PARIGI - Ereditare il ruolo di un'icona ovale come Parisse e mettersi al comando dell'Italia del rugby, una delle squadre più perdenti della storia: che fregatura. Però Luca Bigi, 29 anni, tallonatore, non è un tipo che si impressiona. "Il lavoro alla fine paga sempre", sostiene. Domani sera sarà il capitano degli azzurri allo Stade de France di Parigi, 3° turno della Autumn Nations Cup.
Ahia. Un'altra batosta in vista.
"Non dica così, perché mi arrabbio".
La Francia ha scelto di schierare una sorta di seconda squadra, farcita di esordienti. Forse non tutto è perduto.
"Anche tra di noi ci sono moltissimi giovani, e dei ragazzi alla prima presenza. Ma vogliamo vincere. Ispirandoci ai Pumas argentini che la settimana scorsa hanno battuto gli All Blacks: ci metteremo la stessa determinazione, fisicità, passione".
Dicono che questo sia un punto di non ritorno, dopo 34 sconfitte (e un solo successo, col Giappone) rimediate negli ultimi 4 anni con le nazioni del Tier1, le più forti. Se non a Parigi, quando?
"Un momento. I francesi sono la squadra rivelazione della stagione, hanno chiuso il Sei Nazioni a pari punti con l'Inghilterra e vinto sabato scorso a Edimburgo. Possono scegliere tra una rosa molto ampia: quelli di domani saranno forti come gli altri".
E allora perché dovrebbe cambiare la storia dell'Italia?
"Perché con Franco Smith abbiamo iniziato un percorso diverso, e si vede. La squadra è progredita nel gioco, nella consapevolezza. Meglio tanti piccoli passi in avanti, che un exploit senza continuità. Noi abbiamo la percezione di essere lì, sul punto di fare il grande salto. Certo, c'è bisogno di risultati. Servono un paio di successi importanti".
Con la Scozia all'Olimpico è stata una bella partita, poi il crollo nel finale.
"Non è stato un crollo. Né fisico, né psicologico. L'atteggiamento e la forza sono stati gli stessi, dall'inizio alla fine. E' vero però che abbiamo commesso tanti piccoli errori. Sei in attacco, ma ti cade una palla in avanti: mischia, punizione contro, drive avversario, ti fischiano fuorigioco e in un minuto ti trovi a difendere sulla tua linea di meta. E' una questione di momentum: se infili una serie di sbagli, con squadre di grande livello è finita".
Come se ne esce?
"In questa settimana abbiamo provato a riprodurre sul campo di allenamento alcune situazioni negative che si possono verificare in partita. 'Abbiamo preso una punizione, c'è una rimessa laterale 5 metri a ridosso dalla nostra meta: come reagiamo?' Questa volta cercando di trovare la lucidità per uscirne".
Speriamo prima o poi funzioni, altrimenti il pubblico italiano - che col rugby è stato comprensivo - finisce per disamorarsi. Forse sta già accadendo.
"Non possiamo nasconderci: la gente vuole vederci vincere, c'è bisogno di riportare entusiasmo, di ritrovare gli appassionati. Provate a pensare come ci possiamo sentire, noi: lavoriamo durissimo, seguiamo un percorso e dopo la partita riemergono i dubbi. Ma vi assicuro che nel gruppo c'è davvero un'altra fiducia, una grande energia: abbiamo affrontato a viso aperto l'Inghilterra finalista del mondiale, la Scozia - con una delle mischie più forti in circolazione - è stata a lungo in difficoltà. Stiamo crescendo, e questo lungo periodo insieme è stato importante".
Col ct Franco Smith si lavora bene.
"E' molto preparato, controlla tutto, crede nel suo progetto tecnico ed è quasi ossessionato dal desiderio di spiegare, di coinvolgerti. Non ha pregiudizi, punta sui giovani. E' un tipo diretto, può essere molto severo ma sempre al momento giusto, pretende molto. E sa farti i complimenti, quando li meriti".
Luca Bigi che tipo è?
"Uno solido, consistente. Forse mi manca quella brillantezza che subito ti fa notare: però ho costruito la carriera sul sostegno, sul lavoro 'sporco'. E poi, da capitano sono quello che deve garantire l'equilibrio della squadra. Non chiedetemi chi sia il migliore: per me sono tutti uguali. Tranne a briscola: Palazzani e Morisi, campioni".
Un metro e 80 per un quintale di muscoli, emiliano di Reggio.
"Ho cominciato lì, poi un'esperienza da giovane in Inghilterra, quindi Viadana, Petrarca, Treviso. Ora le Zebre. Ho una compagna, Martina, e un figlio di 3 anni, Edoardo, che - per ora - alla palla ovale preferisce la campagna, i trattori, giocare a fare il piccolo contadino: ma è pur sempre terra, erba, fango. Rugby".
Tre anni fa l'esordio in Nazionale. Da gennaio, la fascia di capitano: "Avevamo bisogno di un leader che si prendesse le responsabilità che per tanti anni sono state di Sergio Parisse, e Luca ci è sembrata la persona più adatta", ha detto Smith.
"Ereditare la fascia di uno come Sergio mi ha subito trasmesso un'emozione incredibile. Ho imparato tanto da lui, come dai capitani che ho avuto a livello di club. Per fortuna mi danno una mano Ghiraldini, che è con noi, e altri leader del gruppo. Stiamo crescendo tutti insieme. Sono fortunato, a vivere questa avventura. Ho avuto l'onore di affrontare campioni come il neozelandese Coles, o il sudafricano Marx. Di condividere tante esperienze. Sul campo e fuori, il rugby è lo sport più bello del mondo. E ricordate: il lavoro alla fine paga sempre. Anche domani sera, allo Stade de France".
