I segreti di Mir, il brutto anatroccolo che si è preso il Mondiale
dal nostro inviato
Massimo Calandri
Joan Mir festeggia il titolo con Franco Uncini, ex campione del mondo Suzuki (reuters)
Dai primi passi con il papà di Lorenzo al decisivo incontro con Brivio e la Suzuki: così il pilota spagnolo è diventato iridato
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VALENCIA - Stamani il campione del mondo delle moto se ne va. In auto. Partenza da un albergo di Cheste ore 10.30, destinazione: Portimao, Algarve, Portogallo. Un viaggio di circa 9 ore. Il più sicuro, di questi tempi. "Perché puoi essere prudente, ma non si sa mai. Il Covid è stato il mio avversario numero uno, quest'anno". E anche adesso, che il sogno è diventato realtà, Joan Mir vuole evitare rischi. "Il minimo di contatti possibile. C'è ancora una gara, domenica. Sono campione, ho il dovere di dare il massimo. E senza la paura di cadere, finalmente".
La festa "prudente" di ieri sera
Ieri sera c'è stata festa, ma sottovoce: la famiglia, la fidanzata Alejandra ("Il lavoro è finito, 'Cookie': tra poco torniamo a casa ad Andorra", le ha promesso), Davide Brivio e i ragazzi della Suzuki, tutti nel ristorante dell'hotel. Le mascherine, qualche bottiglia di cava, lo spumante spagnolo. "Non è il momento di esagerare", dice, con la stessa semplicità con cui ieri ha replicato a Jorge Lorenzo, maiorchino come lui che lo incitava a "fare festa come un pazzo, perché questi sono momenti che resteranno per tutta la vita". Joan ha sorriso comprensivo: "C'è la pandemìa, non si può. Non ora".
La dedica per questo successo mondiale: "Non alla Suzuki, alla mia squadra, alla famiglia: no, non è necessario. Abbiamo dato, ma avuto molto di più. Preferisco pensare alle tante persone che hanno sofferto in questi mesi: spero che la mia avventura abbia regalato un po' di felicità anche a uno solo, di loro".
La prima volta col papà di Lorenzo
Ventitré anni e un sorriso sincero. Questo è un campione, dentro e fuori della pista. Pulito, generoso. Aperto, curioso. Leale. "Mi piace essere chiaro. Detesto quelli che non dicono la verità". Di Maiorca: come Nadal, e Lorenzo. Quanti campioni, sull'isola. "Sarà per via del sole", ride. Ha iniziato da bambino, perché suo cugino Juanito era il fratello della prima fidanzata di Jorge Lorenzo e pure quello - folgorato dalle 'ombrelline' - voleva fare il pilota: ma gli mancava il talento. Però Juanito si era messo a frequentare sull'isola la scuola di Chicho, il papà del 5 volte campione del mondo. E così anche Joan, 9 anni, aveva provato le minimoto. "In sella da 20 minuti, andava già più forte di ragazzi che si allenavano da 3 anni. Un fenomeno. Ma troppo indisciplinato, e un giorno ha detto basta", ricorda Chico. Joan non è d'accordo: "Ero così piccolo, perché avrei dovuto comportarmi come un pilota vero? Ogni cosa a suo tempo".
Nel giro di pochi anni, si era reso conto che aveva un destino. "Sì, ma la mia famiglia non era ricca". Il padre titolare di un negozio di skateboard. "C'erano i soldi per allenarmi, non per partecipare ad un campionato. La sera papà tornava stanco morto, io sentivo addosso una pressione terribile: dovevo vincere per recuperare i soldi degli sponsor". E nonostante le vittorie, restava un Brutto Anatroccolo: a differenza di alcuni suoi coetanei come Iker Lecuona, Augusto Fernandez e Hector Garzò, nessuno voleva scommettere su di lui. A 15 anni si è iscritto al campionato spagnolo con un quarto del budget degli altri e una vecchia Loda già di Giampiero Sacchi. "Sono giovane ma ho lottato tanto, nella vita. Ho passato momenti durissimi, abbiamo fatto molti sacrifici. L'opzione era una sola: vincere". Ci è riuscito all'esordio, indovinate un po' dove? Portimao.
Alla Leopard il primo mondiale
E' finita che quel genio di Christian Lundberg è riuscito a trovargli un posticino nel team Leopard: una gara - sedicenne - a Phillip Island, tirato giù da un altro pilotino quando era incredibilmente 6°. Poi il primo mondiale di Moto3, e alla seconda stagione si è preso il titolo. E' diventato un cigno. "Mir-acle": così hanno cominciato a giocare col suo nome. Un passaggio travagliato in Moto2, in una squadra - Marc Vds - con tanti problemi economici che a pochi minuti di una gara Joan non si era ancora messo la tuta: "O mi date quel che mi dovete, o non corro più".
L'incontro con Brivio: è nato un campione
La Honda, che aveva messo gli occhi su di lui, si è raffreddata. Davide Brivio, no: il manager di Monza, dopo 4 titoli mondiali con Valentino, stava ricostruendo la Suzuki. "E cercavo giovani motivati: Mir mi ha capito, ha detto di sì". Il resto è già storia. "La vittoria finale in MotoGP è un sogno che inseguivo da bambino. E speravo di realizzarlo, ma tra qualche anno. Non ora. All'inizio della stagione ho fatto 2 'zeri' nelle prime 3 gare. Un disastro". Poi, all'improvviso la svolta. "Tutto merito del primo podio in Austria. Ho capito che potevo essere coi migliori, restare in alto: e non sono più sceso".