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Paolo Simoncelli: "In Marquez rivedo la forza del mio Sic"

Domenica a Sepang il Gp della Malesia, per la prima volta dal 2011, si corre proprio il 23 ottobre, il giorno dell'incidente che costò la vita al pilota romagnolo. Il padre: "Bagnaia merita il titolo, ma io nella MotoGp non riesco a fare il tifo. Mio figlio era un tipo fedele, sarebbe rimasto alla Honda"
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SEPANG. "Quanti passi avremo fatto?". "Siamo a 4 chilometri dai box: diecimila, più o meno". Diecimila passi sul circuito malese, curva 11. Undici anni dopo. Fa un caldo che si soffoca. "Ora però ho bisogno di stare un po' da solo, coi miei pensieri". Paolo Simoncelli si guarda intorno, come fosse la prima volta. Poi lascia l'asfalto e attraversa il prato, appoggia le mani sul vecchio guard-rail. Osserva in silenzio la stele in alluminio che hanno dedicato al figlio. Marco, il Sic. Il sole ha consumato nel tempo il colore rosso del numero 58, sbavato le firme degli amici. Qualcuno, chissà quando, ha appeso due rosari. Le piccole croci sospese, immobili: non c'è una bava d'aria. Paolo abbassa il capo, forse prega un qualche dio. Gli si increspano i baffoni in una strana smorfia: non sai se è una mezza risata, o un singhiozzo. Torna indietro. Dice: "Lassù qualcosa ci deve essere, lo sento. Di si…

SEPANG. "Quanti passi avremo fatto?". "Siamo a 4 chilometri dai box: diecimila, più o meno". Diecimila passi sul circuito malese, curva 11. Undici anni dopo. Fa un caldo che si soffoca. "Ora però ho bisogno di stare un po' da solo, coi miei pensieri". Paolo Simoncelli si guarda intorno, come fosse la prima volta. Poi lascia l'asfalto e attraversa il prato, appoggia le mani sul vecchio guard-rail. Osserva in silenzio la stele in alluminio che hanno dedicato al figlio. Marco, il Sic. Il sole ha consumato nel tempo il colore rosso del numero 58, sbavato le firme degli amici. Qualcuno, chissà quando, ha appeso due rosari. Le piccole croci sospese, immobili: non c'è una bava d'aria. Paolo abbassa il capo, forse prega un qualche dio. Gli si increspano i baffoni in una strana smorfia: non sai se è una mezza risata, o un singhiozzo. Torna indietro. Dice: "Lassù qualcosa ci deve essere, lo sento. Di sicuro c'è il mio Marco, e sorride: domenica si vedrà la gara dalle nuvole". Sarà di nuovo il 23 ottobre, qui a Sepang: come nel 2011. "È la prima volta". Ieri il babbo del Sic ha voluto celebrare questo fine settimana speciale facendosi accompagnare in una commovente camminata. La palma che aveva piantato Gigi Soldano, il re dei fotografi, è morta anche lei.

Sarà l'anniversario di una data triste e storica, per lo sport italiano e mondiale. Potrebbe anche diventare una giornata di gioia: magari Pecco Bagnaia con la Ducati vince il titolo.
"A me interessa che finisca primo uno dei miei due pilotini di Moto3, Riccardo Rossi e Lorenzo Fellon. Pecco è un ragazzo serio, Gigi (Dall'Igna, il dg del Reparto Corse, ndr) ha iniziato un gran lavoro tanto tempo fa: è giusto che portino a casa un risultato. E poi, i ducatisti sono un esercito contro il povero Quartararo. Ma io faccio fatica a fare il tifo nella MotoGP, a parte un'eccezione".

Marc Marquez, il Cannibale, che proprio su questa pista s'era preso a spallate con Valentino Rossi giocandosi la simpatia di tutti.
"Invece a me piace. In lui rivedo tutto quello che c'era in mio figlio. Talento, estro. Imprevedibilità. Non oso pensare cosa avrebbero combinato quei due insieme, sui circuiti di tutto il mondo. Marco oggi avrebbe 35 anni e correrebbe ancora".

Su una Ducati, perché no?
"Non credo, il Sic era un tipo fedele. Sarebbe rimasto con Honda. Lui e Marquez nella stessa squadra, spettacolo puro. Solo che un giorno sono entrambi caduti per terra: Marc a Jerez si è rialzato, ha lottato come un leone per tornare in sella e vedrete che domenica ci farà divertire. Marco, no. Non si è più rialzato. Ma queste sono le corse, come avrebbe detto lui. È la vita. Ognuno ha la sua strada, la sua storia. E non ci sono colpevoli, né rimpianti. Tutto andrebbe rifatto nello modo. Date un'occhiata alle fotografie della gara precedente, 11 anni fa, in Australia: era salito sul podio. Era felice".

L'altra settimana lei in Australia si è fermato qualche giorno più del previsto.
"A passeggiare in riva al mare di Phillip Island. La spiaggia di Silverleaves, le foglie d'argento, che lui amava tanto. Quel ragazzo l'abbiamo sempre nella testa, è normale: la sera prima di addormentarti e la mattina quando apri gli occhi. Non voglio essere patetico, dico solo la verità".

È vero che lo sogna spesso?
"Ci parliamo. Non ricordo mai cosa mi dice. O forse non lo voglio raccontare".

In ogni circuito del mondo la gente la ferma per un selfie.
"Ma io lo so, che per loro è come farlo con Marco. Vengono con le bandiere, si fanno tatuare il suo volto o il 58. Succede soprattutto in Australia e Gran Bretagna. Alla gente piacciono le persone vere, che ti regalano emozioni. Tipi che se ne trovano sempre di meno. Anche tra i piloti. Perché nella vita non sono le vittorie che contano, ma quello che riesci a trasmettere".

Che bella passeggiata.
"Vero? Ho rivissuto tutta la nostra storia sportiva, quello che ci ha dato e ci ha tolto. Qui Marco ha vinto il mondiale 250, era il 19 ottobre del 2008. (Indica i ragazzi del Team Sic58 che lo hanno seguito, anche loro a debita distanza, ndr). Si stanno legando a questa squadra quando potrebbero andare altrove e guadagnare di più, sono esagerati. Lo fanno soprattutto per lui".

Si corre di nuovo a Sepang, il 23 ottobre.
"Ripenso a tutte le volte che siamo stati in Malesia. Dalla prima, all'ultima. Quei rituali scaramantici che facevamo. Lui indossava sempre le stesse mutande anche quando erano sporche in maniera indecente, sosteneva che lo facevano sentire più tranquillo. E i calzini col numero 58 che gli aveva ricamato la nonna. Porta bene, dicevamo tra di noi. Invece. Sì, domenica sarà una giornata speciale".