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La scuola norvegese, il mondo nuovo che ruota intorno a Haaland

Haaland e i compagni della nazionale norvegese (afp)

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La Landslagsskolen, la scuola calcio nazionale, da dieci anni recluta talenti per il Paese come l’infallibile attaccante, Odegaard e Musa
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New York – Per una volta, non guardate la luna, guardate il dito. Haaland non è terrestre, per come segna, per come (non esulta), per come si comporta nel dopo partita (esattamente come un postino che ha consegnato le lettere, che altro doveva fare?). Tutto quello che sta alle sue spalle è umano, troppo umano. Possibile, perché realizzato. Haaland è l’ultimo anello di una catena da risalire per capire perché accade che lui segni ed elimini il Brasile. Perché dovremmo smetterla di ragionare per luoghi comuni: è la Norvegia la locomotiva d’Europa ed è lì che il calcio produce allegria, non in Brasile. Hanno vinto 8 partite su 8 nelle qualificazioni, buttato fuori malamente l’Italia, la squadra B ha quasi retto la Francia A, come potevano non essere ancora qui? Ma come ci sono arrivati, a dare la palla a Haaland?

New York – Per una volta, non guardate la luna, guardate il dito. Haaland non è terrestre, per come segna, per come (non esulta), per come si comporta nel dopo partita (esattamente come un postino che ha consegnato le lettere, che altro doveva fare?). Tutto quello che sta alle sue spalle è umano, troppo umano. Possibile, perché realizzato. Haaland è l’ultimo anello di una catena da risalire per capire perché accade che lui segni ed elimini il Brasile. Perché dovremmo smetterla di ragionare per luoghi comuni: è la Norvegia la locomotiva d’Europa ed è lì che il calcio produce allegria, non in Brasile. Hanno vinto 8 partite su 8 nelle qualificazioni, buttato fuori malamente l’Italia, la squadra B ha quasi retto la Francia A, come potevano non essere ancora qui? Ma come ci sono arrivati, a dare la palla a Haaland?

Ma la Norvegia non è solo Haaland

Primo passo indietro: c’è una squadra. C’è un portiere, Nyland, che sebbene giochi poco a Siviglia, è stato decisivo. Togli la sua parata su rigore al decimo, tre successive e il gigante può segnare soltanto il gol della bandiera, come Neymar. C’è , un capitano completo: illumina il gioco, come nell’Arsenal (che ha ripreso a correre quando lui è rientrato dall’infortunio), esalta la folla, detta la condotta esemplare ai compagni e cede il tamburo per ritmare la festa al finalizzatore. Ci sono primattori nei campionati di mezza Europa e nel Bodø/Glimt che continua dall’Europa e espellere squadre italiane e ogni volta ci si stupisce e si citano i “salmonari” mentre all’amo finiscono tonni allevati all’Idroscalo o nel Tevere.

Il ct il cuore del quale si fermò sette minuti

Secondo passo indietro: c’è un uomo in panchina, prima che un allenatore. È Solbakken, quel signore calvo, che non sa più che cosa fare ai gol di Haaland e allora non fa niente, passeggia, ma alla fine corre in tribuna a baciare la moglie. Di lui si racconta soltanto la leggenda del cuore che si fermò per 7 minuti, della madre che gli organizzò il funerale e della carriera di calciatore finita a 33 anni, dopo la resurrezione (nessun paragone). Si trascura che a Copenaghen, dove allenò, gli hanno fatto una statua e che, dopo le delusioni inziali, ha preso in mano la situazione, con visione e coraggio. Con il Brasile ha giocato a gatto e topo, uscendo dalla tana nel momento giusto e senza sprecare. Perché la Norvegia non la butta avanti o in mezzo per Haaland? Perché giocando ci può arrivare quando è opportuno, dandogli due palloni, quanto gli basta per fare due gol (la sola cosa giusta fin qui detta da Ibra). E se le due ali titolari non sanno farlo, il ct le cambia nell’intervallo, come fa un ct intelligente, e quelli non protestano.

La scuola calcio nazionale

Terzo passo indietro: la Landslagsskolen, la scuola calcio nazionale o per la nazionale. Fondata 10 anni fa quando la Norvegia aveva perduto il passaporto e i quarti dei mondiali li sognava. La maggioranza dei 26 convocati per gli Stati Uniti è uscita da lì. Settanta inviati viaggiano per il Paese a caccia di calciatori tra i 12 e i 16 anni. Li cercano, li studiano, li scelgono e li educano, non soltanto a trattare la palla, ma anche sé stessi e gli altri. Insegnano loro che il calcio è un gioco di testa, come gli scacchi: ogni mossa risolve un problema e lo pone all’avversario, nessun pezzo è solo (neppure Haaland), c’è chi gli guarda le spalle, chi apre la strada e chi la chiude dando matto. Hanno fatto crescere erba dove, in inverno, si giocava sulla sabbia.

i sogni di quei bambini diventati realtà

Hanno fatto crescere uomini dove c’erano bambini. Li hanno capiti. «È dotato, piccolo ma brillante. Buon tocco, ottime scelte e gran capacità di posizionamento» è la scheda di Odegaard, non scritta ora per Wikipedia, ma quando aveva 11 anni e lo ammisero anche se non aveva l’età. Come hanno ammesso Haaland che a 10 già diceva di voler diventare l’attaccante più forte del mondo. E Schjelderup che gli ha crossato la palla per il primo gol. Come Musa. Come Strand Larsen. In Italia aspettano che sbocci un fiore nel cemento, si trastullano con i miti del Rinascimento e del Risorgimento, in Norvegia hanno seminato e ora raccolgono.

Il modello norvegese va oltre il calcio

Quarto passo indietro: il Paese intero. La stessa insofferenza verso il Bodo accoglie l’elogio del modello norvegese e scandinavo in generale. Tasse alte, servizi sociali di più. Istruzione gratuita. Corruzione al minimo. Tasso di criminalità tra i più bassi al mondo. Un omicidio ogni 140 mila abitanti. Legalità. Alternanza di governo tra destra e sinistra senza sconvolgere l’ossatura della società o dare l’assalto alle poltrone per parenti, amici e amiche. Petrolio, certo, ma ricchezza distribuita. Garanzie diffuse che riducono ambizione, stress, frustrazione. Una voce dal fondo: allora perché si suicidano? Luogo comune, la media è la stessa del resto d’Europa: per lo più uomini, età media 47 anni. Civiltà al presente, non al passato.

Un paese che rema nella stessa direzione

Remano tutti nella stessa direzione. Chi, in qualunque parte del mondo non vorrebbe oggi fare parte di una viking row? Chi non ha provato a imitarla in un bar o nel salotto di casa di una città infelice, senza fiordi? È lì la festa, ma una festa non basta darla, bisogna organizzarla. Altri hanno spedito gli inviti soltanto a sé stessi e adesso si stupiscono se sono da soli con un cappellino in testa e lo spumante sgasato a dirsi che il ciclo è appena cominciato e telefonami tra quattro anni, non ti preoccupare, di tempo per cambiare ce n’è. Come no. Intanto è cambiata la Norvegia. Fanno un po’ sorridere i principi che scendono nello spogliatoio a congratularsi con Haaland in mutande, ma anche questo è un passo avanti. Un’ultima presunzione di superiorità: il re non avrebbe mai chiamato il capo della Fifa per far riammettere Haaland se fosse stato qualificato. E se quell’altro, uso a servir tacendo, lo avesse fatto di sua iniziativa, Solbakken, l’uomo perbene, tornato da un luogo più lontano della luna, non l’avrebbe fatto giocare.

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