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De Marchi lascia la bici: “I miei anni sofferti alla Israel. Nel ciclismo c’è troppa aggressività”

Alessandro De Marchi, 39 anni (agf)

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Intervista a cuore aperto al friulano, che si ritira a 39 anni. Il Lombardia sarà la sua ultima Monumento: “Pogacar e Evenepoel figli dei cambiamenti nati dal Covid”. Farà il ds alla Jayco
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Il Lombardia delle stelle Pogacar e Evenepoel sarà anche l’ultima Corsa Monumento di Alessandro De Marchi. A 39 anni il friulano mette la bici sul tettuccio dell’ammiraglia: dal 2026 sarà direttore sportivo del suo attuale team, la Jayco-AlUla. Sette le sue vittorie da professionista in una carriera iniziata a 24 anni (tardissimo per gli standard attuali), e altri successi che non si contano ma si pesano: il numero rosso di corridore più combattivo del Tour 2014, la maglia azzurra alle Olimpiadi di Rio, la maglia rosa per due giorni al Giro d’Italia 2021. E poi i trascorsi – sofferti, come vedremo – alla Israel. E un impegno costante per la giustizia e la verità sulla vicenda del suo conterraneo Giulio Regeni.

Ritiro, per lei, che parola è?

«Una parola non facile da pronunciare, adesso che ci sono dentro, vicino, a un passo. Non tutto è filato liscio in quest’ultimo anno. Dalle corse di questo periodo sto cercando di tirar fuori qualcosa che mi permetta un po' di essere felice».

Ma ch…

Il Lombardia delle stelle Pogacar e Evenepoel sarà anche l’ultima Corsa Monumento di Alessandro De Marchi. A 39 anni il friulano mette la bici sul tettuccio dell’ammiraglia: dal 2026 sarà direttore sportivo del suo attuale team, la Jayco-AlUla. Sette le sue vittorie da professionista in una carriera iniziata a 24 anni (tardissimo per gli standard attuali), e altri successi che non si contano ma si pesano: il numero rosso di corridore più combattivo del Tour 2014, la maglia azzurra alle Olimpiadi di Rio, la maglia rosa per due giorni al Giro d’Italia 2021. E poi i trascorsi – sofferti, come vedremo – alla Israel. E un impegno costante per la giustizia e la verità sulla vicenda del suo conterraneo Giulio Regeni.

Ritiro, per lei, che parola è?

«Una parola non facile da pronunciare, adesso che ci sono dentro, vicino, a un passo. Non tutto è filato liscio in quest’ultimo anno. Dalle corse di questo periodo sto cercando di tirar fuori qualcosa che mi permetta un po' di essere felice».

Ma che effetto fa esserci vicino?

«In fondo è una cosa che desidero. La decisione è nata da questo bisogno che avevo dentro e si faceva spazio, quello di cambiare».

Dal Lombardia cosa si aspetta?

«Voglio interpretare la corsa esattamente come tutte le altre della mia carriera. Vorrei essere utile alla squadra, dare un contributo, mettere le mie gambe a disposizione dei miei compagni. Finire la gara, e non è mai scontato, in questo ciclismo che va fortissimo, che tanti li lascia indietro».

Le fa effetto correre con ragazzi come Seixas, che hanno metà dei suoi anni di ora?

«Fa molto effetto e la differenza tra me, noi della vecchia generazione e loro è immensa. È cambiata la “visione” della gara. Ci sono differenze che fanno sì che ci siano molte cose che non riesco più ad apprezzare, non mi piacciono più. Un conto è amare la bici e pedalare, un'altra cosa è essere corridore. Certe cose ti devono piacere. Se queste cose non ti piacciono più è ora di farti una domanda».

Che cosa soprattutto non le piace più?

«Percepisco, e non so se è solo la mia idea o è proprio qualcosa di vero, una grandissima aggressività anche in momenti non decisivi della corsa, in fasi che una volta erano considerate interlocutorie. L’aggressività porta con sé una serie di conseguenze: l'aumento dei rischi, l'aumento della velocità. La cosa che più mi pesa adesso è proprio convivere con questa aggressività».

Ha percepito il momento in cui tutto è cambiato?

«Il 2020, il Covid. Le questioni legate alla preparazione, alla nutrizione da quel momento in poi hanno iniziato a essere, diciamo, sempre più centrali, sempre più accentuate. Questo ha portato a un aumento della perfomance richiesta per restare nel gioco. Il livello medio è diventato altissimo. Se una volta avevi un certo numero di corridori pronti a stare a un certo livello, ad essere attivi in una certa fase della corsa, adesso hai tre volte tanto quel numero. E torniamo all'aumento dell'aggressività, dei rischi, della velocità. Sono cose tutte collegate».

È un caso che talenti che faranno la storia come Pogacar e Evenepoel siano nati in quel periodo?

