DURBAN - E' molto grosso. Molto nero. Molto aggressivo. E quando afferra l'ovale tra le mani partendo alla carica, o demolisce un avversario con un placcaggio, in tutti gli stadi del rugby l'accompagna un coro gutturale che assomiglia tanto al "Buuu!" per Balotelli. Invece no. Il pubblico grida: "Beast-Beast-Beast!!". Incita il campione, ne solletica l'orgoglio animale. E allora Tendai Mtawarira - The Beast, la Bestia - diventa ancora più grosso, aggressivo. Nero. A proposito: la Bestia sabato pomeriggio gioca contro l'Italia a Durban, Sudafrica, e il suo avversario diretto sarà Lorenzo Cittadini, un gigante bresciano (1.91 di altezza per 125 chili) che non ha mai avuto paura di nessuno, però questa volta sarà più dura del solito. Gli azzurri affrontano i mitici Springboks nel primo test-match di un quadrangolare che nel mese di giugno coinvolge anche Scozia e Samoa.
"Non c'è razzismo, nel mondo del rugby", taglia corto Mtawarira, che racconta di aver sentito parlare di Balotelli ("So che è un calciatore famoso in Inghilterra") ma niente di più. Non c'è razzismo, e però nel paese dell'arcobaleno la religione ovale è stata sempre un monopolio bianco, boero. Tanto che si continua a polemizzare sulle "quote" per gli atleti di colore, e anche la presenza nella squadra nazionale della Bestia - che è nato 27 anni fa ad Harare, Zimbabwe, naturalizzato nel 2010 - è stata motivi di feroci discussioni e di una richiesta di rimpatrio forzato. "Nero, bianco: l'importante è giocare bene. Il pubblico mi ama. Il resto non conta", dice l'omone di casa, stella degli Sharks di Durban. Dicono che tutto cominciò con Chester Williams, la mitica ala di colore - quello del Sudafrica campione del mondo nel '95, e celebrato da Invictus - che a fine carriera indossò anche la maglia del Casale sul Sile. Ma in realtà prima ancora con gli Springbok ci fu Errol Tobias. E pure Avril, zio di Chester.
Oggi il rugby non è più lo sport monopolio dei bianchi, anche se dall'altra parte del mondo i neri continuano a preferire il football. L'ultimo fuoriclasse è Brian Habana, che di solito fa coppia con un'altra ala nera, Joe Peitersen (ex calciatore, guarda un po')). Il primo allenatore di colore del Sudafrica è stato il piccolo Pieter De Villiers: mai amato, ma forse perché poco vincente. "Non c'è razzismo, nel rugby", ripete la Bestia. "E' un soprannome che mi porto dietro da bambino. Sono sempre stato un po' più grosso degli altri. E rude, diciamo così". Non aveva vent'anni quando fu notato dagli Sharks durante una trasferta con la squadra del suo paese. "Mi sono trasferito qui, ho sposato Iziwa, la gente mi rispetta e io non ho bisogno d'altro: la spiaggia, molti film da vedere in casa con la mia famiglia. Sono un tipo tranquillo". Due grossi Staffordshire bull-terrier con cui fa lunga passeggiate nel bosco. E una sola debolezza: "I dolci al cioccolato". Oggi promette battaglia: "L'Italia è molto forte, quest'anno ha battuto Francia e Irlanda. Non sarà facile. Ma cercherò di far gridare il mio pubblico. Promesso".
"Non c'è razzismo, nel mondo del rugby", taglia corto Mtawarira, che racconta di aver sentito parlare di Balotelli ("So che è un calciatore famoso in Inghilterra") ma niente di più. Non c'è razzismo, e però nel paese dell'arcobaleno la religione ovale è stata sempre un monopolio bianco, boero. Tanto che si continua a polemizzare sulle "quote" per gli atleti di colore, e anche la presenza nella squadra nazionale della Bestia - che è nato 27 anni fa ad Harare, Zimbabwe, naturalizzato nel 2010 - è stata motivi di feroci discussioni e di una richiesta di rimpatrio forzato. "Nero, bianco: l'importante è giocare bene. Il pubblico mi ama. Il resto non conta", dice l'omone di casa, stella degli Sharks di Durban. Dicono che tutto cominciò con Chester Williams, la mitica ala di colore - quello del Sudafrica campione del mondo nel '95, e celebrato da Invictus - che a fine carriera indossò anche la maglia del Casale sul Sile. Ma in realtà prima ancora con gli Springbok ci fu Errol Tobias. E pure Avril, zio di Chester.
Oggi il rugby non è più lo sport monopolio dei bianchi, anche se dall'altra parte del mondo i neri continuano a preferire il football. L'ultimo fuoriclasse è Brian Habana, che di solito fa coppia con un'altra ala nera, Joe Peitersen (ex calciatore, guarda un po')). Il primo allenatore di colore del Sudafrica è stato il piccolo Pieter De Villiers: mai amato, ma forse perché poco vincente. "Non c'è razzismo, nel rugby", ripete la Bestia. "E' un soprannome che mi porto dietro da bambino. Sono sempre stato un po' più grosso degli altri. E rude, diciamo così". Non aveva vent'anni quando fu notato dagli Sharks durante una trasferta con la squadra del suo paese. "Mi sono trasferito qui, ho sposato Iziwa, la gente mi rispetta e io non ho bisogno d'altro: la spiaggia, molti film da vedere in casa con la mia famiglia. Sono un tipo tranquillo". Due grossi Staffordshire bull-terrier con cui fa lunga passeggiate nel bosco. E una sola debolezza: "I dolci al cioccolato". Oggi promette battaglia: "L'Italia è molto forte, quest'anno ha battuto Francia e Irlanda. Non sarà facile. Ma cercherò di far gridare il mio pubblico. Promesso".