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Carlo Galetti, lo scoiattolo che non sbagliava una mossa

Carlo Galetti
Carlo Galetti 

In un ciclismo eroico fatto di fughe impossibili, il lombardo era un raro esempio di calcolatore. Vinse 3 volte il Giro d’Italia

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Il Giro d'Italia come l'arca di Noè, i corridori come insetti, uccelli, mammiferi. Storie di corridori soprannominati come animali: è il tandem proposto dalla Biblioteca della bicicletta Lucos Cozza per la decima edizione di "Libri nel Giro". Sei puntate e una serie di incontri lungo la Corsa Rosa. Il primo appuntamento è martedì 12 maggio nel Liceo Ignazio Vian di Bracciano (Roma) con il giornalista Marco Pastonesi, il naturalista Umberto Pessolano e il sindaco Marco Crocicchi

Carlo galetti da corsico

Sui Navigli, i canali di Milano, campavano pantegane e nutrie. Non gli scoiattoli, come invece succede oggi, alieni importati e radicati. Ma siccome dargli della pantegana o della nutria sarebbe suonato molto offensivo, lo elevarono a scoiattolo. Carlo Galetti era lo Scoiattolo dei Navigli: sulla “Gazzetta dello Sport”, durante il primo Giro d’Italia, quello del 1909, era descritto come “uno scoiattolo vibrante elettricità” e ancora “ha dello scoiattolo la minuscola agilità, del cammello la sobrietà, la resistenza e la tenacia. In macchina (la macchina è la bicicletta, ndr) sembra un fuoco fatuo. Un cane che corra instancabile sulla lunga linea di un gregge ondeggiante per tenere a posto le pecore, può dare l’idea di questo piccolo e simpaticissimo corridore milanese”.

Il tipografo con quella ‘l’ persa per strada

Figlio di un falegname (all’anagrafe Galletti: una “l” si perse strada facendo) e della figlia di un oste, Carlo Pierino nasce a Corsico, si trasferisce con la famiglia a Milano quando ha 12 anni, comincia a lavorare da garzone in una tipografia, e tipografo diventerà, s’innamora della bicicletta e s’infatua del ciclismo. La prima bici è a noleggio, la prima corsa finisce a terra e comunque arriva secondo, ci vuole un anno prima di cominciare a vincere, a quel punto ha capito che, per vincere, li deve staccare tutti (la sua storia in “Galetti, un portento” di Paolo Migliavacca, Lorenzo Papetti e Adelelmo Portioli, Sport & Passione).

Galetti il calcolatore

Piccoletto, quasi tracagnotto, Galetti è considerato un ragioniere nell’era pionieristica del ciclismo, illuminata dalle fughe di Ganna e dalle diavolerie di Gerbi. Nelle “Cronache del primo Giro d’Italia” (La Vita Felice): “Ha trovato tesori di energia e di resistenza nella sua piccola cassa ossea d’infante: egli ha gareggiato di baldanza, di audacia, di coraggio, coi più forti, e li ha atterriti tutti, facendo terminare le tappe come l’aprir d’una porta, con due mandate di chiave…”.

Tre volte vincitore del Giro d’Italia

Impossibile non tenere a Galetti: la stessa “Gazzetta” si sbilancia, lo Scoiattolo dei Navigli meriterebbe la vittoria finale “per la sua mirabile regolarità”. Non ce la farà nonostante “il viluppo di muscoli sottili ma di acciaio, piccola maglia, carne sobria, occhi di vivacità e mani tutte nervi sui manubri”. Ce la farà nel 1910 e nel 1911 e ancora nel 1912, con l’Atala, l’unica edizione in cui vale la classifica a squadre.

Se fosse un ciclista lo scoiattolo sarebbe uno scalatore

Non ci sono più gli scoiattoli di una volta. Se Carlo Galetti fosse vissuto e avesse corso oggi e non un secolo fa, non sarebbe stato uno scoiattolo, ma forse una nutria, o un ratto. E forse non avrebbe vinto tre Giri d’Italia. Perché un secolo fa nel Milanese c’erano gli scoiattoli rossi, europei, oggi ci sono quelli grigi, americani, che dunque sono alieni e non endemici, importati e acquistati, introdotti, poi liberati o fuggiti, e inevitabilmente entrati in competizione con gli scoiattoli, rossi ed europei, appunto. Dalla competizione – come un derby - sono emersi quelli grigi, più domestici, quindi meno impauriti dalla presenza dell’uomo, a danno di quelli rossi, più selvatici, quindi meno disposti alla convivenza, alla urbanizzazione. Lo scoiattolo di Corsico del primo Novecento è stato surclassato dallo scoiattolo intruso del Duemila. Se fosse un corridore, lo scoiattolo sarebbe uno scalatore. Agile, svelto, capace di superare pareti verticali in salite direttissime ma anche a spirali, e capace anche di affrontarle in discesa frenando, arrestandosi, inchiodandosi, immobilizzandosi – in realtà ascolta eventuali pericoli - sempre grazie alle sue zampe. Lo scoiattolo usa le zampe come se fossero mani: sbuccia, scarta, apre, mangia.

Mangia uova, bacche, funghi, noci e soprattutto nocciole, semi, frutti… Quello che trova, da solo, sugli alberi. Una parte la conserva, ne fa scorta, per i periodi meno ricchi, per l’inverno. E d’inverno lo scoiattolo non va in letargo, perché deve rimanere sempre vigile per motivi di sicurezza personale, però si prende il lusso di concedersi lunghi sonni. Da scalatore, lo scoiattolo si trova più a suo agio sulle salite che non in pianura. Tant’è vero che su alberi e rami si sente più al sicuro che non a terra, così da non essere attaccato da faine e gatti selvatici, astori di giorno e gufi reali di notte, ma dovendosi guardare solo dalle martore, specialmente di notte. E sempre dagli uomini. E adesso anche all’interno della sua famiglia di roditori. Fra lo scoiattolo rosso e lo scoiattolo grigio, c’è anche lo scoiattolo nero. E’ una specie particolare, tipicamente italiana meridionale, dalla Basilicata alla Calabria, cioè dal Pollino alla Sila. E per il momento si fa gli affari suoi.

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