«Questo è difficile da dire ora, nel senso che siamo in mezzo a questa fase, potremo avere un'idea più precisa fra un po' di anni. Sono due talenti che nascono ogni cinquant’anni. Ma di sicuro la loro presenza, unita a quei fattori di cui parlavamo prima, ha fatto sì che questo processo fosse accelerato, estremizzato».

Lei è passato pro a 24 anni. Oggi, senza risultati, si lascia a quell’età.

«Vero, non sono mai stato giovane. Per me diventare professionista è stato un processo graduale. Ora non c’è più quella gradualità, non si dà mai il tempo di crescere, servono risultati subito, almeno segnali, lampi. A 24 anni ci si sente vecchi. Non è questo lo spirito che lo sport dovrebbe trasmettere. E quanti ragazzi lasciano lo studio per diventare professionisti? E se non ce la fanno, come ripartono?».

Lei ha due figli piccoli: consiglierebbe di ripercorrere la sua carriera?

«Entrambi sono caduti tra virgolette nella rete della del ciclismo, hanno iniziato a pedalare e a giocare con la bicicletta nella stessa società che aveva visto me iniziare trent'anni fa, quindi da questo punto di vista loro sono già su quella strada, però non sarò io a imporgli qualcosa, a indirizzarli».

Lei chiude con 7 vittorie: una tappa al Delfinato 2013, tre alla Vuelta dal 2015 al 2018, Giro dell’Emilia, Tre Valli Varesine, tappa al Tour of the Alps 2024, l’ultima. In tutte lo “stile De Marchi”.

«Però non faccio classifiche. Sono sette, è un numero talmente spalmabile che, insomma, le rende tutte importanti. E tutte hanno qualcosa di speciale, perché sono sempre arrivate in un contesto, in un momento della mia vita che aveva un suo significato. Io sono legato però a singoli frammenti: ad esempio, alle tappe del Giro passate in Friuli, la mia terra».

La maglia rosa.

«Ha avuto un valore nel riconoscimento del pubblico, della gente. Ricordo il passaggio a Bologna, con tutta la gente che urlava il mio nome. E il giorno in cui l’ho persa, attraversando nella tempesta la piana di Castelluccio. Mi sono staccato e ho pedalato da solo per un po’. Mi sono reso conto della potenza che hanno la maglia rosa, il ciclismo. E poi il podio di Parigi col numero rosso al Tour 2014. Quel numero di più combattivo del Tour mi hai identificato letteralmente per tutti gli anni a venire. È stata è stato come dire ok, questo è il premio ed è il marchio che ti porterai dietro per tutti gli anni che verranno. E alla fine è andata proprio proprio così. E poi le Olimpiadi di Rio, il coronamento di una carriera. E la bandiera del Friuli sventolata all’arrivo di alcune tappe nella mia terra. È stato tutto bellissimo».

Nel 2021 e nel 2022 ha corso nella Israel. Come ha percepito il suo ruolo all’interno di quel team?

«Avevo scelto la Israel in un momento complicato della mia carriera, c'era il Covid, io ero in scadenza di contratto con la CCC e non vedevo un grande futuro. Ho cercato, alla Israel, di non unificarmi a un certo tipo di pensiero. Ho sicuramente trovato una realtà fatta da persone incredibili, di grandi lavoratori e professionisti. E però sotto quella scritta, Israel, c'era della propaganda che mirava a veicolare un messaggio politico. Poi le strade si sono divise e guardando indietro capisco che nella decisione di non rinnovarmi il contratto probabilmente c'era il fatto di aver compreso che non ero allineato alla loro ideologia. La loro volontà era far emergere Israele come un paese libero e magnifico. Sono felice di non essermi trovato in questi ultimi anni legato a loro. Avrei avuto davvero moralmente grandi difficoltà».

Come ha vissuto, da lontano, ciò che è accaduto alla Vuelta contro la Israel?

«Il 90% delle persone che lavorano lì dentro non ha niente a che fare con Israele. Colpire la squadra significa colpire anche quelle persone. Però stiamo vivendo tempi eccezionali, straordinari e di fronte a queste cose forse a volte bisogna anche mettere in gioco delle decisioni eccezionali. Riguardando la Vuelta a me sarebbe piaciuto vedere della solidarietà verso chi protestava. E invece si è creato questo muro contro muro, uno contro l'altro. L’aggressione ai corridori è sempre sbagliata, ma parlarne, sentire solidarietà da parte dei corridori e non sentire corridori che incitavano i colleghi della Israel ad andare a casa avrebbe svelenito il clima e reso più vivibile anche gli ultimi giorni della Vuelta».

L’anno prossimo la scritta Israel scomparirà dalle maglie.

«Ovviamente è una questione solo formale, estetica. Ma è comunque un risultato delle proteste che ci sono state. Qualcosa hanno prodotto».

La sua vicinanza alla causa della famiglia Regeni, la sua visione politica l’hanno sempre accompagnata nella sua vita in gruppo. La politica vera la vede nella sua vita?

«No, ma continuerò a rappresentare me stesso, Alessandro De Marchi, e il mio pensiero dove sarà possibile».

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