Riavvolgo il nastro del tempo con una premessa: fine agosto 2020, tra pochi giorni correrò la Lairig Ghru, una corsa in montagna nelle Cairngorns (Scozia). È inaspettato, perchè ho avuto un infortunio qualche mese prima. Sembrava non fosse nulla e poi ci è voluto molto tempo per riprendermi. Stavo perdendo la speranza. Volevo tornare alla normalità il più presto possibile.
...e corri
Inghiottimi profondo mare
Proteggimi
Dovremmo pregare?
Dobbiamo correre?
Seguimi
Non ci sono ponti
Seguimi
...e corri
Ho scritto queste parole ascoltando una canzone che ho trovato in un video come colonna sonora di una precedente corsa attraverso il Lairig Ghru. Mi ha ispirato il momento giusto per scrivere di qualcosa a cui stavo pensando da molto tempo. Negli ultimi mesi ho subito un infortunio al polpaccio che mi ha perseguitato. È successo per coincidenza all'inizio di marzo 2020, esattamente nei giorni in cui tutto il mondo entrava in uno stato di lockdown. L'infortunio all'inizio è stato davvero lieve ed era difficile credere che potesse durare così a lungo. Ho aspettato alcuni giorni prima di correre dopo che ho sentito quella leggera fitta fastidiosa. Quando ho provato di nuovo a correre la sensazione è tornata subito dopo pochi chilometri. È accaduta la stessa cosa nelle settimane successive, quando ho ripetutamente cercato di riprendere. Proprio nel momento in cui avevo più bisogno della mia pratica di corsa, dovevo rinunciarvi.
L'ansia è cresciuta. Cercavo il modo per tornare alla normalità. In questo sforzo ho iniziato a cercare un aiuto esterno da parte di una tecnica medica o di qualcuno che avesse le conoscenze per curarmi. Senza rendermene conto coscientemente, una separazione si stava gradualmente formando. Mentre perdevo la fiducia in me stesso, proiettavo ogni capacità su qualcosa di esterno che potesse guarirmi. Ho accettato di rendermi passivo. In questo modo ho cominciato a perdere speranza. Ogni volta che era il momento di provare a correre, avevo paura. La mia attenzione era concentrata sul riuscire a farlo senza provare dolore. La corsa era diventata quindi soltanto uno spazio vuoto e sospeso tra quando iniziavo e quando finivo. In quel vuoto quasi non osavo respirare. Ho perso la continuità. Non era solo continuità nell'atto di correre. Era una continuità più profonda nel modo in cui scorreva la mia vita. Sono emerse due sponde. Quella dell'infortunio su cui mi trovavo e quella della precedente condizione in cui stavo bene. Le due sembravano incommensurabili.
Mi sono detto: non c'è modo di tornare indietro, non c'è guarigione nel senso di un recupero a un precedente stato di benessere. C'è un continuo cadere e arrendersi. Un passo dopo l'altro... un rotolare e farsi inghiottire. Non ci sono ponti che mi riportino indietro.
Un giorno improvvisamente mi sono ritrovato senza dolore e senza la paura del dolore. Come è successo?
Seguimi
Non ci sono ponti
Seguimi
...e corri
Si possono ascoltare molte storie simili nel mondo del running. Un infortunio per un corridore è un'interruzione, una pausa della sua pratica. Di fronte agli infortuni noi runner, siamo costretti a cambiare la nostra mentalità. Non puoi vincere o combattere contro un infortunio. Devi imparare a conviverci. È un processo sottile e continuo di ascolto e cura. In effetti non si tratta di essere curati (in ingelse cure) ma di prendersi cura (in inglese care). Nei mesi che ho passato a cercare di riprendermi, il mondo e la situazione globale relativa al Covid 19 sembravano evolversi parallelamente alla mia esperienza personale. Il mondo gridava "torniamo alla normalità". Mi chiedo se i runner possano offrire spunti interessanti per far fronte a situazioni difficili al di là della corsa. Non è solo la mia esperienza, ma anche quella condivisa da tanti appassionati corridori che un infortunio ti mette davvero alla prova e ti sfida. Se abbastanza breve può essere accettato. Se più lungo crea un taglio che sgretola i fondamenti e la solidità del certo. Di fatto apre all'incerto. La reazione comune è voler tornare alla normalità. In questa tendenza c'è la radice della separazione.
