Il gigante americano John Isner si è guadagnato una targa, sul campo numero 18, dopo aver vinto nel 2010 la partita più lunga di sempre nella storia di Wimbledon: 11 ore 5 minuti contro il francese Mahut, 5 set spalmati in 3 giornate. Ieri invece il match di Sinner è durato solo un’ora e 40 minuti, 3 sbrigativi set (6-1, 6-1, 6-3) gli sono bastati ad avere la meglio su Aleksandar Vukic.
Il servizio di Sinner
Eppure, per battere l’australiano — ma soprattutto per affrontare lo Slam londinese — Jannik si è ufficialmente ispirato proprio a Isner. Al suo formidabile servizio. Una battuta difficile da leggere, con una presa continental più “chiusa”: per colpire piatto o slice quando va a servire sui punti pari, allargando invece leggermente…
Il gigante americano John Isner si è guadagnato una targa, sul campo numero 18, dopo aver vinto nel 2010 la partita più lunga di sempre nella storia di Wimbledon: 11 ore 5 minuti contro il francese Mahut, 5 set spalmati in 3 giornate. Ieri invece il match di Sinner è durato solo un’ora e 40 minuti, 3 sbrigativi set (6-1, 6-1, 6-3) gli sono bastati ad avere la meglio su Aleksandar Vukic.
Bertolucci: “Sinner è cambiato. Tagli, angoli e servizio, a Wimbledon preferirei incontrare Alcaraz”
Il servizio di Sinner
Eppure, per battere l’australiano — ma soprattutto per affrontare lo Slam londinese — Jannik si è ufficialmente ispirato proprio a Isner. Al suo formidabile servizio. Una battuta difficile da leggere, con una presa continental più “chiusa”: per colpire piatto o slice quando va a servire sui punti pari, allargando invece leggermente le dita quando è a sinistra, in modo da ottenere un effetto con rimbalzo alto e laterale. Non a caso, ha chiuso l’incontro con due ace. Ci ha lavorato molto dopo Parigi, e ha fatto altrettanto col rovescio lungolinea (quello incrociato, è il marchio di fabbrica), insieme alla ricerca della profondità in accelerazione: funziona.
Sinner ai sedicesimi contro Martinez
Hanno ragione i suoi tecnici, Cahill e Vagnozzi: Sinner non è mai stato così forte sull’erba, e continua a progredire ogni minuto che passa sui prati dell’All England Club. Il suo allenamento, alla vigilia del secondo turno, è durato più del solito proprio perché ha bisogno di sentirsi sempre più “erbivoro”. Rispetto all’esordio con Nardi è sembrato muoversi decisamente con maggiore sicurezza. «Sono molto soddisfatto, ma posso ancora alzare il livello: ci sono un paio di cose da migliorare, non vedo l’ora di giocare ancora». Il suo prossimo avversario, sabato, sarà un terraiolo valenciano, Pedro Martinez (attuale numero 52 Atp): non esattamente un fenomeno, però atleta solido, potenzialmente rognoso: «La mia squadra sta già preparando la partita», ha detto sorridendo, ma non scherzava mica. «Bisogna restare concentrati. Sempre. Ci sono giù state abbastanza soprese».
Fuori Paul e Draper
Eccome: a Church Road la strage dei favoriti continua, ieri sono usciti anche Paul e soprattutto Draper, il ragazzo di casa, grande amico di Jannik e testa di serie numero 4. Erano sullo steso lato del tabellone della Volpe Rossa, che a questo punto in futuro potrebbe vedersela nel quarto turno col bulgaro Dimitrov, uno degli ultimi (insieme a Musetti) a giocare il rovescio a una mano. Attenzione: sempre su quel lato del tabellone, che è pure quello di Djokovic, si stanno facendo avanti Sonego e Cobolli: la sfida con Mensik potrebbe addirittura aprire un’autostrada a Flavio, calciatore mancato ma tennista dal futuro radioso.
Il gesto di Sinner
«È stato complicato chiudere il match», al termine, Sinner si è quasi giustificato con gli spettatori del Centrale. Dopo due set senza storia, nel terzo si è visto annullare 5 match point uno dopo l’altro. Qualcuno per un istante ha rivisto i fantasmi del Roland Garros, quelle 3 occasioni d’oro perdute nella finale con Alcaraz. Forse per un istante ci ha pensato anche Jannik, che dopo aver annullato con uno straordinario passante la palla break di Vukic («Un colpo fortunato», ha commentato, con la solita modestia) ha chiesto l’applauso del pubblico. È stato un gesto empatico, istintivo: insolito, per uno come lui. «Le partite possono cambiare velocemente, basta un nulla per allungare un incontro»: le stesse, profetiche parole che diceva sulla terra rossa francese. «Non volevo arrivare alla lunga distanza, temevo chiudessero il tetto dello stadio perché poi le condizioni cambiano». Invece. «Mi sono divertito. Perché ho vinto». È solo l’inizio, Jannik.