.

Dove la vedremo?

“Inizierò a febbraio all’UAE Tour, dove ritroverò per la prima volta dal Giro come avversario anche Pogacar. Poi Challenge Mallorca, Catalunya, Paesi Baschi, Romandia, Svizzera, Burgos e Vuelta. Un bellissimo calendario. Alla Vuelta non avremo Roglic al via e potrò disporre di più libertà”.

Che differenza c’è tra le due categorie, Professional, dov’era fino allo scorso anno, e World Tour?

“Qui, sin dal primo ritiro, ho trovato tanta gente che lavora per noi e cerca di non farci mancare nulla. Sono all’università del ciclismo, adesso, fino allo scorso anno ero alla scuola superiore”.

E poi?

“Più lavoro sui dettagli, sui materiali, sull’aerodinamica. Nelle gare le differenze le fanno le cose minime: a parità di sforzo, con materiali più performanti, si fila più veloce e si vince di più. E vincere educa a vincere”.

Quali sono i suoi obiettivi nel lungo periodo?

“Vincere le corse a tappe. Non solo qualche tappa qua e là, ma voglio vincere corse di tre settimane come Giro, il Tour e la Vuelta”.

Lei ha le caratteristiche e il fascino unico degli scalatori. Cos’è la salita per lei?

“La salita è evasione, un mondo astratto in cui più fatico, più sogno. Mi esalta l’idea di staccare gli altri, di vederli fare fatica. È cinema, la salita, lo è anche tutto quello che succede intorno: i tifosi, i bambini. Io corro per vedere felici le persone, i bambini in particolare”.

Oltre a una grande squadra nella categoria maggiore, al ciclismo italiano manca un grande personaggio, un Sinner insomma. E se fosse lei?

“Sinner è oggi per il tennis ciò che Pantani è stato tanti anni fa per il ciclismo. Ancora adesso, anche nei paesi più piccoli dell’Appennino, dove mi alleno, le persone mi ricordano che Pantani passava di là e hanno le lacrime agli occhi quando ne parlano. Io non l’ho mai visto correre, ma ho recuperato le sue imprese su Youtube. Da brividi. Ci serve un personaggio così, un trascinatore. Uno che attacca in salita. Quello che mi piace fare”.

A fine stagione c’è il Mondiale in Ruanda, da scalatori. Esserci può diventare l’obiettivo del suo 2025?

“Sarà molto duro e si correrà ai 1.500 metri di Kigali. In altura vado di solito molto bene. Ci spero”.

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