Qui è quando quando il prendersi cura (in inglese care) si trasforma in quella forma di cura (in inglese cure) che rende il paziente un oggetto passivo. Invece di prenderti cura di te stesso e partecipare al processo di recupero, ti abbandoni e chiedi un trattamento o una cura esterna. Con impazienza aspetti che la medicina abbia un effetto che ti permetta di tornare. Ma i runner offrono anche prospettive diverse. Nel suo Maratoneti (2010), Marco Patucchi parla del ruolo del sognare nell'affrontare un infortunio: "Fermo da tempo per l'intervento chirurgico, sono tornato a correre in sogno. Andavo a un ritmo costante e il piede era ormai guarito definitivamente. Eppure c'era qualcosa di strano intorno a me, che ho capito solo al risveglio, rimettendo insieme tutti i frammenti del sogno: correvo da solo, l'unico runner sulla strada, come se la maratona fosse già conclusa o dovesse ancora iniziare. Correvo, l'andatura fluida e la testa alta, in perfetta solitudine, ma senza angoscia".
Il sogno di questo maratoneta ispira una postura di dignità dove la solitudine creata dall'infortunio può essere vissuta senza angoscia. Sembra che i runner a volte possano raggiungere un luogo in cui hanno la capacità di esporsi oltre la paura. Oltre che in sogno, sono infatti soliti incontrare il "muro del maratoneta" (di solito intorno al 35 ° chilometro di una maratona in cui si può crollare per esaurimento fisico e mentale) che è un'esperienza dell'ignoto dove l'individuo si trova in una "terra di nessuno" ad attraversare un deserto e affrontare il vuoto. Quel muro è un limite che più che essere un confine o una linea di separazione, è uno spazio ad alto valore educativo. I corridori imparano a vivere quell'esperienza nelle maratone e questo influisce su tutte le loro vite. La domanda "come faccio a tornare alla normalità"? è priva di significato da quel deserto in cui non ci sono sponde da raggiungere o a cui fare ritorno.
Inoltre quel luogo di nudità può fare luce e regalare consapevolezza su quella stessa domanda mettendo in evidenza come sia invischiata di compulsività e urgenza che sembrano non lasciare libertà. Ciò permette di svelare il quadro culturale che la sostiene. Infatti dietro a quell'urgenza c'è la negazione della morte. Un infortunio su piccola scala è solo un'altra forma di morte. Pertanto è inaccettabile e deve essere nascosta e rimossa rapidamente nel nostro contesto sociale e culturale occidentale. L'imperativo è dobbiamo tornare alla normalità.
Quando ho osato pormi la domanda "dovrei smettere di correre?", in realtà stavo ammettendo la possibilità della morte nella mia vita. Credo che l'apertura di quella domanda abbia fatto parte positivamente del mio processo di guarigione. Correre in un certo senso significa imparare a morire. Generalmente pensiamo alla guarigione come un "ritorno alla normalità". Ma non si può guarire la morte in questo senso, non la si può curare. La morte non è curabile ma si può prendersi cura di essa. Correre è davvero cura di ciò che non è curabile, cura dell'incurabile. I runner possono indicarci una via verso una morte dignitosa. Luca Coscioni, attivista italiano per il diritto a morire dignitosamente, alla fine della sua giovane vita a causa di una brutta malattia, parla della corsa e della maratona come parte di questo percorso di cura: "Certe volte mi domando cosa mi tenga in vita. E' la maratona. E' l'averla corsa che non mi fa mai chinare il capo. Sono nel fango, cado, mi rialzo e cado. Ma ogni volta che mi rimetto in piedi, per poi subito dopo ricadere, mi accorgo che il fango non mi si è attaccato addosso. Sono pulito, devo esserlo."
Mi piacerebbe che queste parole e le infinite parole non dette ma materializzate nelle innumerevoli corse di molti fratelli e sorelle di strada, potessero essere di ispirazione in questi strani tempi che tutti stiamo vivendo.
...e corri
Inghiottimi profondo mare
Proteggimi
Dovremmo pregare?
Dobbiamo correre?
Seguimi
Non ci sono ponti
Seguimi
...e corri