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Diego Dominguez: “Italia, per battere la Francia nel Sei Nazioni serve la gara dei duri del ’97”

Diego Dominguez 
Domenica alle 16 gli azzurri del rugby cercano l’impresa. L’ex giocatore della Nazionale commenterà la partita per Sky: “Dopo il trionfo di Grenoble facemmo l’alba insieme ai tifosi, era uno sport diverso da quello di oggi. Per ripetersi servirà sottomettere psicologicamente gli avversari”
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«Il giorno che abbiamo battuto la Francia a casa loro, abbiamo fatto l’alba insieme ai tifosi. E il terzo tempo? Il più bello di sempre». Diego Dominguez. Segnando la metà dei punti azzurri, il 22 marzo 1997 a Grénoble, il mediano di apertura contribuì in maniera determinante allo storico successo sui Bleus (40-32), freschi trionfatori dell’allora Cinque Nazioni. L’incontro aprì le porte del torneo più antico del mondo agli azzurri, domenica pomeriggio impegnati a Lilla (ore 16) coi transalpini: Diego commenterà la partita su Sky Sport, con Andrea De Rossi e Francesco Pierantozzi.

Comunque vada a finire, mai più una gioia così.

«Erano venuti a sostenerci diecimila italiani. Per le strade, un entusiasmo incredibile. Commovente. La sensazione che niente sarebbe stato come prima. E poi, c’era ancora il terzo tempo: quello vero. Restavi a tavola a lungo coi tuoi avversari, offrivi una birra a quello con cui te l’eri suonate di santa ragione, imparavi – senza nessuna fretta, godendoti il m…

«Il giorno che abbiamo battuto la Francia a casa loro, abbiamo fatto l’alba insieme ai tifosi. E il terzo tempo? Il più bello di sempre». Diego Dominguez. Segnando la metà dei punti azzurri, il 22 marzo 1997 a Grénoble, il mediano di apertura contribuì in maniera determinante allo storico successo sui Bleus (40-32), freschi trionfatori dell’allora Cinque Nazioni. L’incontro aprì le porte del torneo più antico del mondo agli azzurri, domenica pomeriggio impegnati a Lilla (ore 16) coi transalpini: Diego commenterà la partita su Sky Sport, con Andrea De Rossi e Francesco Pierantozzi.

Comunque vada a finire, mai più una gioia così.

«Erano venuti a sostenerci diecimila italiani. Per le strade, un entusiasmo incredibile. Commovente. La sensazione che niente sarebbe stato come prima. E poi, c’era ancora il terzo tempo: quello vero. Restavi a tavola a lungo coi tuoi avversari, offrivi una birra a quello con cui te l’eri suonate di santa ragione, imparavi – senza nessuna fretta, godendoti il momento - a conoscerlo come un parente. Stringevi rapporti che poi duravano anni. L’essenza e la peculiarità del nostro sport: amicizia, rispetto. Purtroppo, succede ancora solo tra gli amatori, o i veterani».

È un altro rugby.

«Più freddo. Troppa pressione, spesso si pensa solo al risultato: perdi la partita, e non parli più con nessuno. Ma così ti fai trascinare dal sistema, dimenticando che questo – il Sei Nazioni in particolare - è lo spettacolo più bello: decine di migliaia di appassionati viaggiano da un Paese all’altro, si siedono accanto ai rivali divertendosi. Insieme. Le nuove generazioni di atleti sono meno sensibili a questo aspetto fondamentale del gioco, è un peccato: il rugby vuol dire prima di tutto conoscere, accogliere, comunicare. Crescere come esseri umani».

Poco alla volta, pure il movimento italiano cresce: venerdì sera a Béziers gli azzurrini dell’U20 hanno battuto i campioni del mondo in carica.

«Vittoria bellissima, molto importante. Meritata. Già con l’Inghilterra, nonostante il risultato, erano partiti bene; a Dublino hanno asfaltato gli irlandesi, perdendo per mancanza di esperienza. Fisicamente sono a livello dei migliori, devono migliorare un poco in tecnica e velocità fra i tre-quarti: hanno bisogno di giocare di più nei club, così come accade all’estero. Pucciariello, il numero 10, l’ho fatto esordire a 19 anni in serie A nel Cus Milano. Diamo loro fiducia: s’impara solo sul campo. Sbagliando, se necessario».

A Lilla, l’Italia dei grandi rischia di essere travolta dalla mischia francese, con diversi giocatori intorno al quintale e mezzo.

«Loro schierano la miglior formazione possibile, puntano su un pacchetto di avanti pesantissimo: la musica arriverà da lì. Se non riusciamo a contrastarli, sarà durissima. Ma con qualche buon pallone a disposizione, possiamo suonare anche noi: sappiamo farlo, e bene».

Cosa manca per ripetere l’impresa di quel gruppo di ‘banditi’ azzurri del ’97?

«Il rugby è uno sport di contatto, per vincere devi sottomettere psicologicamente l’avversario. L’Italia di allora era una squadra di ‘duri’: avevano la garra, come si dice in argentino, quella sana cattiveria che è essenziale. Soprattutto quando di fronte ci sono i francesi».

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