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Pogacar annoiato dal suo stesso dominio già studia l’uscita di scena

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Lo sloveno ha conquistato a Parigi il suo quarto Tour, ma senza la gioia vista negli anni scorsi: i perché di una strana apatia
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PARIGI – “Alla fine di ogni Tour diciamo sempre ‘è stato il più duro di sempre’. Questo lo è stato per davvero”. Il viso di Tadej Pogacar era così da più di una settimana. “Ero un po’ stanco, ma non voglio dire quello che non è andato bene, siamo qui per festeggiare”. Triste, apatico, malinconico. In un aggettivo, annoiato. Forse dal suo stesso dominio, così chiaro e netto da diventare un peso, più che una gioia soprattutto per lui, il campionissimo dell’era contemporanea, con la sua capacità innata di correre sempre e comunque per vincere, si tratti della Milano-Sanremo o del Tour de France. A fare notizia sono state più le sue sconfitte quest’anno: la Classicissima, la Roubaix, l’Amstel Gold Race. Stop. Ha vinto tutto, ancora, e tutto ancora vincerà. Finché ne avrà voglia. Ma quante ne ha ancora Tadej Pogacar?

Pogacar e la formula del Tour

Ad annoiare Pogacar è forse la formula del Tour, così lungo e adatto ai corridori conservativi, più che agli attaccanti come lui. Lo ha aggr…

PARIGI – “Alla fine di ogni Tour diciamo sempre ‘è stato il più duro di sempre’. Questo lo è stato per davvero”. Il viso di Tadej Pogacar era così da più di una settimana. “Ero un po’ stanco, ma non voglio dire quello che non è andato bene, siamo qui per festeggiare”. Triste, apatico, malinconico. In un aggettivo, annoiato. Forse dal suo stesso dominio, così chiaro e netto da diventare un peso, più che una gioia soprattutto per lui, il campionissimo dell’era contemporanea, con la sua capacità innata di correre sempre e comunque per vincere, si tratti della Milano-Sanremo o del Tour de France. A fare notizia sono state più le sue sconfitte quest’anno: la Classicissima, la Roubaix, l’Amstel Gold Race. Stop. Ha vinto tutto, ancora, e tutto ancora vincerà. Finché ne avrà voglia. Ma quante ne ha ancora Tadej Pogacar?

Pogacar e la formula del Tour

Ad annoiare Pogacar è forse la formula del Tour, così lungo e adatto ai corridori conservativi, più che agli attaccanti come lui. Lo ha aggredito come se fosse una classica lunga oltre 3000 km. Ha perso da Van der Poel a Boulogne sur Mer, si è rifatto a Rouen per la vittoria numero 100 in carriera, si è ripetuto sul Mur de Bretagne. Ma il primo capolavoro è arrivato a Caen, nella cronometro: secondo dietro Evenepoel, con oltre un minuto su Vingegaard. Là il Tour ha iniziato a prendere la piega favorevole. E poi la sberla di Hautacam, due minuti ancora al danese in 14 km di salita, con un attacco praticamente ai piedi dell’erta finale. E il giorno dopo altra bastonata a Peyragudes, a crono. Preso il largo, deve essersi spezzato qualcosa. E solo la tappa di Parigi lo ha riacceso: uno stimolo nuovo, una giornata diversa, un obiettivo che lo motivava davvero.

Il brivido di Tolosa

Tutto questo però ha rischiato di non accadere. Il ciclismo è così: a Tolosa, con la sbandata provocata da uno scarto sulla sinistra di Johannessen, Pogacar è caduto e ha lasciato qualche centimetro di pelle sull’asfalto. L’unica conseguenza è stata una fasciatura al braccio sinistro, poi diventata iridata. Ha ceduto la maglia gialla due volte, l’ha ripresa fino a riempire il parabrezza del bus della UAE di leoncini. Vingegaard l’ha sempre seguito a ruota e l’ha attaccato seriamente solo nella prima giornata alpina, sulla Madeleine. Spento quel tentativo ben orchestrato e mal eseguito della Visma, Pogacar si è limitato a controllare e a usare i suoi gregari. Non vince una tappa dalla tredicesima. Per uno che ne ha vinte 21 in carriera in sei Tour, in media una ogni sei, non dev’essere facile doversi limitare a stare a ruota e veder vincere O’Connor o Arensman.

La noia

L’umore è notevolmente peggiorato con i giorni. La salute non è stata delle migliori: a Carcassonne ha riferito di aver avuto un piccolo raffreddore, dovuto a ghiaccio usato in corsa e aria condizionata. Non si è mai sentito in pericolo nel suo dominio. A Pogacar piacciono le sfide ed essere sfidato. Solo che Vingegaard è stato pericoloso solo nelle dichiarazioni pre-tappa e negli arrivi sugli strappi. In montagna non ha mai dato la sensazione di poterlo staccare. Il terzo, Lipowitz, è a oltre 11 minuti. Un gap enorme tra tutti e tre i primi della generale. Mai era accaduto che i primi due fossero gli stessi per cinque Tour consecutivi. Da stasera Pogi condurrà 3-2 nei confronti di Vingegaard, con il quarto Tour bonus, il primo, conquistato contro Roglic nel 2020, nella leggendaria crono della Planche des Belles Filles, il km 0 dell’era pogacariana.

La Vuelta

Si è praticamente tirato fuori dalla Vuelta, che pure era stato indicato a inizio anno come uno degli obiettivi: “Mi piacerebbe, ma devo prendermi qualche giorno per pensare, una decisione arriverà in settimana”. Vingegaard ha già invece annunciato la sua presenza. Ricominciare da capo, per un Pogacar che deve vincere anche quando non vuole, sembrerà anche a lui un’incombenza gravosa: ancora Vingegaard, ancora 21 tappe, ancora mille accortezze, salite, discese, giorni lontano da casa? E poi a fine settembre i Mondiali in Ruanda, appuntamento imprescindibile, da campione uscente destinato su quel percorso a fare un sol boccone di tutti i suoi avversari. Perché consumarsi, anziché godersi la vita, le vacanze, il mare della Costa Azzurra, dove vive?

Chiudere per mancanza di avversari

È impossibile, ora, immaginare un Pogacar declinante, che non vince più, battuto da corridori più giovani. E se la scelta – non ora, ma nemmeno tra tantissimo – fosse quella di chiudere con il ciclismo prima di smettere di essere Pogi? Per l’eternità a Pogacar mancano tre corse: la Sanremo, la Roubaix e la Vuelta. E naturalmente il quinto Tour. Dovesse fare filotto nel giro di un anno o due, per Pogacar tutto diventerebbe routine. Annoiato del suo stesso dominio, non gli resterebbe che uscire di scena da campione imbattibile. E sarebbe perfetto.

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