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Quante salite per i ragazzi di Capo Verde

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La rubrica “È sempre domenica”
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La Nazionale italiana di calcio è come lo scrittore giapponese Haruki Murakami. Puntualmente si invoca che a questi venga assegnato il Nobel per la letteratura e puntualmente lo riceve qualcun altro, meno conosciuto e ancor meno venduto. Così, ogni quattro anni si scongiura la partecipazione italiana ai Mondiali e da tempo si vedono invece in mondovisione carneadi senza tradizione. Poi c’è chi grida all’ingiustizia, chiede la riforma della giuria o del metodo di qualificazione. E chi invece ritiene sia opportuno diffondere voci meno ascoltate ed elargire felicità agli angoli del pianeta. Non sono qui per elogiare l’autore ungherese Laszlo Krasznahorkai, che mi resta ignoto, ma per difendere Capo Verde, i cui tubaroes hanno già il biglietto per Usa-Canada-Messico ’26, mentre gli azzurri sono in lista d’attesa, non sapendo neppure in quale aeroporto.

I Mondiali di Capo Verde

Capo Verde è un arcipelago straordinario, ogni isola è un mondo a parte. Santo Antao ha montagne, vegetazione, ro…

La Nazionale italiana di calcio è come lo scrittore giapponese Haruki Murakami. Puntualmente si invoca che a questi venga assegnato il Nobel per la letteratura e puntualmente lo riceve qualcun altro, meno conosciuto e ancor meno venduto. Così, ogni quattro anni si scongiura la partecipazione italiana ai Mondiali e da tempo si vedono invece in mondovisione carneadi senza tradizione. Poi c’è chi grida all’ingiustizia, chiede la riforma della giuria o del metodo di qualificazione. E chi invece ritiene sia opportuno diffondere voci meno ascoltate ed elargire felicità agli angoli del pianeta. Non sono qui per elogiare l’autore ungherese Laszlo Krasznahorkai, che mi resta ignoto, ma per difendere Capo Verde, i cui tubaroes hanno già il biglietto per Usa-Canada-Messico ’26, mentre gli azzurri sono in lista d’attesa, non sapendo neppure in quale aeroporto.

I Mondiali di Capo Verde

Capo Verde è un arcipelago straordinario, ogni isola è un mondo a parte. Santo Antao ha montagne, vegetazione, rocce a picco. A Porta do Sol, troppo turistica, ti può venire l’idea di salire verso il villaggio di Fontainhas che, per il National Geographic, offre una delle 10 viste più belle del mondo. Sui gradini di roccia occorrono due ore. Oppure c’è l’aluguer, un allegro pullmino assassino. La strada è ripida, il mare sul fondo, il parapetto basso. La velocità: assurda. Un quarto d’ora pregando a denti stretti. Da lì l’aluguer torna solo indietro, ma figurati in discesa. Avanti? Sei ore a piedi per Cha da Igreia. Gole, villaggi fantasma, un bar. Poi eccolo, nel nulla, a strapiombo sull’acqua: un campo da calcio. Porte senza rete, linee laterali inesistenti, eppure. Un’allucinazione, se non si vedesse arrivare un gruppo di ragazzi con il pallone, per giocare dopo tre ore di marcia. Sono come i bambini asiatici che fanno chilometri nel fango o sotto il sole per andare a scuola. Quelli, in divenire, gli scienziati che hanno determinato l’avanzata tecnologica di un continente; questi, che vidi adolescenti, gli adulti che andranno ai Mondiali, mentre i nostri chissà. Il punto non è, come si dice spesso, che non si giochi più a pallone nelle strade, ma che non lo si faccia dopo tre ore di ascesa. Che gli esiti vengano dati per scontati, praticamente dovuti. E che se qualcuno fallisce, allenatori e genitori dicano che è inopportuno fischiare. “La gente ha diritto di protestare”, certo: anche quando passano il presidente del senato o del consiglio. E questa generazione di calciatori italiani, attenzione, può finire come Philip Roth, non valendo un suo paragrafo.

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