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MotoGp, Marco Bezzecchi: “Ero un bravo meccanico, Rossi ha creduto in me”

Marco Bezzecchi (afp)
Intervista al leader del Mondiale: "Vivo per mettere le mani sui motori, in officina con papà o con gli amici. Dopo l’Argentina vorrei vincere almeno un altro gp ma è dura"
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«Non svegliatemi, per favore». Marco Bezzecchi voleva aprire gli occhi solo per rivedersi alla televisione la gara che ha vinto in Argentina. «In questi giorni l’avrò fatto almeno 20 volte». Come sarebbe stato bello fermare il tempo a due domeniche fa, sul traguardo di Termas de Rio Hondo: il primo successo in MotoGp, il primato in classifica. E poi dormire. Felice. Sognando quello che invece è già tutto vero: a 24 anni, dopo essere stato il miglior rookie della stagione passata, in sella alla ‘vecchia’ Ducati del team Mooney Vr46 è diventato il pilota da battere. Sulla pista di Austin, che ospita il terzo appuntamento del motomondiale, lo cercano tutti. Il Bez, così schivo e riservato. Uno che se potesse, si chiuderebbe nell’officina della via Emilia con papà Vito, a riparare motori. Altro che interviste. «Non ero abituato a tutta questa attenzione. Fa piacere, per ora».

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«Non svegliatemi, per favore». Marco Bezzecchi voleva aprire gli occhi solo per rivedersi alla televisione la gara che ha vinto in Argentina. «In questi giorni l’avrò fatto almeno 20 volte». Come sarebbe stato bello fermare il tempo a due domeniche fa, sul traguardo di Termas de Rio Hondo: il primo successo in MotoGp, il primato in classifica. E poi dormire. Felice. Sognando quello che invece è già tutto vero: a 24 anni, dopo essere stato il miglior rookie della stagione passata, in sella alla ‘vecchia’ Ducati del team Mooney Vr46 è diventato il pilota da battere. Sulla pista di Austin, che ospita il terzo appuntamento del motomondiale, lo cercano tutti. Il Bez, così schivo e riservato. Uno che se potesse, si chiuderebbe nell’officina della via Emilia con papà Vito, a riparare motori. Altro che interviste. «Non ero abituato a tutta questa attenzione. Fa piacere, per ora».

Marco Bezzecchi sulla Ducati del team Mooney VR46 (afp)

All’inizio del campionato, tra le perplessità di molti, aveva detto che puntava a vincere una corsa. Adesso non si accontenterà mica, vero?
«Confesso di sentirmi appagato. Però proviamoci ancora, dai, anche se non mi aspetto di lottare in tutte le gare per il podio. In griglia c’è gente fortissima, con tanta esperienza».


Non faccia il modesto. Anche Bastianini, nel 2022, correva con una Rossa dell’anno prima. Lo sa quanti gp ha vinto?
«Quattro. Ma Enea è stato fantastico: impossibile imitarlo, oppure chissà. Il livello è altissimo, lo capisci in pista e studiando i dati degli altri ducatisti: la telemetria di Bagnaia fa impressione».

Dicono di lei: ha imparato dal Doc, è riccioluto come il Sic, deciso come Capirex, ha vinto come Max. Un pezzo di Valentino e uno di Simoncelli, Capirossi, Biaggi. Che Frankenstein, quel Bez.
«Cominciamo da Valentino: senza lui e Uccio Salucci non sarei qui. All’Academy mi hanno fatto diventare un pilota, un uomo. Merito anche della mia famiglia, naturalmente. E qualcosa ci ho messo anche di mio. Però Rossi è qualcosa di incredibile: quando ci alleniamo al Ranch è sempre velocissimo, se tornasse in MotoGP sarebbe ancora tra i migliori».

 

E il Sic?
«È bello essere associato a lui, per i capelli e la spontaneità: era un pilota fantastico e da piccolo mi faceva impazzire, purtroppo non ho potuto conoscerlo di persona. Capirossi, Biaggi: in gara sono uno che dà tutto, senza paura; effettivamente, col tempo ho imparato a gestire di più la gara, non sono più solo istinto».

Quei 4 hanno vinto tutti almeno un titolo mondiale a testa, in diverse categorie.
«Io non ci sono riuscito negli anni passati, è un grande rammarico: in Moto3 mi mancava l’esperienza, in Moto2 forse erano semplicemente più forti i miei avversari. Non mi resta che provare con la MotoGp (sorride)».

 

È quello il suo sogno?
«Sportivamente sì. Ma più in generale vorrei una vita normale, dei figli, una famiglia come quella in cui sono cresciuto. Semplice, serena. L’abbraccio di mio padre, in Argentina, è stato un’emozione tremenda: lui mi accompagna da sempre in tutti i circuiti, senza mai forzare. È stato fondamentale nei momenti duri, ad esempio quando sono passato in Moto2. Averlo accanto è bellissimo».

Fino a poco tempo lavoravate insieme, nell’officina di via Emilia 102, a Rimini.
«È un meccanico di camion. E io, che mi sono diplomato all’Istituto professionale di meccanica, vivo per mettere le mani nei motori: oggi purtroppo non ho più molto tempo libero. Ma in inverno con due amici abbiamo ricostruito i nostri vecchi motorini: loro uno Zip, io un Booster. Naturalmente elaborati».

 

Come finirà qui negli Usa, tra sprint race e gp della domenica?
«Il circuito mi piace, spero di salire sul podio. Nel frattempo – per favore – non svegliatemi».