"Ai miei figliuoli chiedo una sola cosa: quando salite in moto, aprite il gas": Paolo Campinoti è un papà speciale. Proprietario del team Pramac, la cantera della Ducati. Da qui passano i futuri piloti ufficiali di Borgo Panigale. Lui li chiama "figliuoli". Perché la Pramac, che quest'anno festeggia la ventesima stagione di MotoGP, è una squadra diverse da tutte le altre. "Una famiglia, appunto".
"Zarco e Martin, un'altra sfida"
Ci sono talento e allegria, velocità e amicizia. "L'obiettivo è crescere dei campioni, in modo che poi si affermino: ci siamo riusciti tante volte, togliendoci parecchie soddisfazioni". Pecco Bagnaia e l'australiano Jack Miller, ad esempio: 5 podi nel 2020 con Campinoti, e ora il salto con la Rossa titolare agli ordini dell'ingegner Gigi Dall'Igna, al posto di Dovizioso e Petrucci. "Siamo orgogliosi e soddisfatti del loro percorso: faremo il tifo per quei due, così come per i nostri". Che naturalmente sono 2 novità: il francese Zarco e lo spagnolo Martin. "Johann a 30 anni non è esattamente giovanissimo, ma in fondo si tratta comunque di un altro 'figliuolo': perché viene da noi per un rilancio, ha delle potenzialità enormi e sono sicuro sboccerà". Campinoti gli dava la caccia da tempo. "Dopo il primo mondiale vinto in Moto2, nel 2015", conferma. "Allora però non volle cambiare categoria, e noi puntammo su altri. Jorge invece è il prototipo del pilota Pramac: 23 anni, ambizioso, fortissimo". Cosa si aspetta da loro? "Da Martin che diventi il rookie dell'anno. Zarco può vincere qualche gara: avrà una moto ufficiale e le condizioni giuste per dare il massimo".
Una 'famiglia' nata per caso, 20 anni fa
Qual è il segreto della 'famiglia' Pramac? "Forse un po' di sfrontatezza. Abbiamo una bellissima struttura tecnica, con un responsabile eccezionale come Francesco Guidotti. Ambiente disteso, però professionale. Con la giusta pressione che ti spinge sempre a migliorare. I rapporti umani, prima di tutto: qui si vive bene, e con quelli che se ne vanno restiamo amici". E' cominciato tutto per caso, 20 anni fa. "Eravamo in rapporto con la Honda per via dei nostri gruppi elettrogeni: in Belgio mi offrirono di entrare. Non avevo mai visto una gara di moto, prima di allora: però il nostro era un prodotto molto tecnico, ci poteva stare. Abbiamo iniziato con Harada, che era simpaticissimo e aveva un grande spessore umano". Ricorda che con Honda si chiuse "in maniera un po' burrascosa, e passammo alla Ducati: sono stati 16 anni di successi, ci siamo sempre intesi a meraviglia. Ora siamo un team 'factory supported', una emanazione della casa".
"Petrucci, Iannone, Marquez. E i Nieto"
In tutto questo tempo, quanti 'figliuoli'. "Non è che sono troppo romantico, a chiamarli così? Barros, Capirossi, Biaggi. Ma sono rimasto affezionato soprattutto a quelli che ho preso con me da adolescenti, in tutti i sensi: Harada l'ho detto, poi Danilo Petrucci. Yonny Hernandez, il colombiano. E Jack Miller, che è arrivato dall'Australia e gli voglio veramente bene". Rimpianti? "Mi spiace vedere Andrea Iannone lontano dalle piste, è un peccato non essere riuscito ad aiutarlo. Che tristezza. Ha subìto una grande ingiustizia, non meritava di essere trattato così". Due anni fa sembrava che Alex Marquez dovesse arrivare in Pramac: una sorta di antipasto, prima dell'ingaggio in Ducati del fratello Marc, il Cannibale. "È vero, siamo andati molto vicini ad avere Alex: sarebbe stato un grande investimento, perché è molto bravo. Mancavano solo alcuni dettagli, ma all'improvviso qualcuno non ha mantenuto la parola. Attenzione, però: l'arrivo di Marc in Ducati non c'entrava nulla, con la nostra operazione". Il 'figliuolo' mancato, il pilota che Campinoti avrebbe voluto avere? "Uno dei Nieto, Fonsi o Angel. Erano forti, intelligenti, coraggiosi, figli di puttana e brave persone al tempo stesso: tutto quello che dovrebbe essere un pilota".