“Ma chi ce le ha le rovine romane in un campo di rugby?!”, si chiedono tronfi dall'altro capo del telefono descrivendo “uno dei campi più belli del mondo”. Ce le hanno un gruppo di uomini di mezza età che si definiscono “vecchiacci”, giocano per tornare “come ragazzini al liceo” e fra i quali “c’è molto spazio per la panza”. Anzi no: “Diciamo proprio che la panza è gradita”. Parola di Fabio Caporicci, co-allenatore del Ruderi Rugby, una squadra che ha il privilegio di giocare all’ombra degli antichi acquedotti romani nel parco dell’Appia Antica. E che appartiene alla categoria “Old”, cioè “Vecchi”, un nome non troppo lusinghiero per indicare gli amatori che vanno ancora in mischia pur avendo superato i 35 anni — e sfondando in certi casi il muro dei 70.
In questi gruppi, citiamo sempre testualmente, di “fuori de testa” si trova un po’ di tutto. Ci giocano ingegneri dell’Intelligenza Artificiale, operai, chi progetta satelliti da lanciare nello spazio, commessi, dirigenti d’azienda. “Il nostro rugby è una livella”, fa Caporicci. “Qualsiasi sia la classe sociale, ce le diamo di santa ragione”. In molti lo frequentano proprio per questo. “Gli alti ufficiali militari, per esempio, sono straordinari. Dicono di venire qui perché è come azzerare la loro vita. Al lavoro è tutto un Signor sì, ma poi arrivano qui e in mezzo al fango diventiamo tutti uguali. Loro vengono a cercare questa normalità”.
Il campo del Ruderi Rugby, nel parco dell'Appia Antica a Roma
Il Rugby Old: “Stesso sport, regole diverse”
Certo, tutti uguali ma nei limiti della legge. Che è un po’ diversa per il rugby in versione attempata. “Lo sport è lo stesso, ma alcune situazioni di gioco sono rese più leggere”, spiega Luigi Petrolito, responsabile federale per la categoria nel Lazio. Per esempio nelle mischie, in cui non si può spingere, o nelle rimesse laterali, nelle quali non si può sollevare un compagno per acciuffare il pallone. C’è anche chi, per meriti di esperienza, ha delle tutele speciali. Si riconoscono dal colore dei pantaloncini: rosso per gli over 65, oro per gli over 70, viola per i coraggiosi over 75. Al contrario dei tori con il manto dei toreri, insomma, quando l’avversario li vede sventolare deve frenarsi, sempre di più all’aumentare dell’età.
“È difficile stimare delle statistiche sul movimento, perché si tratta di squadre che sorgono spontanee, da iniziative di chi vive le singole società”, riflette Petrolito. E che, come nel caso dei Ruderi, aiutano i club alla sopravvivenza autofinanziandosi e dando una mano nelle attività di manutenzione. “Parliamo comunque di una ventina di gruppi Old in tutto il Lazio. Noi li seguiamo creando delle occasioni per giocare, a volte mischiandosi come si fa con i bambini, visto che non sempre una squadra riesce a raggiungere il numero giusto di elementi”.
“L’obiettivo? Non farsi male”
In effetti il loro obiettivo è quello di tornare un po’ bambini. O “ragazzini del liceo”, nelle parole di Caporicci. Per questo il Ruderi, come la maggior parte delle squadre coetanee, disputa solo amichevoli, nonostante esista un piccolo campionato nazionale. “Ma sì, che ce frega, noi annamo a giocà”, sintetizza Caporicci. “Nasce tutto per divertirsi. La maggior parte di noi non viene nemmeno dal rugby: sono genitori che si sono appassionati portando i figli al campo, o persone che hanno trovato una valvola di sfogo dopo eventi dolorosi come lutti o separazioni. Alla fine è una scusa per stare insieme, bere, scherzare, fare una grigliata, e se riusciamo anche a metterci un’ora di sport in questa cornice spettacolare, fantastico. L’importante è non farsi male, ché lunedì si torna tutti a lavorare”. Chi al supermercato, chi all’ultimo piano di un palazzo a vetri.