“Le Nazionali e le due franchigie garantiscono il 65% delle risorse del movimento. Mi sembra ragionevole continuare a investire su di loro: è il nostro modello. Padova e Rovigo se ne facciano una ragione”. Marzio Innocenti, presidente della Federazione Italiana Rugby, ha firmato stamani il rinnovo della licenza Urc alla Benetton Treviso (come quello alle Zebre di Parma, franchigia totalmente partecipata dalla Fir): nei prossimi 4 anni le franchigie continueranno a essere protagoniste dello United Rugby Championship, il torneo cui partecipano anche le migliori formazioni di Galles, Irlanda, Scozia e Sudafrica.
E il campionato italiano?
“Dovrebbe essere un incubatore, ma certi club non lo vogliono capire. E’ inutile che le società più blasonate pensino di partecipare a tornei internazionali: sono sogni o – peggio – schizofrenia. Sono state abituate ad avere sostegni economici senza produrre nulla. Versiamo due milioni e mezzo di euro: in cambio di cosa? Abbiamo chiesto loro di aiutarci nel percorso di formazione dei nostri giovani talenti: ci boicottano, e ci chiedono altri soldi. Per poi cambiare 14-15 giocatori a stagione, prenderli da altre regioni, ingaggiare stranieri di qualità medio-bassa facendosi intrappolare dalla zona grigia di certi procuratori e direttori sportivi. Meglio allora destinare il denaro allo sviluppo della base, che a squadre con bilanci da un milione mezzo e qualche centinaio di spettatori la domenica”.
All’inizio del suo mandato, che scade il prossimo anno, sperava in un torneo domestico con pochi club di grandi città.
“Il nostro modello è lo stesso seguito da gallesi, scozzesi, irlandesi. Dai sudafricani campioni del mondo. Anche gli inglesi si stanno muovendo in questo senso. Solo la Francia, i cui club trovano risorse inimmaginabili: ma è un’anomalia. Intendiamoci: se poi 8-10 società italiane trovano altrettanti imprenditori disposti a investire come ha fatto Benetton a Treviso, allora possiamo cambiare idea”.
Tramonta definitivamente il sogno di Padova di avere una franchigia.
“Tra un anno ci sono le elezioni, è per questo che è stata inserita una clausola rescissoria per Treviso: se al timone della Federazione dovessero arrivare altre persone, è giusto che la franchigia non subisca conseguenze. Se invece nei prossimi anni ci sarò ancora io, si potrebbe sempre ipotizzare una terza franchigia: perché no? Bisogna che aumentino i nostri giocatori di livello, e che arrivi uno sponsor importante. Ne potremo parlare: ma serenamente, senza fare i Guelfi e i Ghibellini. Certo, 2 franchigie nel giro di 50 chilometri non è il massimo: e non citatemi il Galles, perché è molto più piccolo dell’Italia”.
La Benetton Treviso nell’Urc vanta 5 successi, un pari e una sola sconfitta: finalmente un rugby italiano vincente.
“Hanno una grande organizzazione, stanno facendo benissimo e mi prendo un piccolo merito: perché prima della mia elezione – e loro non mi hanno votato – avevo promesso che li avrei lasciati più liberi, sono stato di parola. Le Zebre invece possono e devono fare meglio, ora sono sulla giusta strada: mi auguro trovino presto anche degli sponsor, in modo da farci risparmiare qualcosa da reinvestire”.
Siamo alle solite: servono successi azzurri. A febbraio c’è il Sei Nazioni. Ma perché dobbiamo continuare a sperare, dopo tante delusioni?
“Abbiamo perso le ultime 2 partite dei mondiali in maniera orribile. Però eravamo reduci da 13 incontri di alto livello, sempre al limite coi nostri avversari: il ct è cambiato e con Gonzalo Quesada mi sono subito trovato a mio agio, dal punto di vista tecnico e umano. Ma non buttiamo il bambino con l’acqua sporca: la Nazionale è giovane e ci darà grandi soddisfazioni. Gli altri crescono. Anche noi”.
Padova e Rovigo se ne faranno una ragione?
“Non continuiamo a perdere tempo inseguendo delle illusioni: non si possono paragonare gli 800 spettatori di Rovigo ai 27.000 di Tolone, è un altro sport. Ma penso che se Padova e Rovigo giocassero soprattutto con ragazzi della loro città, ci sarebbe più pubblico. Oggi abbiamo fatto chiarezza, ora ci vuole buona volontà. Il movimento deve prendere coscienza che questa è la direzione, e che vogliamo comunque puntare su tutti: perché il rugby siamo noi”.