LONDRA - C’è un giocatore che tutti considerano il più grande nel suo ruolo, è campione nel mondo in carica, ma non ha giocato la finale che ha incoronato la sua squadra. Anzi, di quel mondiale non ha giocato che due partite infortunandosi, stiramento, prima del quarto di finale con l’Argentina. Daniel Carter, apertura degli All Blacks sabato in campo ci sarà, maglia numero 10, il compito di gestire ogni pallone che i suoi avanti conquisteranno. Fin qui lo ha fatto in modo perfetto o quasi, sia passando che calciando. Sa di essere nel mirino delle terze linee australiane, Pocock, Hooper e Fardy. Che molto dipenderà da lui per confermare la Nuova Zelanda campione del mondo. Per lui è l’ultima partita con la Nuova Zelanda, come anche per Richie McCaw, Mealamu, Ma’a Nonu, Conrad Smith e Woodcock.
Trentatré anni, sposato con Honor Dillon, nazionale di hockey su prato, Carter è disegnato dalle statistiche come un uomo che si nutre di record. Su 111 partite giocate con gli All Blacks non ha segnato una sola volta, nel 2003, l’anno del suo esordio, quando nella partita con il Sudafrica, entrando dalla panchina, non riuscì a mettere la firma su nessuno dei 29 punti con cui i suoi liquidarono gli avversari. Poi ha sempre colpito, tanto che con 1579 punti è il giocatore che ha segnato di più a livello internazionale nella storia del rugby. 277 punizioni, 291 trasformazioni, 7 drop e 29 mete. Ecco, le mete, sono un cruccio per lui. Sono 34 partite di fila che non ne segna una in nazionale, da quella fatta alla Scozia il 13 novembre 2010 a Edimburgo.
“Ma non è un uomo solo che decide una partita”, dice Steve Hansen, allenatore degli All Blacks vedendo Carter in difficoltà all’ennesima domanda sulla sua importanza in campo. Sorride spesso, Daniel, anche in campo durante gli incontri. Solo quando gli ricordano che l’altra finale, All Blacks Francia 8-7 a Auckland, la vide dalla tribuna, resta un attimo come sovrappensiero. “Sì è vero – dice – e da allora ho avuto sempre nella mia mente come un pensiero ricorrente. ‘Avere un’altra opportunità’, poter giocare anche io per la Webb”. La “Webb”, la Coppa del mondo, una finale come si deve. Appoggiato al palo di una delle due porte, sul prato di Twickenham, Carter fa gli esercizi di riscaldamento perché la Nuova Zelanda ha deciso che il Captain’s Run, l’ultimo allenamento prima della partita, di fatto sia solo una sessione dei piazzatori: Carter, appunto, e Barrett. Con loro c’è anche Colin Slade che giocò un po’ più di Carter nel mondiale del 2011, ma poi uscì anche lui per infortunio per far posto a Cruden che si infortunò proprio nella finale per far posto al quarto mediano di apertura, Stephen Donald, arrivato nel gruppo solo quattro giorni prima della partita, richiamato all’ultimo tuffo mentre era a pescare. E siccome il caso non esiste fu lui a piazzare i tre punti decisivi con cui la Nuova Zelanda vinse il mondiale.
Quando Dan Carter inizia a piazzare fanno uscire tutti gli estranei dal campo. Che non si veda come Daniel il magnifico si concentra e muove il suo prezioso sinistro, che non si rompa il ricordo di quella porta da rugby che il padre piazzò nel prato dietro casa quando era bambino. E mentre Carter inizia a piazzare Steven Hansen, il suo allenatore, si sposta dal campo e si va a sedere in tribuna, pochi secondi, rubati alla corsa dei fotografi che lo inseguono e ai pensieri che una finale mondiale può dare, ai ricordi di quelle sei vittorie (Argentina, Namibia, Georgia, Tonga, Francia e Sudafrica) che han portato fin qui. Alle battute taglienti di Michael Cheika, allenatore dell’Australia, che dice che non può chiamare la Nuova Zelanda All Blacks “perché è una battaglia fra nazioni e non fra marchi, così non dico nemmeno Wallabies, ma Australia”.
Trentatré anni, sposato con Honor Dillon, nazionale di hockey su prato, Carter è disegnato dalle statistiche come un uomo che si nutre di record. Su 111 partite giocate con gli All Blacks non ha segnato una sola volta, nel 2003, l’anno del suo esordio, quando nella partita con il Sudafrica, entrando dalla panchina, non riuscì a mettere la firma su nessuno dei 29 punti con cui i suoi liquidarono gli avversari. Poi ha sempre colpito, tanto che con 1579 punti è il giocatore che ha segnato di più a livello internazionale nella storia del rugby. 277 punizioni, 291 trasformazioni, 7 drop e 29 mete. Ecco, le mete, sono un cruccio per lui. Sono 34 partite di fila che non ne segna una in nazionale, da quella fatta alla Scozia il 13 novembre 2010 a Edimburgo.
“Ma non è un uomo solo che decide una partita”, dice Steve Hansen, allenatore degli All Blacks vedendo Carter in difficoltà all’ennesima domanda sulla sua importanza in campo. Sorride spesso, Daniel, anche in campo durante gli incontri. Solo quando gli ricordano che l’altra finale, All Blacks Francia 8-7 a Auckland, la vide dalla tribuna, resta un attimo come sovrappensiero. “Sì è vero – dice – e da allora ho avuto sempre nella mia mente come un pensiero ricorrente. ‘Avere un’altra opportunità’, poter giocare anche io per la Webb”. La “Webb”, la Coppa del mondo, una finale come si deve. Appoggiato al palo di una delle due porte, sul prato di Twickenham, Carter fa gli esercizi di riscaldamento perché la Nuova Zelanda ha deciso che il Captain’s Run, l’ultimo allenamento prima della partita, di fatto sia solo una sessione dei piazzatori: Carter, appunto, e Barrett. Con loro c’è anche Colin Slade che giocò un po’ più di Carter nel mondiale del 2011, ma poi uscì anche lui per infortunio per far posto a Cruden che si infortunò proprio nella finale per far posto al quarto mediano di apertura, Stephen Donald, arrivato nel gruppo solo quattro giorni prima della partita, richiamato all’ultimo tuffo mentre era a pescare. E siccome il caso non esiste fu lui a piazzare i tre punti decisivi con cui la Nuova Zelanda vinse il mondiale.
Quando Dan Carter inizia a piazzare fanno uscire tutti gli estranei dal campo. Che non si veda come Daniel il magnifico si concentra e muove il suo prezioso sinistro, che non si rompa il ricordo di quella porta da rugby che il padre piazzò nel prato dietro casa quando era bambino. E mentre Carter inizia a piazzare Steven Hansen, il suo allenatore, si sposta dal campo e si va a sedere in tribuna, pochi secondi, rubati alla corsa dei fotografi che lo inseguono e ai pensieri che una finale mondiale può dare, ai ricordi di quelle sei vittorie (Argentina, Namibia, Georgia, Tonga, Francia e Sudafrica) che han portato fin qui. Alle battute taglienti di Michael Cheika, allenatore dell’Australia, che dice che non può chiamare la Nuova Zelanda All Blacks “perché è una battaglia fra nazioni e non fra marchi, così non dico nemmeno Wallabies, ma Australia”.