Ahia. Un'altra batosta in vista.
"Non dica così, perché mi arrabbio".
La Francia ha scelto di schierare una sorta di seconda squadra, farcita di esordienti. Forse non tutto è perduto.
"Anche tra di noi ci sono moltissimi giovani, e dei ragazzi alla prima presenza. Ma vogliamo vincere. Ispirandoci ai Pumas argentini che la settimana scorsa hanno battuto gli All Blacks: ci metteremo la stessa determinazione, fisicità, passione".
Dicono che questo sia un punto di non ritorno, dopo 34 sconfitte (e un solo successo, col Giappone) rimediate negli ultimi 4 anni con le nazioni del Tier1, le più forti. Se non a Parigi, quando?
"Un momento. I francesi sono la squadra rivelazione della stagione, hanno chiuso il Sei Nazioni a pari punti con l'Inghilterra e vinto sabato scorso a Edimburgo. Possono scegliere tra una rosa molto ampia: quelli di domani saranno forti come gli altri".
E allora perché dovrebbe cambiare la storia dell'Italia?
"Perché con Franco Smith abbiamo iniziato un percorso diverso, e si vede. La squadra è progredita nel gioco, nella consapevolezza. Meglio tanti piccoli passi in avanti, che un exploit senza continuità. Noi abbiamo la percezione di essere lì, sul punto di fare il grande salto. Certo, c'è bisogno di risultati. Servono un paio di successi importanti".
Con la Scozia all'Olimpico è stata una bella partita, poi il crollo nel finale.
"Non è stato un crollo. Né fisico, né psicologico. L'atteggiamento e la forza sono stati gli stessi, dall'inizio alla fine. E' vero però che abbiamo commesso tanti piccoli errori. Sei in attacco, ma ti cade una palla in avanti: mischia, punizione contro, drive avversario, ti fischiano fuorigioco e in un minuto ti trovi a difendere sulla tua linea di meta. E' una questione di momentum: se infili una serie di sbagli, con squadre di grande livello è finita".
Come se ne esce?
"In questa settimana abbiamo provato a riprodurre sul campo di allenamento alcune situazioni negative che si possono verificare in partita. 'Abbiamo preso una punizione, c'è una rimessa laterale 5 metri a ridosso dalla nostra meta: come reagiamo?' Questa volta cercando di trovare la lucidità per uscirne".
Speriamo prima o poi funzioni, altrimenti il pubblico italiano - che col rugby è stato comprensivo - finisce per disamorarsi. Forse sta già accadendo.
"Non possiamo nasconderci: la gente vuole vederci vincere, c'è bisogno di riportare entusiasmo, di ritrovare gli appassionati. Provate a pensare come ci possiamo sentire, noi: lavoriamo durissimo, seguiamo un percorso e dopo la partita riemergono i dubbi. Ma vi assicuro che nel gruppo c'è davvero un'altra fiducia, una grande energia: abbiamo affrontato a viso aperto l'Inghilterra finalista del mondiale, la Scozia - con una delle mischie più forti in circolazione - è stata a lungo in difficoltà. Stiamo crescendo, e questo lungo periodo insieme è stato importante".
Col ct Franco Smith si lavora bene.
"E' molto preparato, controlla tutto, crede nel suo progetto tecnico ed è quasi ossessionato dal desiderio di spiegare, di coinvolgerti. Non ha pregiudizi, punta sui giovani. E' un tipo diretto, può essere molto severo ma sempre al momento giusto, pretende molto. E sa farti i complimenti, quando li meriti".
Luca Bigi che tipo è?
"Uno solido, consistente. Forse mi manca quella brillantezza che subito ti fa notare: però ho costruito la carriera sul sostegno, sul lavoro 'sporco'. E poi, da capitano sono quello che deve garantire l'equilibrio della squadra. Non chiedetemi chi sia il migliore: per me sono tutti uguali. Tranne a briscola: Palazzani e Morisi, campioni".
Un metro e 80 per un quintale di muscoli, emiliano di Reggio.
"Ho cominciato lì, poi un'esperienza da giovane in Inghilterra, quindi Viadana, Petrarca, Treviso. Ora le Zebre. Ho una compagna, Martina, e un figlio di 3 anni, Edoardo, che - per ora - alla palla ovale preferisce la campagna, i trattori, giocare a fare il piccolo contadino: ma è pur sempre terra, erba, fango. Rugby".
Tre anni fa l'esordio in Nazionale. Da gennaio, la fascia di capitano: "Avevamo bisogno di un leader che si prendesse le responsabilità che per tanti anni sono state di Sergio Parisse, e Luca ci è sembrata la persona più adatta", ha detto Smith.
"Ereditare la fascia di uno come Sergio mi ha subito trasmesso un'emozione incredibile. Ho imparato tanto da lui, come dai capitani che ho avuto a livello di club. Per fortuna mi danno una mano Ghiraldini, che è con noi, e altri leader del gruppo. Stiamo crescendo tutti insieme. Sono fortunato, a vivere questa avventura. Ho avuto l'onore di affrontare campioni come il neozelandese Coles, o il sudafricano Marx. Di condividere tante esperienze. Sul campo e fuori, il rugby è lo sport più bello del mondo. E ricordate: il lavoro alla fine paga sempre. Anche domani sera, allo Stade de France".