Filippo Canetta è stato il migliore degli italiani alla 33esima edizione della maratona, appena conclusasi. Classe 1972, milanese, tre lavori, una famiglia e l'amore per la corsa in mezzo alla natura. Alla sua prima partecipazione è arrivato un 36esimo posto, su oltre mille partecipanti. In una classifica maschile dominata dagli esperti fratelli marocchini Rachid e Mohamed El Morabity: "Speravo di fare meglio nel piazzamento - ci racconta - ma porto a casa un'esperienza umana incredibile".
Correre sulle dune del deserto: il fascino della Marathon des Sables 2018
Si è conclusa la 33esima edizione della Marathon des Sables, una delle competizioni di trail running più affascinanti e faticose al mondo. Sette giorni nel deserto del Sahara, cinque tappe di corsa più una non competitiva: una gara che non si conclude all'arrivo, visto che gli atleti dormono in bivacchi itineranti, formati da tende berbere. Una sfida con se stessi e contro la natura, viste le escursioni termiche tra giorno e notte e le tante difficoltà causate ad ogni tappa da sabbia, temperature, stanchezza. Sulle spalle di ogni maratoneta uno zaino pesantissimo, che deve contenere l'occorrente per l'intera settimana: cibo, indumenti, kit d'emergenza, strumenti vari. Unica eccezione, l'acqua: fornita, in modo razionato, dall'organizzazione. Quest'anno il marocchino Rachid El Morabity si è aggiudicato la gara per la sesta volta in carriera la competizione. Primo tra gli italiani Filippo Caretta, 36esimo in classifica generale. L'atleta milanese, classe 1972, ci ha raccontato la sua Marathon des Sables
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La Marathon des Sables infatti non è solo una competizione. La forza fisica deve conciliarsi con la resistenza, sì, ma anche con una buona dose di strategia. "Quando lasci la valigia e prendi lo zaino - spiega Canetta - ciò che hai deve essere sufficiente (ma non eccessivo) per tutti i giorni successivi. Il mio pesava 9 chili e mezzo". L'organizzazione fornisce agli atleti solo l'acqua, 9 litri al giorno lungo alcuni check-point. Il resto va tutto sulle loro spalle. Non si tratta di un calcolo facile, tra cibo, indumenti e strumenti utili: il consumo calorico quotidiano è imponente, ma lo sono anche gli sbalzi termici notturni.
A fine tappa, ad aspettare gli atleti, non c'è infatti nessun albergo: solo un bivacco itinerante, formato da tende berbere, sotto cui dormire dentro i propri sacchi a pelo. "Siamo passati dai 35 gradi di giorno ai 5 di notte - ricorda Canetta - ma è stato molto bello vivere in otto sotto un telo, condividendo anche i momenti difficili. Una tempesta di sabbia, una notte, ha distrutto la tenda. Abbiamo dormito tenendo il telo con le mani".
Le difficoltà, durante le quattro tappe corte da 40 chilometri e il tappone da 80, sono tante: la sabbia che provoca vesciche e che rallenta, le storte, il caldo, le crisi. Eppure questa è stata l'edizione con il minor numero di ritiri in assoluto, nessuno tra gli italiani: "Dopo i sacrifici per allenarsi, il ritiro non è mai contemplato".
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Rientrato in Italia, per Canetta è tempo di bilanci: "Il tappone doveva essere la mia specialità, invece ho sentito parecchio il caldo e ho dovuto rallentare. Il mio zaino pesava circa due chili in più rispetto agli altri. Ma questo è il bello, scommettere su cosa portare: meno vestiti e rischiare il freddo o meno cibo ed esporsi a cali di energie". È una gara complessa da preparare, ma all'atleta milanese scappa un sorriso quando si parla della prossima edizione: "È un ritorno alla corsa dei primitivi, alla vita da nomadi. Il deserto è meraviglioso, mi piacerebbe tornare e non ripetere gli errori di quest'anno. Ma non lo so". Noi non abbiamo dubbi: ci sarà.