Dei due moscoviti approdati ai quarti degli Internazionali, uno va in semifinale ma per il rotto della cuffia. Passi per Andrey Rublev, opposto all’ingiocabile numero 1 del mondo: a rischiare di uscire di scena è Daniil Medvedev, anch’egli ex numero 1, ora virtualmente 8, che si fa mettere alle corde da un giovanotto madrileno appena affacciatosi tra i Top 100. Si chiama Martin Landaluce, è un classe 2006 come il già santificato concittadino Rafael Jodar, si è formato nell’Academy di Nadal a Manacor. Ha però un profilo poco nadaliano: aggressivo da fondocampo, colpi piatti, efficace sotto rete, 193 centimetri d’altezza che danno grande leva al servizio e tuttavia non gli impediscono di scattare e di muoversi agevolmente negli spostamenti in avanzamento e laterali. Nel primo set Medvedev non ci capisce nulla e permette a Martin di sviluppare il suo gioco più quadrato che esplosivo (1-6). Nel secondo parziale il trentenne malrasato e stempiato che sembra uscito da “Memorie dal sottosuolo” (chissà se Paolo Nori condivide) strappa il break proprio quando sembra sul punto di crollare (6-4). Il set finale accende il pubblico del Centrale, indeciso su chi dei due sia l’avversario meno ostico per Jannik. Alla fine, tra errori e funambolismi, ad agguantare il pass è il Danil il dostoevskiano (7-5).
L’altro russo, Rublev, classe 1997, soffre - come molti sportivi - di tabù che si consolidano partita dopo partita, gara dopo gara fino a diventare statistica, poi narrazione, infine destino. Nascono così le figure mitologiche degli “eterni secondi” del secolo scorso - i ciclisti Tano Belloni e Raymond Poulidor, il pilota Stirling Moss, il tuffatore Giorgio Cagnotto - oppure dei “perdenti designati”, come sono apparsi, in tempi recenti, i tennisti Tomas Berdych e David Ferrer. Per non farsi mancare nulla, il nostro Andrey di tabù ne ha due, e lo tormentano da anni. Il primo è l’impossibilità di giocare una semifinale di Slam. Dieci volte è arrivato ai quarti di finale, dieci volte è stato fermato per mano di Rafael Nadal, Daniil Medvedev, Stefanos Tsitsipas, Marin Cilic, Frances Tiafoe, Novak Djokovic e infine Jannik Sinner. Una costanza nel non sfondare che, per chi è stato per quattro anni fra i primi dieci del mondo, è quasi commovente.
Il secondo blocco mentale è costituito da Sinner. L’ultima conferma è di oggi pomeriggio del Foro Italico nel primo quarto di finale maschile di giornata: 6-2 6-4 per l’azzurro alla fine di una partita senza storia se Jannik non fosse sembrato un po’ stanco negli ultimi game (ne parlerò più avanti). Il bilancio dei testa-a-testa è ora a favore di Sinner per 8 a 3. A una lettura più attenta dei dati, si scopre però che, dei tre successi di Rublev, uno solo fu davvero conquistato sul campo: quarto di finale del Masters 1000 di Montreal nel 2024, 6-3 1-6 6-2 per l’allora numero 6 ATP. Gli altri due furono conseguenze di altrettanti ritiri dell’italiano: nell’ATP 500 di Vienna nel 2020, appena tre game disputati; al Roland Garros il 30 maggio 2022, al Bois de Boulogne sul rettangolo del Suzanne Lenglen. Ero lì, quella volta, e raccontai su Monday’s Net come il ventunenne di San Candido avesse messo subito sotto pressione l’avversario: “Jannik appare in stato di grazia. Piazza servizi difficili da domare persino quando si tratta di seconde, sventagli di diritto che il russo guarda passare allibito, persino qualche drop shot che si affonda in più balzi al di là della rete. È un piacere vederlo così padrone del campo. Poi però accade quanto tutti temevano: il ginocchio sinistro comincia a fargli male per colpa della nota lesione al tendine rotuleo che fatica a rimarginarsi. Chiama il fisioterapista che lo tasta e massaggia, trangugia un antidolorifico, si fa sistemare la fasciatura. Non si fa affossare fino al 4 pari del secondo set, poi cede il servizio. In attesa che il farmaco faccia qualche effetto, inizia anche la terza frazione, che però interrompe dopo pochi minuti, scrollando la testa e scusandosi con il pubblico. Sconfortato, si sottoporrà a una serie di test e curerà l’aspetto psicologico degli infortuni che stanno costellando la sua stagione”.
Farsi male è l’incubo di tutti i tennisti, perché - usa ripetere Sinner - “è un attimo ritrovarsi infortunati” e fuori dal circuito, come sta accadendo in queste settimane a Carlos Alcaraz e a Lorenzo Musetti. Per questo motivo, dopo la vittoria di oggi Jannik pesa ogni parola rispondendo a chi gli chiede della spossatezza mostrata dopo un’ora e passa di scambi prolungati: “È normale che a un certo punto (di un torneo ndr) ci si senta un po’ stanchi. Ho giocato tanto, sono state giornate molto lunghe”. Come bonus track, sfoggia onestà e realismo: “A prescindere da come andrà qui a Roma, per me è un successo: se vinco (il titolo ndr) bene, se perdo avrò qualche giorno in più per recuperare in vista di Parigi, che resta il mio obiettivo dell’anno”. Pioggia permettendo, Sinner vs. Medvedev si giocherà oggi in chiusura di pomeriggio. L’altra semifinale che parla italiano, quella che vedrà Luciano Darderi sfidare Casper Ruud, è in programma a partire dalle 15.30. Il sogno di una finale tutta italiana è più concreto che mai.