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Kimi e Flavio, destini e meriti di talenti opposti

Kimi Antonelli alla premiazione con il principe Alberto e la principessa Charlene (afp)

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I due volti di un’ennesima domenica italiana all’estero, tra rivincite prese o sfiorate
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Il giovane principe vince andandosene sul velluto e conquista Montecarlo. Il nuovo arrivato perde scivolando dagli ultimi pioli di una scala di ferro e fallisce la rivoluzione a Parigi. Sono i due volti di un’ennesima domenica italiana all’estero, la rivincita internazionale, presa o sfiorata, per chi ormai si nota di più se non viene. Sono anche due situazioni sportive opposte, almeno per un pomeriggio, quasi due laboratori politici: effetti pratici dell’assolutismo e conseguenze della sua (temporanea?) caduta.

La sfrontatezza e la sicurezza

Kimi Antonelli con la quinta vittoria consecutiva, il doppiaggio del compagno rivale che poi chiude a zero punti, il distacco inflitto e re-inflitto a tutti, è nella Formula Uno la s…

Il giovane principe vince andandosene sul velluto e conquista Montecarlo. Il nuovo arrivato perde scivolando dagli ultimi pioli di una scala di ferro e fallisce la rivoluzione a Parigi. Sono i due volti di un’ennesima domenica italiana all’estero, la rivincita internazionale, presa o sfiorata, per chi ormai si nota di più se non viene. Sono anche due situazioni sportive opposte, almeno per un pomeriggio, quasi due laboratori politici: effetti pratici dell’assolutismo e conseguenze della sua (temporanea?) caduta.

La sfrontatezza e la sicurezza

Kimi Antonelli con la quinta vittoria consecutiva, il doppiaggio del compagno rivale che poi chiude a zero punti, il distacco inflitto e re-inflitto a tutti, è nella Formula Uno la somma di Sinner e Alcaraz. È la sfrontatezza della gioventù accoppiata alla sicurezza, un ragazzino che ancora dipende dai genitori per gli alimenti, ma in pista dà la paga a chiunque. Dietro di lui Lewis Hamilton è Djokovic, il futuro nel retrovisore, un’ombra ben presto sarà. Kimi è un nuovo cannibale, con i modi e il volto più gentili mai mostrati da un antropofago. È la promessa di un record dopo l’altro, di un vuoto alle spalle, quella superiorità che ammiriamo perché definisce un’epoca: noi c’eravamo quando correva, l’abbiamo visto passare. La statura straordinaria si regge su un equilibrio indecifrabile, che ha nel suo mistero il seme della fragilità. È tutto così perfetto che può cambiare in un momento, perché per ridurre la grandezza bisogna toglierle qualcosa, per disfare la perfezione basta limarle un niente: una torsione del polso, un colpo di calore al culmine di un impegno esagerato. Così i re sono momentaneamente spariti dal tennis e si è generata l’anarchia. Qualcuno obietterà: fuori il numero 1 e il numero 2 ha vinto il numero 3, che cosa c’è di più prevedibile? Fatto sta che il 3, Zverev, è il 99, più vicino ai fondali che alla superficie. Prova ne sia che è riuscito a sfidarlo e impegnarlo per 5 ore Flavio Cobolli, appena issato tra i primi 10. L’ha fatto illudendo sé stesso e altri per i 3 set centrali dei 5 disputati, arrendendosi soltanto all’inizio e alla fine, quando i giochi sono sfatti.

La fiera dell’Est a Parigi

A qualcuno piace di più lo sport, in questo caso il tennis, senza sovrani, con gli atleti (come ha detto uno di loro) che vedono in ogni porta uno spiraglio invece del muro con affisso il poster di Sinner, Alcaraz o Antonelli. È un’altra cosa, un caos condiscendente che presta la resurrezione a Berrettini, il quarto di gloria a Fonseca, promette eredità che non manterrà, crea filastrocche in cerca di senso in cui alla fiera dell’Est Sinner crollò e perse con Cerundolo, che svanì con Berrettini, che s’infortunò con Arnaldi, che diede forfait con Cobolli che Zverev affrontò. La musica del caso e il peso del merito, quello con cui Flavio ha battuto Auger-Aliassime e tenuto per ore in compagnia dei suoi fantasmi Zverev. All’improvviso è cambiata la sceneggiatura: l’impassibile padre di Cobolli invece dell’angosciata madre di Sinner, un calciatore invece di una modella. Invariato il finale al Roland Garros: vince l’altro. Il mondo si divide tra chi ama questo momento di ricreazione in cui tocca a supplenti salire in cattedra e chi aspetta l’anno prossimo per vedere finalmente la rivincita degli dei, il ritorno di Sinner contro Alcaraz. Il pomeriggio ideale: alle tre, giù la bandiera, Kimi sgasa e impolvera lo schermo, si può cambiare canale, tanto già si è capito e guardare quei due che se le danno di santa ragione. Non fosse che sta sorgendo un sospetto: la diarchia potrebbe non essere più così solida. Un baco può essere entrato nella testa di Jannik e nel braccio di Carlito, può darsi si aprano più spazi per gli Zverev e i Cobolli, che lo spiraglio di Parigi sia la porta del caos: non più forti gli altri, ma un po’ meno loro. Non si vede invece come qualcuno possa andare a prendere Kimi: viaggia su una corsia unica che non prevede sorpassi, non ora e non per molto tempo. Eppure basterà un soffio perché tutto cambi e trovi un rivale, una paura, una diversa domenica pomeriggio. È anche questa la bellezza di quel che guardiamo: i destini si compiono e scompongono sotto i nostri occhi, nonché davanti alle lenti a specchio della Mole Adriana, in arte Panatta, mentre riflette. Intanto, in una galassia lontana lontana, undici ragazzi giocavano una partita inutile con la maglia che un tempo faceva palpitare tutta l’Italia.

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